La legge Calderoli

Cosa è l’autonomia differenziata e perché penalizza i poveri

Il governo Meloni concepisce il fisco come uno strumento per difendere l’accumulazione di ricchezza e per emarginare i meno abbienti. È convinta che sviluppo economico e civiltà non siano parenti

Editoriali - di Piero Sansonetti - 25 Gennaio 2024 alle 14:30

Cosa è l’autonomia differenziata e perché penalizza i poveri

Ora la battaglia sull’autonomia differenziata – cioè sulla legge che è stata approvata l’altro ieri dal Senato – si trasferisce alla Camera. Non ci sono molte speranze. È praticamente certo che la legge sarà approvata. E da quel momento inizierà il nuovo declino del Sud. Non esiste più l’Italia.

Dal momento nel quale la legge entrerà in vigore esisteranno due Italie. Quella del centronord, che disporrà di risorse ingenti per regolare i rapporti tra i cittadini e lo Stato, e quella del centrosud che vedrà di molto ridursi le sue disponibilità economiche. Chiariamo bene cosa succede con l’approvazione della legge-Calderoli.

Le Regioni potranno aumentare le proprie competenze, sottraendole allo Stato centrale, e in proporzione aumenteranno le possibilità di autofinanziarsi con il fisco. Naturalmente quando diciamo fisco intendiamo le tasse raccolte sul territorio. Che vuol dire? Che una quantità considerevole delle tasse raccolte in Lombardia resteranno in Lombardia e non andranno allo Stato e dunque non potranno essere usate per la redistribuzione di una parte della ricchezza nazionale attraverso il finanziamento del Welfare.

Naturalmente anche in Calabria resterà una parte delle tasse pagate dai calabresi. Però il Pil della Lombardia è di quasi 400 miliardi di euro (cioè più di un quinto della ricchezza nazionale) mentre il Pil della Calabria è di circa 35 miliardi. E anche se invece di calcolare il Pil totale dovessimo calcolare il Pil pro capite, scopriremo che il Pil pro capite dei calabresi è meno della metà di quello dei lombardi.

Questo Pil è proporzionale alle tasse che verranno incassate dalla Regioni. Dunque, mentre prima della legge sull’autonomia regionale calabresi e lombardi potevano più o meno contare sugli stessi finanziamenti per le spese sociali, dal momento in cui la legge entra in vigore i calabresi godranno di stanziamenti – in proporzione – che sono la metà di quelli lombardi.

È inutile fare molti altri ragionamenti. Noi sappiamo di doverci preparare ad avere due Italia. Una delle quali doppiamente più ricca rispetto all’altra. Già in parte è così – questa è l’unica obiezione – se non altro perché la grande maggioranza delle persone che vivono sotto il livello di povertà (oltre 5 milioni) sono meridionali.

Ora però le differenze si accentueranno ulteriormente. Tenete anche conto del fatto che un grande numero di calabresi vive al Nord (almeno la metà della popolazione calabrese vive al nord) e dunque pagherà le tasse al nord, e questo, oltre a impoverire ulteriormente la Calabria e il sud, spingerà alla rottura dei legami di solidarietà.

Possiamo dire tranquillamente che la legge sull’autonomia, tra tutte le leggi approvate nella storia della Repubblica, è sicuramente la più ingiusta. È quella che in proporzioni superiori a tutte le altre leggi spingerà per un ulteriore allargamento delle differenze e delle diseguaglianze sociali.

In un paese che ha davanti a sé molti problemi, ma uno superiore a tutti: l’aumento delle diseguaglianze sociali, iniziato nei primi anni Ottanta e aumentato con la stessa forza con la quale si ingrossano le valanghe nel loro percorso.

La destra, che ama sventolare il valore della patria, ha dimostrato di amare così tanto la patria da non contentarsi di una sola patria. Ne vuole due. E ha deciso di formare una patria dei ricchi e una patria dei poveri. Del resto tutta la politica del centrodestra va in quella direzione. Giorgia Meloni può strillare quanto vuole nei suoi comizi nell’aula di Montecitorio. Ma i fatti sono incontrovertibili.

Le linee di politica economica decise dal governo sono molto chiare. Diciamo che camminano su tre gambe. La prima gamba è stata l’abolizione del reddito di cittadinanza. Misura assistenziale forse discutibile ma che garantiva la riduzione del livello di povertà per due o tre milioni di persone.

La seconda gamba è la marcia verso la flat tax, cioè la riduzione o la fine della progressività nel fisco, che da sempre, nei regimi liberali, è l’unico strumento concreto di leggera redistribuzione della ricchezza. E ora la terza gamba, cioè la divisione tra Nord e Sud con aumento della ricchezza al Nord a scapito del Sud.

Guardate che su questo punto c’è poco da fare teorie politiche. Se partiamo dal presupposto, che nessuno discute, che il Nord vedrà aumentare la sua ricchezza e il livello dei suoi servizi (specialmente sanità e scuola, cioè i pilastri di una società moderna), dal momento che niente lascia prevedere un aumento generale della ricchezza nazionale, non c’è nessun’altra possibilità al di fuori di questa: che il Nord si appropri di una parte della ricchezza del Sud.

È chiaro che è questo il problema essenziale posto dal centrodestra al paese. Lasciamo stare i Lollobrigida, i deputati con la pistola, i piccoli scandali. Che non cambiano molto nel funzionamento dell’Italia. Quello che cambia è il trasferimento delle ricchezze verso l’alto. Che non è un elemento casuale della politica della destra.

È il fondamento della sua ideologia. E cioè la convinzione che un paese che funziona e che è moderno è un paese dove i ricchi sono più ricchi e trascinano la crescita. Sta anche qui tutta l’esagerazione dell’ideologia del merito. Per merito si intende questo: capacità di arricchirsi, di accumulare e in questo modo spingere in alto il paese e renderlo concorrenziale con le altre economie forti.

La destra non ha mai creduto che la crescita civile possa accompagnare e sostenere la crescita economica. Idea che, in parte, in passato, apparteneva anche al centro politico, penso soprattutto alla Democrazia cristiana. Per questo la destra non è in nessun modo interessata al livello di civiltà dell’Italia. Perciò ha poco bisogno di cultura, di sapere, di valori, di studio, di teorie, di tradizioni forti. Non le servono queste cose. E le identifica col politically correct. Che considera la filosofia nemica dello sviluppo, del profitto.

La sinistra avrà la forza di opporsi a questo trend? Non è un problema solo della sinistra, è un problema nazionale. Sapete quante tasse si pagavano negli anni 70 (governi Dc, ministro delle finanze Mariano Rumor, certo non un rivoluzionario)? Beh, i ricchi pagavano, senza lamentarsi troppo, il 72 per cento di tasse sui redditi alti e altissimi. I poveri il 10 per cento. Oggi i ricchi pagano il 43 per cento e i poveri il 23 per cento. Tra i dipendenti. Per gli autonomi è già in parte in vigore la flat tax, cioè pagano tutti uguale, redistribuzione zero.

Oggi un progetto socialdemocratico non può che fondarsi su una riforma fiscale che spinga alla redistribuzione e non al premio delle rendite. E non può fa parte di questa riforma – come ha proposto su queste colonne il deputato democratico Roberto Morassut, e sulle colonne della Stampa una liberale come la professoressa Fornero – una forte tassa patrimoniale molto forte.

25 Gennaio 2024

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