L'arresto dell'ex presidente

Trump, il ribelle e l’autocrate nella corsa verso la postdemocrazia

Cafone, bugiardo, prepotente. Perché Trump piace? Semplice. È la reazione violenta della ricca società bianca alla ferita subita dopo l’arrivo di un afroamericano dentro lo Studio Ovale

Esteri - di Michele Prospero - 26 Agosto 2023 alle 10:42

Trump, il ribelle e l’autocrate nella corsa verso la postdemocrazia

In una delle prigioni più malfamate d’America sono state prese le impronte digitali dell’ex presidente Trump, accusato di election interference ovvero di slealtà costituzionale volta ad alterare attraverso i brogli dell’amministrazione il libero responso della sovranità popolare. Come a tutti i detenuti, anche all’incriminato del grave reato di eversione politica è stato assegnato un codice numerico.

Con un attestato vergato dall’autorità carceraria è stato finalmente svelato, invero mediante congiunzione disgiuntiva, anche il colore dei suoi capelli. Ce la farà adesso il prigioniero dalla testa di “fragola” a convertire la foto segnaletica, nella quale maliziosamente si propone con la nota postura di Churchill, in una formidabile arma a disposizione della sua comunicazione mistificante per puntare alla riconquista dello Stato?

La sorprendente crisi politica americana ha mutato la Casa Bianca, il simbolo più antico dell’equilibrio dei poteri e del rispetto pieno da parte dei duellanti dei riti formali della contesa per la leadership, in una Casa Rosada qualsiasi il cui inquilino, una volta spodestato dagli elettori irriconoscenti, non esita a provare la via illegale della resistenza pur di rimanere ancora al comando. Alla piazza rivoltosa e violenta intenta ad assaltare Capitol Hill, con scene di saccheggio sciamanico che lo sconfitto comandante in capo guardava compiaciuto dagli schermi televisivi, Trump ha aggiunto la spericolata manovra di palazzo, impartendo – secondo i capi d’imputazione – disposizioni reiterate ai funzionari pubblici al fine di fabbricare un diverso esito delle presidenziali.

Per cogliere la gravità dell’emergenza costituzionale, è riduttivo soffermarsi solo sul modo apertamente sedizioso di uscire di scena prescelto da un politico irresponsabile. Rilevante è anche capire come sia stato possibile che una “ex star della reality TV”, un tipo che ama paragonarsi ad una rock star e dice di essere come Elton John, si sia affermato con il suo linguaggio violento, dapprima, nell’arena mediatica quale interprete verace di desideri inconfessabili, infine, persino nel voto arrivando a conquistare il potere assieme alla sua dura retorica dell’odio (“Al diavolo la diversità: mantieni l’America americana”).

Trump è la vistosa manifestazione di un qualcosa di profondo nelle mentalità che abbatte antiche restrizioni lessicali e tenta di levigare nell’inconscio politico americano una cicatrice che si è aperta con l’affronto di un afroamericano allo Studio Ovale. Attraverso esagerazioni, aggressioni, invettive, monta uno tsunami anti-istituzionale che offusca la linea di demarcazione pubblico-privato, si sbarazza del principio di realtà, del valore confermativo dei fatti, dell’argomentazione logica. “Un tempo questa nuova retorica della rabbia sarebbe stata un suicidio politico. Oggi entra in sintonia con decine di milioni di americani mentre le cadenze e i modi di dire che imperversavano un tempo in campagna elettorale cominciano a sembrare, e non solo a loro, evasivi, ingessati e lontani” (M. Thompson, La fine del dibattito pubblico, Milano, 2017).

Non si afferra appieno il senso del trumpismo senza inquadrarlo nel cuore della cavalcata di una nuova destra mondiale, spesso con simpatie putiniane, che si è fruttuosamente inserita nel solco dei mutamenti della politica registrati a seguito del trentennio neoliberista e si è acconciata a riempitivo dei vuoti spalancati dalla grande crisi economica del 2007. I sociologi A. Schäfer e W. Streeck (Politics in the Age of Austerity, Cambridge, 2013) hanno descritto con efficacia la conseguenza di sistema dell’età del neoliberismo come l’ascesa di democrazie alquanto snaturate che si configurano sempre più quali organizzazioni ibride “co-governate dai capitali dei mercati globali”. Entro questi nuovi esemplari di esecutivi trainati da ricchi imprenditori che impongono forme di privatizzazione del politico, avanzano la crisi della rappresentanza sociale, il declino dei partiti, la smobilitazione delle classi lavoratrici.

L’esaurimento della funzione politica dei Repubblicani americani, scalati da un magnate antipolitico e costretti a subire i contraccolpi culturali di una netta radicalizzazione di destra, e lo sviamento dei Conservatori inglesi, alle prese con le spinte referendarie euroscettiche e nazionaliste, fanno del 2016 l’anno orribile delle democrazie anglosassoni. E’ stata coniata la locuzione “farumpismo” per mostrare l’intreccio tra il tumulto della Brexit guidato da Farage, e subito con miopia estrema dai Tories, e l’offensiva di Trump contro il caos di Washington (the mess in Washington). Le due liberaldemocrazie più antiche si rivelano improvvisamente regimi vulnerabili, perdono solidità istituzionale e saldezza delle classi dirigenti, assumendo il volto della degenerazione per la comparsa di un’alta società liquida, pronta a cavalcare derive demagogiche e autocratiche.

Nel 2016 Trump, l’antisistema spaccone e sobillatore, che si esibisce con l’habitus anti-borghese e anti-formale, trafigge Hillary Clinton raffigurandola agevolmente come portabandiera della finanza, una esecutrice docile degli ordini dei pezzi grossi di Wall Street. Presentandosi con proposte surreali e volgarità calcolate, per mostrare come è fatto uno che dice apertamente le cose come stanno, riesce a sfornare una combinazione di nativismo, autoritarismo e populismo. Ricorrendo alla demonizzazione come arnese retorico, attingendo allo stile politico paranoide del Tea Party (Obama è “un musulmano segreto”, “uno straniero”, “un socialista”, “un comunista”, addirittura “il fondatore dell’Isis”), nutrendosi da ultimo finanche delle teorie complottiste di QAnon, il tycoon riesce a sfondare nel gradimento del pubblico. Oltre ai conservatori tradizionali e tradizionalisti, mobilita gli alfieri del governo federale minimo, le sensibilità anti-élite, i nemici della invasione musulmana, i fanatici imbevuti di luoghi comuni contro gli immigrati irregolari che spacciano droga, abbassano le retribuzioni e rubano il lavoro.

La “bonifica della palude di Washington” porta però al potere proprio i più ricchi: i 13 componenti (bianchi) del gabinetto di Trump hanno un reddito netto di 14,5 miliardi di dollari e sono espressione di grandi società, lobby, potentati economico-finanziari (N. Klein, Shock politics. L’incubo Trump e il futuro della democrazia, Milano, 2017). Il miliardario sceso nell’agone, che minaccia le imprese che delocalizzano in Messico e dichiara guerra commerciale alla Cina, cerca di sintonizzarsi con l’irritabilità diffusa e proietta nel regno politico impulsi individuali e collettivi che in precedenza non avevano cittadinanza nella vita pubblica. Convinto di essere al di là della verità e della post-verità, il presidente del “coup d’Trump” sintetizza una forte ragnatela di interessi e amministra secondo le pressioni delle big companies Apple, Ford, Microsoft, Goldman Sachs, che sollecitano tagli alle tasse e accordi commerciali bilaterali (T. J. Coles, President Trump, Inc., London, 2017).

Utilizzando la collaudata tattica del capro espiatorio che tramuta il mondo in rappresentazione, macchinazione e cospirazione, riscaldando paure e pregiudizi, il businessman outsider e vendicatore dei soprusi e degli intrighi orditi dall’establishment si trasforma in vittima ostacolata da complotti, trame, potenze oscure che lo osteggiano nel suo cammino di redenzione. La duplice maschera di Trump è stata ben compresa dallo studioso H. König (in W. Brömmel, H. König, M. Sicking, Populismus und Extremismus in Europa, Bielefeld, 2017): “Nel ruolo di fratello ribelle, i suoi sostenitori lo chiamano The Donald, nel ruolo del padre della nazione lo chiamano Big Daddy. La ribellione richiede l’inesorabile e continua rottura di numerosi tabù. Ma il ribelle non è solo un imbroglione, è anche colui che ha fatto un sacco di affari, riportando ovunque successo e per questo è giunto ai vertici. Il carisma alimenta entrambi i momenti, l’indisciplina ribelle e l’autorità che viene dal successo”.

Fitte nubi si addensano su tutto l’occidente se il detenuto di Atlanta, afflitto dal “dubbio paranoico della realtà della realtà”, riuscirà, dopo aver recuperato con energia lo scettro del partito, a riprendersi anche la Casa Bianca, trascinato dall’entusiasmo fideistico dei suoi scalmanati seguaci. Piegando, grazie all’iniezione di cariche infinite di rancore, le fiacche resistenze dei Democratici aggrappati ad un vecchio cavallo debole, Trump avrà compiuto un capolavoro di sovversione.

Tramite le procedure trasfigurate della società aperta, egli avrà inferto una percossa micidiale ai canoni del costituzionalismo, alle regole della separazione dei poteri. Altro che Usa come punta di diamante nello scontro globale tra democrazie ed autocrazie. E’ chiaro che in quel preciso istante, con la tecnica del colpo di Stato legalizzato, sarà ufficialmente certificato l’avvento della post-democrazia. E non sarà un bel giorno.

 

26 Agosto 2023

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