La guerra in Medioriente

“Costi umani inaccettabili, Netanyahu è senza freni”, parla il generale Camporini

L’ex capo di Stato maggiore della Difesa: “Bibi vuol fare pulizia etnica nella Striscia? Può saperlo solo lui. L’ho incontrato due volte: non vorrei mai averci a che fare e se fossi israeliano non lo voterei mai”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

9 Dicembre 2023 alle 13:00

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Benjamin Netanyahu
Benjamin Netanyahu

“Ho avuto modo d’incontrare due volte Netanyahu e parlarci. Diciamo che non mi ha fatto una bella impressione. Se fossi israeliano di certo non lo voterei”. A parlare è il generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, e prim’ancora dell’Aeronautica militare, consigliere scientifico dello Iai (Istituto affari internazionali), tra i più autorevoli think tank italiani di politica internazionale e geopolitica. Dalla guerra di Gaza all’Ucraina, alla politica estera del governo Meloni. Un’intervista a tutto campo (di battaglia) quella dell’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa.

La guerra Israele-Hamas ha superato i due mesi. Dal punto di vista militare che bilancio si può trarre?
Sul piano militare si tratta di un’operazione volta a eliminare le fonti di minaccia alle popolazioni israeliane che abitano lungo il confine della Striscia di Gaza. Questa è l’essenza dell’operazione militare. In questo modo, però, non consideriamo quello che sta accadendo in Cisgiordania e sul fronte Nord. Su quest’ultimo fronte, in realtà non sta succedendo nulla di particolarmente significativo, sempre sul piano strettamente militare, se non il fatto che Hezbollah sente il dovere di far sapere che c’è ma nulla più di questo. Fa la faccia feroce e basta. Per tornare a Gaza, quella in atto da parte israeliana è una operazione militare secondo tutti i crismi, con il grosso problema che il nemico non è facilmente individuabile, non veste uniformi, e quindi non è distinguibile dalla popolazione civile di cui si fa scudo. Il che crea grossi problemi di carattere etico, in primo luogo, oltreché operativo. Questo è il succo di quello che sta accadendo sul terreno. Tutto ciò va inquadrato in quello che è l’obiettivo politico che si propone Netanyahu.

E quale sarebbe, generale Camporini?
È oggetto di speculazione. Se l’obiettivo politico è quello di eliminare Hamas e arrivare ad una situazione in cui sarà possibile individuare un interlocutore palestinese per avviare un dialogo costruttivo, è un discorso. Se, come qualcuno suppone e da più parti, dentro e fuori Israele si dice, l’obiettivo di Netanyahu è quello di espellere i palestinesi da Gaza e farli migrare altrove, allora il problema è molto diverso. Questo ce lo potrebbe dire solo Netanyahu nel momento in cui diventasse una persona aperta, cosa che al momento non è.

Un alto ufficiale israeliano ha sostenuto che uccidere due civili per eliminare un terrorista è un prezzo accettabile.
Non ho letto questa dichiarazione che così come riportata, mi pare campata in aria e inaccettabile. Leggevo invece l’altro giorno un discorso altrettanto disumanizzante, basato su termini matematici. Considerato il numero di vittime civili e la densità della popolazione di Mariupol e le vittime civili dichiarate da Hamas e la densità della popolazione della Striscia, a Mariupol è stato un inferno ancora superiore a quello di Gaza. È chiaro che un numero di vittime civili così elevato, che siano 16mila o che siano la metà o un terzo, non è che faccia molta differenza dal punto di vista etico. È comunque un prezzo altissimo che si fa pagare al popolo palestinese. C’è chi sostiene che il popolo palestinese sia complice di Hamas o che comunque abbia visto con molto favore ciò che è accaduto il 7 ottobre, e alcune scene di giubilo dopo il sanguinoso pogrom del 7 ottobre sono del tutto esecrabili, oppure che siano delle vittime della volontà di dominio di Hamas: qui entriamo in una diatriba opinabile, ognuno può pensarla come vuole, sta di fatto che il risultato finale è che il civile palestinese, anche quello che ha in antipatia Hamas, sta correndo dei rischi che sono sicuramente eccessivi rispetto al suo essere abitante di un territorio.

Lei in precedenza faceva riferimento agli obiettivi di Netanyahu. Da verificare, ha rimarcato. Ma il premier israeliano qualche indicazione in proposito l’ha già data e ribadita: non ha alcuna intenzione di affidare Gaza, una volta “cancellata” Hamas, All’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas.
Questo l’ha dichiarato. Se vuole sapere la mia opinione su Netanyahu…

Certo che sì.
Netanyahu l’ho incontrato. Sono stato “breifingato” da lui, parliamo del 2019, per poi incontrarlo di nuovo, brevemente, nel 2021. Non è una persona con cui mi piacerebbe avere a che fare. Non mi ha fatto una bella impressione. È sicuramente una persona che ha una visione priva di quei freni che io penso che un politico debba avere. È un giudizio personale, che lascia il tempo che trova. Comunque sia, se io fossi un israeliano non voterei Netanyahu.

C’è il rischio di un effetto domino sull’intero Medioriente se la guerra di Gaza andrà avanti, come sembra, ancora per mesi?
Non credo. Non c’è nessuna volontà, a parte l’Iran che comunque sta tirando il freno a mano, da parte degli attori locali di aprire ostilità di tipo militare. Questo vale per la Giordania, sicuramente per l’Egitto, la Siria non è in condizione di farlo così come l’Iraq. Il Libano è un guazzabuglio indescrivibile ma anche in questo caso non riesco a intravvedere una volontà dell’ala più estrema di Hezbollah di lanciarsi in una avventura militare. Non credo che ci sia questo rischio. Semmai ne vedo un altro…

Quale?
L’incancrenimento di questa situazione di guerriglia continua, con palestinesi che saranno preda di pulsioni terroristiche, che saranno sicuramente stroncate da Israele con mano pesante, nuovi impulsi alla violenza, ma non credo che ci sia la possibilità che il conflitto si estenda. Ci sono gli Houthi dallo Yemen. Ma non credo che al di là di qualche lancio dimostrativo di missili si possa andare.

Molti guardano agli stati Uniti come player centrale dei destini politici della Palestina, nonché d’Israele e delle relazioni arabo-israeliane. Un discorso che ci porta a unire due fronti di guerra: quello di Gaza e quello dell’Ucraina. Il Senato americano ha deciso il blocco degli aiuti militari sia all’Ucraina sia a Israele. Come leggere questa determinazione?
Io credo che questo sia il risultato non di una riflessione dei senatori americani sulla situazione reale sul terreno, ma sia il prodotto di un conflitto interno agli Stati Uniti, che rischia di avere gravi effetti collaterali, sia in Ucraina che in Medioriente. Dietro quel voto, non ci vedo una riflessione, giusta o sbagliata che sia, di politica internazionale. Ci vedo il desiderio di farsi lo sgambetto l’uno con l’altro.

Come giudica, a un anno dalle presidenziali, la politica estera del presidente Usa, Joe Biden?
Biden ha cominciato piuttosto male, con la vicenda afghana ereditata da Trump, il quale aveva creato tutte le premesse per il disastro. Biden è caduto in una trappola. Il risultato afghano è un risultato pessimo, sia a livello locale, per gli afghani – vediamo cosa sta accadendo dal ritorno al potere dei talebani in tema di diritti umani e delle donne – sia dal punto di vista strategico, perché ha minato alla radice la credibilità delle coalizioni occidentali e quindi ne ha sminuito la capacità di deterrenza nei confronti di chi ambisce a mestare nel torbido. Quello combinato in Afghanistan è stato un guaio molto grosso.

E sull’Ucraina?
Su questo fronte, ritengo che nessuno possa muovere alcun tipo di appunto a Biden, che si è comportato con determinazione e con prudenza. Determinazione nel sostenere gli ucraini, prudenza nel cercare di evitare di fornire a Mosca delle argomentazioni che potessero in qualche modo essere pericolose. Tutte queste azioni, dal Medioriente all’Ucraina, sono tuttora in corso e i risultati non si possono definire adesso, in un senso o nell’altro. L’altro giorno parlando con degli amici e scrivendo su dei blog, ho contestato certe uscite della stampa nazionale secondo cui Putin sta vincendo. Facevo notare che Putin ha già perso da un po’. Dal momento in cui è costretto alla difensiva, sprecando ingenti risorse umane e industriali nella difesa testarda di una parte del territorio ucraino che reclama come suo, con le difficoltà incontrate di fronte ad un esercito molto più piccolo, come quello ucraino, vuol dire che lo “zar” ha perso. Questa non è una partita di calcio in cui a un certo punto l’arbitro fischia la fine e si torna tutti negli spogliatoi. Però è chiaro che la Russia ne esce malissimo da questa situazione. Potrà cercare di aggiustare le carte ma non più di questo. E ciò va a merito di Biden che ha agito con molta determinazione. Si poteva fare di più e di meglio? Sì. Si potevano accelerare i tempi, sia per quanto concerne le decisioni sugli armamenti sia per quanto concerne le consegne, ma esistono ostacoli “fisici”, materiali.

Vale a dire?
Mi riferisco alla disponibilità reale di mezzi da concedere agli ucraini che si stia riducendo in modo sostanziale. La capacità di produzione in Occidente, dopo i tagli rilevanti che sono venuti negli anni 90 e agli inizi del 2000, si è fortemente ridotta. La produzione è molto limitata. Leggevo l’altro giorno che se oggi dalla Marina militare si chiedono proiettili calibro 127 per i propri cannoni navali, devono aspettare due anni per averli.

Abbiamo parlato del Medioriente, dell’Ucraina. Resta, è questo per l’Italia è fondamentale, il Mediterraneo. Possiamo dire che a fronte del fallimento degli accordi con la Tunisia e il perdurante caos libico, il governo ha fatto l’ennesimo buco nell’acqua?
Non è che avesse molte carte da giocarsi. Quello che il governo Meloni avrebbe dovuto cercare con maggiore determinazione è un accordo con la Francia. È chiaro che una incisiva politica sul Mediterraneo, l’Italia non la può fare se non c’è un accordo con i francesi, e i francesi a loro volta non la possono fare se non c’è un accordo con gli italiani. Bisogna far sì che i rispettivi governi divengano pienamente consapevoli della necessità di arrivare ad un accordo, definendo quelli che sono obiettivi comuni, perché abbiamo interessi comuni. Interessi che non sono confliggenti, nonostante quello che qualcuno a Parigi o a Roma possa ritenere.

9 Dicembre 2023

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