La guerra in Medioriente

“Il sogno di Netanyahu è la guerra con l’Iran, Bibi come Bush: così avrebbe dalla sua gli Usa”, parla Silvestri

«Bibi è come Bush jr: l’idea di combattere il terrorismo con raid così massicci è del tutto ingiustificata sul piano militare. Costringere Teheran al conflitto sarebbe per lui una manna: avrebbe dalla sua gli Stati Uniti»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 4 Gennaio 2024

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“Il sogno di Netanyahu è la guerra con l’Iran, Bibi come Bush: così avrebbe dalla sua gli Usa”, parla Silvestri

Il 2024 si apre nel segno della guerra. In Medioriente, con l’uccisione a Beirut del numero due di Hamas, Salael al-Arouri, e sul fronte russo-ucraino con la guerra dei droni. L’Unità ne discute con uno dei più autorevoli analisti italiani di politica estera e geopolitica: il professor Stefano Silvestri, già presidente dello Iai (Istituto Affari Internazionali) e oggi consigliere scientifico.

È stato anche docente sui problemi di sicurezza dell’area mediterranea presso il Bologna Center della Johns Hopkins University e ha lavorato presso l’International Institute for Strategic Studies di Londra. Quanto al conflitto Israele-Hamas, il professor Silvestri rimarca: “Per concludere questa crisi non basta ridurre le capacità offensive dei terroristi, è necessario anche immaginare una soluzione accettabile per i palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania. Su questo punto purtroppo Israele non sembra offrire grandi prospettive, né vediamo grandi proposte da parte degli esponenti palestinesi. Se non si affronterà questo problema, il conflitto non si chiuderà mai del tutto”. Anche perché, rimarca Silvestri, l’obiettivo di Netanyahu è la guerra con l’Iran.

Il 2023 si è concluso nel segno della guerra, a Gaza, sul fronte russo-ucraino. E il 2024 è iniziato in continuità, con l’uccisione a Beirut del numero due di Hamas, e il sanguinoso attentato vicino al cimitero di Kerman, dov’è sepolto il Generale iraniano Qassem Soleimani, che ha provocato almeno 53 morti.
Questo scenario di guerra potrebbe implementarsi ancora di più. Il 2024 sarà un anno estremamente difficile. Questo è un anno, sul piano politico, caratterizzato essenzialmente da elezioni. Abbiamo elezioni dappertutto, e in alcuni posti più importanti di altri.

Vale a dire?
Cominciamo subito con le elezioni che si svolgeranno tra poco a Taiwan, che hanno già suscitato tensioni con la Cina. Poi continueremo con le altre. Quelle in Russia mi paiono scontate, con la rielezione alla presidenza di Vladimir Putin non foss’altro che per assenza di candidati in libertà. E quelle in Israele: vedremo quando Netanyahu ci farà la grazia di finire la guerra. Secondo me, lui vorrebbe continuarla all’infinito, e comunque anche in Israele prima o poi un redde rationem dovrà esserci. Negli Stati Uniti, avremo un anno elettorale che sarà tutto da ridere se non da piangere, in cui le decisioni saranno estremamente difficili. Ci saranno poi le elezioni per il Parlamento europeo e, per restare a casa nostra, elezioni amministrative in importanti regioni e comuni. E ci saranno anche le elezioni in Gran Bretagna, magari meno importanti per il futuro dell’Europa dopo la Brexit ma comunque significative visto che si tratta pur sempre di una potenza che siede al tavolo dei grandi nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Le elezioni europee.
Credo che continueremo ad avere una maggioranza democristiano-socialista, però sarà una maggioranza molto più debole di prima, probabilmente con un aumento dei nazionalisti e dei populisti, con ricadute sul futuro politico dell’Unione europea tutte da pesare. Questo è un anno in cui si dovrebbe prendere atto delle difficoltà che abbiamo vissuto durante il 2023 e dovremmo pensare al futuro. Ma il condizionale è quanto mai d’obbligo, ed ha una forte venatura di pessimismo.

Perché, professor Silvestri?
Perché sarà un anno in cui penseremo, politicamente, al massimo alla settimana prossima. Con le elezioni, inevitabilmente, il problema sarà sopravvivere. Il problema non è pensare al futuro, nel senso storico del termine, ma pensare al futuro nel senso tattico, cioè il voto da guadagnare. Sarà un anno molto difficile, racchiudibile nel “io speriamo che me la cavo”. L’obiettivo minimo, e già sarebbe tanta roba, è cercare di evitare che le cose peggiorino. Devo dire che finora, nonostante il disastro politico che incombe un po’ dappertutto, in Europa tutto sommato abbiamo retto. Ha retto la Nato, ha retto l’Unione europea, non ci sono stati grandi balzi in avanti, però c’è stata una forte resilienza, che forse non c’aspettavamo e che mi auguro c’ispiri per il futuro. Questo è il mio augurio per il 2024.

I fronti più caldi. Partiamo da quello israelo-palestinese.
Il problema è che questa guerra può andare avanti anche per vent’anni. Nel senso che non è una guerra. Aver dichiarato guerra ad Hamas, è come la dichiarazione di George W. Bush di guerra al terrore. Una enorme cavolata, mi si passi il francesismo. Tu fai una operazione anti terroristica andando contro Hamas. Capisco che si voglia distruggere una siffatta organizzazione o comunque spuntarle gli artigli, ma non è una guerra. E il fatto che la conduci come una guerra è perché vuoi soddisfare un desiderio di sicurezza, un po’ retorico, della tua popolazione. Netanyahu ha dichiarato una guerra assurda. È una situazione senza senso. A Netanyahu, Biden lo ha spiegato molto chiaramente. Gli americani non fanno che ripetergli che loro hanno già fatto una cavolata simile in Iraq. Netanyahu non è un grande uomo di pensiero, ma certamente è un politico che sa benissimo come salvarsi, politicamente, la pelle. E finché c’è la guerra, lui è salvo. Sto aspettando il momento, se ci sarà, in cui gli israeliani recupereranno una “sanità mentale”. Per il momento non l’hanno recuperata. Mi lasci aggiungere che l’uso del termine “guerra” suggerisce uno scontro tra soggetti in qualche modo ugualmente legittimati, e questo rafforza Hamas e indebolisce Israele.

È pensar male ritenere che Netanyahu voglia prolungare la guerra almeno fino a novembre, alle presidenziali Usa, con la speranza che alla Casa Bianca ritorni il suo grande amico e sodale Donald Trump?
Se lui potesse, sì. Ma il tempo è lungo. E non credo che glielo permetteranno. Anche perché la situazione in Medioriente sta peggiorando. Gli iraniani stanno cominciando a dare i numeri. Le operazioni che stanno facendo con gli Houthi non sono semplice schermaglie di propaganda armata. E ora le cose rischiano di complicarsi ancor di più con l’uccisione a Beirut, in casa di Hezbollah, del numero due di Hamas. Per il momento i sauditi tengono tutti buoni perché non vogliono che vengano fatte operazioni militari in Yemen che potrebbero rinfocolare una guerra che a loro dà fastidio. Ma se l’Iran continua su questa strada, credo che la guerra sarà inevitabile. L’Iran è, almeno finora, prudente a Nord d’Israele ed è offensivo a Sud dell’Arabia Saudita, ma non è che questo doppio standard possa durare all’infinito. Mi auguro che anche gli iraniani sappiano fare di conto. Questa è la grande speranza di Netanyahu, che scoppi la guerra con l’Iran. Perché quella sarebbe una guerra vera. E gli Stati Uniti non resterebbero a guardare.

E sul fronte ucraino?
Ci sarebbero tutte le condizioni per arrivare ad una pace armistiziale, se non fosse che Putin non la vuole. Perché se la facesse, si certificherebbe il fatto che lui ha guadagnato qualche pezzo di territorio in Ucraina ma ha perso la guerra. Putin non vuole questo compromesso, per cui la situazione resta molto delicata. L’Europa sarà costretta a continuare ad appoggiare l’Ucraina, anche perché è un nostro interesse, perché Putin è troppo pericoloso per noi. Ma non è pensabile che l’Ucraina vinca. Putin si trova nella stessa situazione di Netanyahu. Se fa la pace, rischia di essere buttato fuori. E se è buttato fuori, è morto. D’altro canto, arrivare ad un armistizio solido, valido, comporta garantire l’Ucraina. E questo significa per Putin avere la Nato ancora più vicina a Mosca di quanto non sia già oggi. E come lo spiegherebbe al suo popolo, alla sua irrequieta nomenclatura, avere fatto una guerra per rafforzare la Nato. Quindi non lo fa. Putin può contare sul fatto che il popolo russo è abituato a soffrire. Bisogna vedere fino a quanto e a quando. Queste due guerre possono non finire nel 2024. E poi, parliamoci chiaro: per la fine della guerra di Gaza, noi proponiamo la soluzione dei due Stati. Ma chi la vuole veramente? La vogliamo noi Europa, forse Biden, ma non la vogliono né gli israeliani né i palestinesi. Ho paura che lì l’ultimo treno della pace sia passato da tempo. Ci sono degli israeliani che la vogliono, e sicuramente anche palestinesi. Ma non sono quelli che hanno la maggioranza della popolazione dietro. Ci vorrebbe una campagna di persuasione seria, sperimentando l’efficacia dell’intelligenza artificiale, come strumento di convinzione tra i popoli. Finora ha funzionato nel senso opposto, perché è molto più facile.

Il disordine globale si sta sempre più trasformando in una guerra globale?
Per fortuna la dissuasione nucleare funziona ancora. Non è ancora una guerra globale, però è chiaro che potrebbe diventarlo. E l’unico punto in cui potrebbe diventare guerra globale oggi, è nel Pacifico. Se Cina e Stati Uniti, Cina e Giappone, Cina e Corea del Sud, Cina e Vietnam, Cina e Asean, Cina e Australia, Cina e India, entrano in conflitto, noi avremmo quello che un grande storico inglese delle guerre, Michael Howard, diceva molti anni fa, presto l’Asia restituirà all’Europa il “favore” che le abbiamo fatto nel coinvolgerla in due guerre mondiali. E l’unica vera guerra mondiale che potrebbe scoppiare. Tutte le altre sono podromi, ancora controllabili. Terribili ma locali.

Questo disordine mondiale non racconta anche di un drammatico deficit di leadership mondiale?
Assolutamente sì. Ed è anche legato al fatto che le famiglie politiche tradizionali, che esprimevano la leadership, sono tutte, più o meno, in crisi, perché hanno difficoltà, specialmente nel nostro mondo, ad adattarsi ai mutamenti sociali ed economici in corso. L’elettorato è confuso, ed è facile preda di populismi avventuristi che non hanno alcuna soluzione ma solleticano lo spirito di rivalsa. D’altro canto il famoso “Sud globale”, che ambirebbe esprimere la nuova leadership mondiale, è ancora più carente di noi.

4 Gennaio 2024

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