Le proteste dei detenuti

Cosa è successo al Cpr di Trapani, la Guantanamo italiana

Dall’interno sono riusciti a fare sapere di cariche, feriti lasciati a terra, lacrimogeni, idranti: tutti rinchiusi nell’unica area rimasta agibile dopo un incendio. Ci sono letti e spazio coperto per dieci persone, ne hanno ammassate lì più di cento

Editoriali - di Luca Casarini - 26 Gennaio 2024 alle 16:00 AGGIORNATO IL 26 Gennaio 2024 alle 16:31

Cosa è successo al Cpr di Trapani, la Guantanamo italiana

Ciò che in queste ultime 48 ore è accaduto all’interno del Cpr di Trapani, ha illuminato per un attimo ciò che sono i centri di detenzione per il rimpatrio, costruiti con l’impostazione del carcere duro da deportati, tipo quelli che ormai pullulano lungo le frontiere europee.

Grandi inferriate a barriera successiva, moduli più simili a celle che a ricoveri abitativi, niente mensa ma solo pasti forniti in vaschette di alluminio da catering, freddi ed insufficienti, una sola doccia calda, molto spesso guasta, per oltre cento persone, letti in cemento dove si appoggiano materassi lerci, quando ci sono.

Milo, la frazione di Trapani dove l’hanno costruito, è un luogo fuori dal mondo, perché è in questo isolamento che possono attuarsi fino in fondo i propositi dei carcerieri, e cioè i governi che decidono in tutta l’Unione di combattere i profughi e i migranti attraverso i dispositivi di respingimento.

La detenzione amministrativa, – perché l’unica colpa delle persone detenute è quella di avere chiesto asilo o di essere state definite non idonee ad ottenerlo – è dall’introduzione degli accordi di Schengen sulla libera circolazione interna in Europa uno di quelli principali.

I nomi cambiano, Cpt prima, Cpr oggi, ma la sostanza è innanzitutto questa: si prendono esseri umani, finanche minori, e si chiudono dentro campi di detenzione perché si vuole respingerli. Dove si vogliano respingere ormai non è nemmeno così importante: il patto con l’Albania dimostra quale sia l’approccio di tutta l’Europa politica, non solo del governo Meloni.

Dall’esternalizzazione delle frontiere, cioè il lavoro sporco di cattura e detenzione dei migranti fatto fare ai paesi africani o alla Turchia del dittatore Erdogan, si è ormai passati all’esternalizzazione in paesi esterni all’Unione delle carceri per migranti e profughi.

Questo dispositivo, la carcerazione per innocenti, ha innanzitutto lo scopo di lanciare un messaggio: riuscite ad arrivare? Vi mettiamo in galera. Proprio lo status ibrido di questi luoghi, che non hanno lo statuto di un carcere, e allo stesso tempo non sono luoghi di accoglienza da dove si possa liberamente uscire, garantisce quella impunità nella gestione davvero terrificante delle vite delle persone che ci finiscono dentro.

Recenti inchieste di magistrati non distratti, hanno portato alla chiusura di alcuni lager, da Milano a Potenza. È più simile alla realtà definire deportati e non detenuti, coloro che sono imprigionati in questi luoghi.

È una deportazione non solo verso luoghi fisicamente di difficile accesso perfino per parlamentari e avvocati, ma anche da uno stato di diritto a uno di eccezione. Come in guerra, la natura ibrida di questo inferno per chi ci capita dentro, afferma l’esistenza di una deroga alla Costituzione, alle Convenzioni internazionali, alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Se volessimo aprire una riflessione seria, sarebbe da segnalare quanto comincino a convergere le condizioni dei reclusi delle nostre carceri, con quelle dei deportati dei Cpr.

Il numero dei suicidi che sono il vero biglietto da visita delle patrie galere, nonché l’epigrafe da morto per tutto quello che la Costituzione dichiara in termini di diritto al reinserimento, di trattamenti umani, è un segnale di quanto si sia sulla strada della barbarie, e soprattutto di una logica concentrazionaria, che fa a pezzi ogni teoria sulla funzione sociale della pena. Se entri nel girone infernale, sono solo affari tuoi come ne potrai uscire, se vivo o morto.

È vero che la differenza fondamentale fra detenuti e deportati, continua ad essere il fatto che i primi sono in mano ad un percorso di giudizio, e i secondi invece sono deportati in quanto esistono, e sono nati in altri paesi. Ma a guardar bene, tutto si uniforma pericolosamente, verso l’idea dei campi di concentramento per categorie di persone, che in qualche modo sono sgradite. Basta dare un’occhiata alla composizione sociale del carcere.

Ogni inasprimento della vita dei reclusi, e ogni deroga alle normali prescrizioni di trattamento umano, a partire dalle celle in sovraffollamento, è fatto in nome della legalità. Nemmeno il fatto che la gente preferisca uccidersi piuttosto che continuare a vivere sotto tortura, fa scomporre i membri del governo.

Succede” ha dichiarato il Ministro Nordio, uno che a leggere i suoi libri era il paladino dello stato di diritto. Di queste persone, detenuti e deportati, è sgradito il fatto che esistano. O meglio, è sgradito il doversene occupare come se dovessero continuare ad esistere. Sui migranti è una linea europea e mondiale.

Non è un caso che uno dei cavalli di battaglia di Trump per vincere le presidenziali sia la promessa di attuare una volta reinsediato alla Casa Bianca, “la più grande deportazione di clandestini mai vista dagli Usa”. A Milo, provincia di Guantanamo, secondo le autorità in queste 48 ore non è accaduto nulla.

Dall’interno sono riusciti a fare sapere di cariche, feriti lasciati a terra, lacrimogeni, idranti. In questo momento 140 deportati sono stati rinchiusi nell’unica area rimasta agibile dopo le proteste. Ci sono letti e spazio coperto per dieci, ne hanno ammassato più di cento.

Un’interrogazione urgente al Ministro dell’interno è stata depositata su tutto ciò dai senatori senatori del Pd Nicita, Furlan e Rando. Ma non deve stupire la reticenza dei controllori: questo sono luoghi della sofferenza, della violenza esercitata su vite che non possono più avere il controllo su sé stesse, su scarti che vanno in qualche modo eliminati. Come si è potuto arrivare a tanto? È già successo, anzi forse è meglio dire che non ha mai smesso di succedere. Norme diverse, contesti storici anche, ma alla fine, resta la sostanza.

Resta la volontà umana, che la direzione la indica da subito, anche a tragitto appena imboccato. E dunque, il nuovo “patto per la migrazione e l’asilo” , sottoscritto e approvato da tutti in Europa, “buoni” e cattivi, prevede la moltiplicazione di questi campi di detenzione per chi arriva e chiede asilo. Siamo sull’ibrido, né nazisti né democratici.

Siamo sulla “terra di nessuno”, come lo è sempre stata la barriera con le lame tra Ceuta e Melilla, come lo erano gli interventi degli antisommossa nella Jungle francese, come lo sono le omissioni di soccorso che hanno causato centinaia di vittime a Cutro o Pylos.

Quella terra di nessuno che è compresa tra Polonia e Bielorussia, dove i bambini vengono lasciati morire di freddo e di fame sotto gli occhi delle guardie di una parte e dell’altra. Terra di nessuno, come luoghi di nessuno sono i Cpr. È un modo per dire che quelli che sono chiusi lì dentro, sono nessuno. Non hanno nomi né storie. Forse, per i cattolicissimi al governo, non hanno nemmeno un’anima che li possa rendere in qualche modo degni di rispetto umano.

26 Gennaio 2024

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