Raffica di flop

Salvini prova a mangiarsi la Meloni, lei torna alle origini e abbraccia Orban

“Bisogna tornare a quello che faceva lui da ministro degli Interni”, la Lega rinfaccia alla premier il fallimento sui migranti. Ma il tema vero è il rapporto con l’Ue.

Politica - di David Romoli - 15 Settembre 2023 alle 12:30 AGGIORNATO IL 16 Settembre 2023 alle 09:51

Salvini prova a mangiarsi la Meloni, lei torna alle origini e abbraccia Orban

La Lega addenta e nel mirino c’è direttamente Giorgia Meloni. Il terreno di gioco è quello che più si adatta alla retorica di Salvini, l’immigrazione, ma la vera posta in gioco è il rapporto con l’Europa. Nel caso che il capo non fosse stato abbastanza chiaro ci pensa il suo vice, Andrea Crippa, a puntualizzare: “Bisogna tornare a fare ciò che faceva Salvini da ministro degli Interni. Ha dimostrato che i problemi si possono risolvere con atteggiamenti più rigidi”.

Se avesse accusato apertamente la premier di mollezza sarebbe stata la stessa cosa, e del resto Crippa non la manda a dire neppure da questo punto di vista: “Meloni ha giustamente provato a risolvere con la via diplomatica ma l’Europa non ci sta aiutando”. La presidente sul banco degli imputati non commenta. Ci pensa il ministro degli Esteri e vicepremier Tajani, smentendo implicitamente il de profundis leghista, l’annuncio del fallimento della via diplomatica: “Il ministro degli Esteri sono io e se Salvini parla di atto di guerra non devo commentare”. Poi però, in aula, ripete anche lui che il “piano Mattei non può bastare senza un Piano Marshall europeo” e sottolinea che “Francia e Germania parlano di movimenti secondari ma il vero problema è l’immigrazione primaria, le migliaia di persone che stanno arrivando in una situazione esplosiva”. Il collega Musumeci, poi, non esita ad affermare che “l’Italia è stata lasciata in una solitudine affollata di ipocriti”.

Ieri tutti, von der Leyen, Macron, la ministra tedesca degli Interni Faeser hanno ripetuto come un mantra che il problema immigrazione può e deve essere risolto solo a livello europeo ma sono parole. La realtà è che in Europa, come sempre, prevalgono gli egoismi nazionali. E’ un fallimento per l’Unione ma lo è anche per la politica di Giorgia Meloni. Ieri la parola presente in tutte le dichiarazioni degli esponenti dell’opposizione era fallimento, ma sarebbe più preciso parlare di fallimenti. Al plurale. La strategia sull’immigrazione, che ha peggiorato la situazione e non di poco. Il tentativo di dar corpo a una maggioranza Ppe-Conservatori-Liberali lasciando fuori i socialisti ma anche gli “estremisti” del gruppo Identità e democrazia, tra i quali la stessa Lega.

Un progetto colpito e affondato proprio dal Ppe nell’ultima settimana. L’ambizione di gestire i rapporti diplomatici tra Unione e Tunisia, che si era già dimostrato inutile con l’ondata di arrivi dalla Tunisia, ma che è stato seppellito anche formalmente ieri dalle porte chiuse da Saied in faccia alla delegazione dell’Europarlamento. La chimera di un dialogo con la Bce per allentare la garrota del rialzo dei tassi, svanita di fronte alla scelta di Lagarde di alzarli invece ulteriormente. La lotta all’inflazione viene prima di tutto e se costerà la recessione la Banca se ne farà una ragione.

A fronte di questa raffica di fallimenti, con una Lega che vede il varco e ci si lancia con l’abituale ruvidezza e un elettorato deluso soprattutto dalla mancanza di risultati sul fronte identitario per eccellenza, quello dell’immigrazione, la premier italiana si trova spinta nella direzione che non vorrebbe prendere: quella del ritorno ai ruggiti delle origini. Ieri era a Budapest, dal padre nobile di tutti i sovranismi, l’ungherese Orbàn. Come spesso le capita all’estero, Giorgia ha dismesso i panni della leader responsabile passando al comiziaccio. Dice di combattere “per dio e per la famiglia”, quella tradizionale, s’intende. Riprende nella sostanza la sparata del cognato ministro Lollobrigida perché i migranti “possono essere utili per l’economia ma non possono ovviare al calo demografico”.

Ma nell’escursione ungherese c’è qualcosa in più del solito “Yo soy Giorgia”. Nell’ultimo anno la premier italiana, pur senza mai prendere ufficialmente le distanze dall’ungherese aveva limitato al massimo i rapporti. I due governi di destra erano divisi su elementi tanto fondamentali quanto la guerra in Ucraina e il patto europeo per l’immigrazione sponsorizzato dall’Italia ma contrastato fieramente da Ungheria e Polonia.

Nel comunicato conclusivo di queste divisioni non sembra restare nulla. Concordia nella “condanna dell’aggressione russa” e nell’ “auspicio di una pace giusta”. Intesa piena nel reclamare la necessità di “agire con rapidità e determinazione” sul fronte dell’immigrazione, “sfida comune per l’Unione che richiede una risposta collettiva”. Non significa che Meloni abbia già data per persa l’intera strategia sin qui adottata, la ricerca di un rapporto pienamente pacificato con l’Europa. Ma incalzata dalla realtà, dalle manovre dell’alleato leghista e soprattutto dai suoi fallimenti, si ritrova sempre più costretta a tornare alle origini. Alla destra di Viktor Orbàn.

15 Settembre 2023

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