La guerra in Medioriente

Ecco perché gli USA hanno mollato l’Ucraina, parla Dario Fabbri

Il direttore di Domino: «Israele non sta vincendo la guerra e non ha un piano. L’unica preoccupazione di Bibi è recuperare la propria deterrenza.»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 7 Dicembre 2023

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Dario Fabbri
Dario Fabbri

Apocalisse Gaza. I calcoli di Netanyahu, il rischio di un effetto domino destabilizzante per l’intero Medioriente. La guerra globale che unisce Gaza all’Ucraina. L’Unità ne discute con Dario Fabbri, direttore di Domino, tra i più autorevoli analisti italiani di politica estera e geopolitica.

Gaza è un unico, immenso campo di battaglia. Una guerra di sterminio più che una resa di conti finale con Hamas.
Israele ha ripreso gli attacchi su Gaza da un lato perché non è stato trovato, almeno così riferiscono fonti diverse, tecnicamente un accordo per lo scambio degli ostaggi quando si tratta di militari israeliani. Con chi scambiarli, con quanti prigionieri palestinesi. Se per i civili una quadratura era stata trovata, al momento questo non è avvenuto per quanto riguarda i militari israeliani, e questo ha fatto riprendere le operazioni. Sullo sfondo, c’è un dibattito aperto, e tutt’altro che risolto, tra il governo israeliano e gli Stati Uniti. Gli americani affermano che senza andare nei tunnel sotterranei, non sarà possibile debellare Hamas, ma per far questo i tempi della guerra sono destinati ad allargarsi col rischio di altre migliaia di morti tra la popolazione civile gazawi e con il possibile allargamento del conflitto all’intera regione. Peraltro il danno d’immagine per Israele già adesso è ampio. Con una massiccia operazione terrestre a Gaza, destinata a prolungarsi nel tempo, questo danno si aggraverebbe ulteriormente. Allo stesso tempo, sempre gli Stati Uniti ricordano a Israele che la guerra la stanno perdendo sul piano tattico ma non strategicamente…

Vale a dire?
Se l’obiettivo dell’Iran, attraverso Hamas, era quello di distruggere gli Accordi di Abramo, questi rimangono tutti in piedi. L’Arabia Saudita ha annunciato una sospensione nelle trattative per una sua eventuale firma ma non ha rinnegato quella intenzione.

E Israele?
Israele risponde agli americani: sì, questo è vero ma gli Accordi di Abramo si basano proprio sulla capacità di deterrenza israeliana che è stata fortemente incrinata e messa in discussione dall’attacco del 7 ottobre. Sostiene Israele che gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, la stessa Arabia Saudita, mettiamoci anche Marocco e Sudan, ma anche Giordania ed Egitto, che non hanno firmato gli Accordi di Abramo perché non ne avevano bisogno essendo già legati a Israele da trattati di pace, si nascondono dietro la potenza militare dello Stato ebraico perché ritenuta inattaccabile. Se noi, è il discorso di Tel Aviv, non ripristiniamo quella deterrenza perde di valore.
Questo dibattito tra americani e israeliani, è una delle ragioni per cui prosegue la guerra, insieme al mancato accordo sugli ostaggi militari. Prosegue aggravando la sofferenza della popolazione civile della Striscia, e con una tattica ondivaga d’Israele che non si capisce dove voglia andare a parare.

Netanyahu ha legato il suo sempre più incerto destino politico alla guerra. In attesa e nella speranza che le presidenziali Usa del novembre 2024 riportino alla Casa Bianca il suo grande amico e sodale Donald Trump.
Il futuro di Netanyahu in questa vicenda c’entra fino a un certo punto. Nel senso che Netanyahu è, già prima della guerra, è un collante politico indispensabile per tenere assieme le varie anime politico-ideologiche della destra israeliana, anime confliggenti, tutte legate ad una visione, di cui abbiamo parlato anche su Domino, molto religiosa, messianica, d’Israele. Molto diversa dallo Stato ebraico originario, quello laico, socialista, degli esordi del ’48. In realtà Benjamin Netanyahu appartiene a questo filone. Un signore quasi ateo, di origini ashkenazite, che centra poco o niente con la popolazione ultraortodossa o orientale d’Israele, ed è lì perché lui riesce, essendo un animale politico con un pelo sullo stomaco invidiabile, usiamo un eufemismo, a coniugare queste varie anime. Il suo futuro è legato più a questo che ad altro.
Quanto all’ipotetico avvento di Trump, non è che se tornasse alla Casa Bianca avrebbe la bacchetta magica o i poteri di un imperatore. Gli Stati Uniti tengono innanzitutto agli Accordi di Abramo e anche con Trump presidente verrebbe chiesta cautela a Israele perché altrimenti Israele li farebbe saltare.

La guerra si è estesa alla Cisgiordania e, come lasciano intendere gli attacchi degli Houthi filo-iraniani dallo Yemen, potrebbe deflagrare all’intera regione.
È vero che la guerra si va estendendo anche ad altri fronti, come, appunto, quello degli Houthi, la Cisgiordania, ma per il momento, fortunatamente, non c’è stato l’effetto domino destabilizzante nell’intera regione. Ad esempio, non c’è stato un attacco massiccio da parte di Hezbollah. Quello sì sarebbe l’intervento che spariglierebbe le carte, aprendo un doppio fronte per Israele, che diventerebbe triplice con la Cisgiordania. Hezbollah ha dimostrato, nell’ultima guerra con Israele, quasi vent’anni fa, di non perdere lo scontro militare con Tsahal. Allora, per usare una espressione sportiva, finì in un pareggio, di certo Israele non vinse. Per ora Hezbollah ne rimane fuori, con la delusione di Hamas, per tante ragioni. Perché non crede che Israele stia vincendo la guerra. E in effetti sul campo Israele la guerra non la sta vincendo, se vincere significa debellare Hamas. Lo stesso scambio di prigionieri è avvenuto, tutto, nel nord della Striscia, il che dimostra, al di là dei comunicati dell’esercito israeliano, che Hamas resta molto attiva anche nel nord della Striscia di Gaza. E poi c’è l’Iran. L’Iran non è granché quando si tratta di fare la guerra diretta, l’ultima risale agli anni ’80 contro l’Iraq e andò molto male per Teheran. La Repubblica Islamica è molto più capace ad utilizzare i suoi agenti che per ora, soprattutto Hezbollah, rimangono fuori dalla contesa. Il conflitto si sta allargando, questo sì, ma non quanto potrebbe.

L’ambiguità regna sovrana sul dopoguerra. Netanyahu non intende rimettere in gioco l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, tantomeno aprire ad una soluzione “a due Stati”. La guerra come fine politico in sé.
Concordo. Non si capisce quale sia il disegno d’Israele per il dopoguerra. Alla mitologica soluzione a due Stati credo che ormai non creda più nessuno. È diventata un vessillo da sventolare che purtroppo non ha una sua reale sostanza. Tutto ciò su cui Israele si concentra in questo momento è ripristinare la propria deterrenza, possibilmente facendo pagare il prezzo più alto ad Hamas, distruggerlo mi pare alquanto improbabile. D’altro canto, è arcinoto che Israele ha favorito l’ascesa di Hamas, specialmente dal 2007 in poi, anche lasciando che arrivassero i finanziamenti del Qatar verso Hamas, perché era utile, come lo è tuttora, per dividere il fronte palestinese, alimentando la contrapposizione tra Fatah-Anp e Hamas. Ma quale sia il piano di lungo periodo d’Israele per la questione palestinese, questo non è chiaro. Perché quel piano semplicemente non esiste, se non quello di gestire la Cisgiordania sul piano militare con le infiltrazioni delle colonie. Se potesse Israele continuerebbe su questa strada, immaginando di occuparsi della questione più larga chissà quando e chissà come.

L’Arabia Saudita di MBS può essere il player arabo decisivo per dare finalmente uno sbocco politico alla questione palestinese?
Dubito fortemente che l’Arabia Saudita possa avere un ruolo di primo piano in questa vicenda. È vero che Riad ha necessità di ripulirsi il volto specialmente in Occidente, come dimostrano tutte le sue iniziative di questi anni, least but non last la vicenda di Expo 2030, ma è altrettanto vero che l’Arabia Saudita ha una pessima opinione di Hamas, più che pessima. Storicamente Hamas è sola ed è per questo che è finita nelle braccia dell’Iran, quando l’Iran persiano, dunque sciita, dovrebbe essere un nemico naturale per un movimento arabo e sunnita come Hamas. Una delle ragioni perché finisce nelle braccia dei persiani-sciiti iraniani, è perché Hamas non ha amici, tantomeno i sauditi, che vedono tutto ciò che afferisce alla Fratellanza Musulmana come un nemico. Tutto questo mi porta a dubitare fortemente che l’Arabia Saudita possa essere un attore decisivo in questa vicenda.

Da una guerra all’altra. Ucraina. Siamo ai titoli di coda per Volodymyr Zelensky?
Dobbiamo mettere insieme il fronte mediorientale e quello ucraino. Noi lo facciamo nel numero di Domino in edicola, che s’intitola Fronti di guerra globale. E questi fronti sono proprio quello mediorientale e quello ucraino.
Gli americani vogliono da un lato che non si allarghi la guerra in Medioriente, e dall’altro congelare la guerra in Ucraina. Perché la controffensiva ucraina è andata malissimo, non solo non ha rosicchiato terreno, ma ha dimostrato come gli armamenti ipertecnologici che l’Occidente ha fornito a Kiev tramite la Nato, sono finiti nel mirino della Russia. I carri armati di produzione tedesca, in dotazione all’esercito ucraino, hanno subito ingentissime perdite nello scontro con la Russia. L’impressione da parte americana è che il conflitto possa solo peggiorare per Kiev e che sia necessario trattare con i russi, anche per eliminare una distrazione…

Quale?
Per gli americani più fronti si aprono, più vi finiscono dentro, s’impantanano e si distraggono dal teatro dello scontro principale, quello con la Cina, nell’indopacifico. Quanto a Zelensky, non vuole cedere, non vuole arrendersi e punta i piedi. Gli americani, lo raccontiamo nel numero di Domino, gli stanno già creando alcuni antagonisti interni, specie sui media anglosassoni. Coloro che oggi criticano maggiormente Zelensky, lo fanno sui media statunitensi o britannici. E poi c’è questo richiamo, invero un po’ beffardo, che arriva da alcuni politici americani, a celebrare le elezioni il prossimo anno in Ucraina. Se non fosse che non si capisce bene con quale crisma di legalità si potrebbero tenere elezioni libere, democratiche, partecipate in un Paese devastato dalle bombe. Ma al momento gli americani per distrarre Zelensky o cercare di metterlo in difficoltà, gli propongono anche questo.

7 Dicembre 2023

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