Lo show all'Ucciardone

Processano Salvini ma non gli interessa dei 61 naufraghi morti il 14 dicembre

Le colpe politiche dell’ex ministro dell’Interno per il blocco dell’Open Arms sono evidenti e gravissime. Ma che c’entra la legge? Che invece dovrebbe indagare chi provoca la morte di 61 naufraghi

Editoriali - di Piero Sansonetti - 13 Gennaio 2024 alle 08:01

Processano Salvini ma non gli interessa dei 61 naufraghi morti il 14 dicembre

Ieri il ministro Salvini si è presentato nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo. Quella del maxiprocesso alla mafia nel corso del quale furono giudicate persone imputate per un po’ più di 500 omicidi.

Salvini si è presentato anche lui come imputato, ma per fortuna non risulta che abbia commesso non dico 500 omicidi ma nemmeno uno. Meglio così. La giustizia spettacolo però ha i suoi riti. Deve rispettarli.

La giustizia spettacolo non sempre si basa sulla conoscenza del codice penale, e nemmeno del codice di procedura. Rispetta però sempre le regole del giornalismo e della Tv. L’obiettivo, più di quello di accertare i reati, è quello di far notizia. I reati sono strumento del processo non l’oggetto del processo.

Se non fosse così nessuno mai si sarebbe sognato di accusare Salvini di sequestro di persona, ipotizzando una pena di circa 15 anni di galera. Ma era proprio la clamorosità del reato e la enormità della pena ad essere la sostanza del processo.

Se gli davano come a tanti sindaci di provincia abuso d’ufficio (reato in via d’estinzione) poi si sarebbero dovuti accontentare di un paio di colonnine in pagina interna. Invece “sequestro”, come la banda di Berenguer e Bergamelli, come la ‘ndrangheta e l’Anonima sarda.

Beh, è un’altra cosa. In effetti gli è riuscita bene. Ieri selva di giornalisti, di radio e di Tv intorno all’aula nella quale furono condannati Liggio, Riina e Provenzano. Avanti, Salvini, siedi lì nella seggiola dove depose Luciano Liggio, detto Lucianeddu, la primula rossa di Corleone.

Naturalmente Salvini, che è il capo della Lega, cioè della destra settentrionale, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Si è detto: “Mi stanno perseguitando con pure ragioni e fini politici? Bene, io ripago con la stessa moneta”.

E non è andato all’Ucciardone a illustrare le linee di una difesa ragionevole a probabilmente vincente (per esempio: “rientrava nei miei poteri di ministro decidere tempi e modi dello sbarco”), ma ha preferito svolgere un comizio politico.

Cioè, in un clima ormai apertamente pre-elettorale, ha pensato che la cosa migliore da fare fosse quella di trasformare il processo in occasione di propaganda politica. Fece così anche Fidel Castro, negli anni Cinquanta, quando il regime dittatoriale di Batista lo processò. Però lì le cose erano un po’ diverse.

A Cuba governava una dittatura spietata e Fidel Castro (prima di prendere il potere e di instaurare, di lì a poco, una nuova dittatura) era effettivamente un liberatore. Un guerrigliero sfrontato e coraggioso. Parlò nove ore.

Durò parecchio la sua dichiarazione spontanea davanti ai giudici. E non servì a molto. Salvini ha parlato appena un’oretta risicata risicata. Probabilmente anche la sua dichiarazione spontanea servirà a poco. Anche perché la linea scelta, dicevamo, è stata folle.

Ha detto che lui ha preso quella decisione per difendere i confini del nostro paese (“nazione”, secondo il dettato della Meloni, ma lui si è sbagliato e ha detto “paese”). Probabilmente la vicinanza col generale Vannacci gli ha confuso parecchio le idee, e ha pensato di essere un colonnello in guerra.

Solo che assai difficilmente un giudice (o comunque qualunque persona raziocinante) potrà prendere per buona l’ipotesi che un centinaio di africani disarmati, assetati, e impauriti, potesse puntare alla conquista di Roma che non riuscì neppure a Garibaldi. E se gli avvocati di Salvini non si affretteranno a trovare qualche argomento un po’ più realistico, va a finire che Salvini rischia davvero.

Non solo il capo della Lega ha usato un argomento inconsistente, ma è stato inauditamente fazioso, e anche un po’ volgare, accennando all’ipotesi che lui dovesse fermare l’arrivo dei terroristi.

Accusare di terrorismo quei poveretti che boccheggiavano sulla “Open Arms”, è una vera vigliaccata. Utile a scaldare l’animo dei suoi, utile a gridare “io sono più xenofobo di Giorgia Meloni”, “io sono amico di Vannacci e di tutti i partiti razzisti che si aggirano per l’Europa”, utile a questo e poi basta.

Certo non si sfugge all’idea che se la magistratura non avesse pensato che accusare Salvini di sequestro sarebbe stato utile al suo prestigio, non ci troveremmo in questa situazione quasi grottesca.

E poi c’è da dire un’altra cosa. Salvini fu messo in stato di accusa per aver bloccato per venti giorni lo sbarco di circa 147 naufraghi dalla nave-soccorso “Open Arms” (gestita da una ong spagnola dallo stesso nome).

La sua scelta fu cinica e spietata. Non c’era nessuna ragione per impedire a quelle persone di scendere a terra, ammenoché la ragione non fosse quella di eccitare il popolo xenofobo, che è piuttosto vasto nel nostro paese, e lo è in particolare a destra.

Ma questo mio è un giudizio politico e morale. Che c’entra il codice penale? Oltretutto con il decreto Piantedosi, in vigore dall’anno scorso e la nuova prassi di assegnare alla navi di soccorso delle ong porti sempre lontanissimi, la scelta di bloccare per giorni e giorni naufraghi e soccorritori è prassi disumana coperta da norme dello Stato.

Oggi se il capitano della nave di soccorso si rifiuta di accettare di tenere per giorni e giorni i naufraghi a bordo e li fa sbarcare subito lo accusano di disobbedire e gli sequestrano la nave e lo multano, figuratevi un po’.

E come mai i magistrati che se la sono presa con Salvini ora tacciono di fronte a un fatto molto, molto più grave del quale sicuramente sono responsabili le autorità italiane, e dunque, seppure in forma indiretta – almeno: così sembra – anche il governo?

E cioè la decisione di non soccorrere subito un gommone in difficoltà, nel pomeriggio del 14 dicembre, ignorando le richieste pressanti di Alarm Phone, e consapevoli che le persone in quel gommone, lasciato alla deriva mentre imbarcava acqua, rischiavano la vita.

Quella decisione ha avuto come conseguenza la morte di 61 persone e la deportazione, favorita dalle autorità italiane, di 25 persone nei lager libici (non sappiamo se e quante di queste persone siano sopravvissute).

È veramente inspiegabile perché non sia stata aperta un’inchiesta. Poi l’inchiesta avrebbe potuto accertare la colpevolezza o meno di persone, o strutture, o ministeri.

Ma possibile che di fronte a una strage, per la quale sembrano evidenti le responsabilità italiane, la magistratura non senta il peso della famosa obbligatorietà dell’azione penale?

Sessantuno morti non sono sufficienti? Non sono oggetto di inchiesta? E spero che nessuno voglia rispondere che la responsabilità maggiore è dei libici. Certo che è dei libici. Ma questo non alleggerisce nemmeno per il peso di un capello le responsabilità italiane.

(Comunque non dispero. Ora la magistratura è travolta dal caso Ferragni, dal caso Pozzolo, dalla necessità di protestare perché il governo vuole impedire che in Italia, come in Turchia, si possano intercettare gli avvocati… poi quando queste emergenze assolute finiranno, magari ci si potrà occupare anche dei reati minori, come le stragi, le deportazioni…).

13 Gennaio 2024

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