Il suicidio del 22enne

Perché Ousmane si è tolto la vita, chiuso in una gabbia a Ponte Galeria

Il governo ha aumentato a 18 mesi il periodo di trattenimento nei Cpr: con la vecchia normativa Ousmane sarebbe stato liberato il 13 di gennaio

Editoriali - di Stefano Anastasia - 6 Febbraio 2024 alle 17:00

Perché Ousmane si è tolto la vita, chiuso in una gabbia a Ponte Galeria

Continua lo stillicidio delle morti nei luoghi di privazione della libertà in Italia. Siamo ormai a quindici suicidi in carcere, mentre nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Roma un ragazzo di neanche ventidue anni si è tolto la vita domenica poco prima dell’alba, dopo aver scritto su un muro i suoi ultimi pensieri, per sua madre e la sua terra.

Ogni volta che entro in un carcere e, ancor più, a Ponte Galeria, mi chiedo perché no? Perché una persona costretta in gabbia (e quelle dei Cpr sono proprio gabbie!) non dovrebbe pensare di togliersi la vita? E’ quella una vita degna di essere vissuta? Non a caso in carcere ci si uccide diciassette volte più che fuori.

Certo, chi viene privato della libertà viene da uno scacco, del proprio percorso di vita, del proprio progetto migratorio o anche solo (quando c’è) del proprio progetto deviante. Uno scacco che può disorientare e disperare, a cui si aggiungono però le condizioni di vita in quei luoghi: la separazione dal mondo esterno, il degrado delle strutture, la difficile convivenza con altri.

Per questo bisogna avere attenzione e fare tutto ciò che è necessario per prevenire esiti tragici delle disperazioni individuali. Non è facile, certo. Perché non sempre le tragedie sono annunciate e spesso chi decide di farla finita è chi non si è mai visto né sentito, ma le amministrazioni pubbliche che sono responsabili di queste condizioni di rischio (e tra esse c’è non solo l’Amministrazione della giustizia, ma anche l’Amministrazione dell’Interno, anche se affida la gestione dei Centri per stranieri a società private) devono fare tutto il necessario per impedire il realizzarsi di queste condizioni e limitarne i rischi concreti.

Da tempo l’Amministrazione penitenziaria è allertata sulla prevenzione del rischio suicidario in carcere. La direttiva del Ministro Orlando, risalente al 2017, ha generato un Piano di prevenzione del rischio suicidario in carcere, e poi piani regionali e nei singoli istituti, condivisi con le Regioni, le Asl e i servizi sanitari. Tutto bene, quindi? No, naturalmente, come testimoniano quei quindici suicidi di questo tragico inizio d’anno e la cifra record degli ottantaquattro suicidi nel 2022.

Ma almeno la consapevolezza del problema c’è. Cosa ha fatto, invece, l’Amministrazione dell’Interno per prevenire il rischio suicidario nei Cpr? C’è una nota del capitolato di appalto che trasferisce questa responsabilità ai privati che gestiscono i Centri?

Ma, se anche fosse, nella privazione della libertà individuale, protetta dall’articolo 13 della Costituzione, la responsabilità è pubblica, non dei privati contrattualizzati: dunque, cosa fa il Ministero dell’Interno per prevenire il rischio di suicidio nei Cpr?

Privare persone trattenute per mere ragioni amministrative, che non rispondono di alcun reato, delle proprie cose e dei propri telefoni, costringerle all’ozio forzato in gabbie di metallo e cemento, senza possibilità di rivolgersi a un giudice e malamente a noi garanti, verso cui solo formalmente è stato attivato il diritto al reclamo: non sono queste condizioni che aumentano il rischio suicidario o, come più di frequente accade, di proteste violente, se non contro le persone, contro le cose? Domenica, dopo la morte di Ousmane, ero a Ponte Galeria, insieme alla garante di Roma Capitale, Valentina Calderone, e a due parlamentari, e queste cose le abbiamo sentite e le abbiamo viste.

D’altro canto, la prima prevenzione del rischio suicidario in carcere e nei Cpr è la rinuncia alla privazione della libertà, se non in toto, almeno quando non ve ne sia la stretta necessità. E qui, al di là delle responsabilità degli operatori e dei giudicanti, non sempre esenti da critiche se un neonato può stare in carcere con la madre un giorno e uscirne un altro (quale era la stretta necessità cautelare che aveva costretto l’uno e l’altra in carcere?

Per non dire delle convalide dei trattenimenti degli stranieri fatte dai giudici di pace …), qui c’è la responsabilità della politica e del legislatore. Il Ministro Nordio annuncia ancora una volta strette sulla custodia cautelare in carcere: bene, ma sarà per tutti o per quelli che già non ci vanno in carcere, perché hanno risorse e assistenza legale adeguata a minimizzare la propria sofferenza penale?

Ma sarà poi sufficiente una maggiore attenzione alla presunzione d’innocenza se si moltiplicano le fattispecie di reato e i limiti di pena? O se si sestuplicano i tempi di trattenimento in Cpr, come ha fatto il Governo in questa legislatura, passando da tre a diciotto mesi, a dispetto di venticinque anni di esperienza che insegnano che se la persona trattenuta non viene identificato e rimpatriato nei primi 30-40 giorni non verrà rimpatriato mai più? Con la vecchia normativa Ousmane sarebbe stato liberato il 13 di gennaio …

Attenzione, dunque: il sovraffollamento, le morti, i suicidi non sono eventi naturali, che piovono dal cielo sulle carceri, i Cpr e quelli che ci vivono e ci lavorano. Sono invece il prodotto di una politica che usa il carcere, la privazione della libertà e la sua minaccia per guadagnare facili consensi, rispondendo a ogni domanda di sicurezza (sul lavoro, nella vita, per il futuro) in una minaccia penale o reclusoria. E allora poi non stupitevi del sovraffollamento, delle morti e dei suicidi.

*Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Lazio

6 Febbraio 2024

Condividi l'articolo