La portavoce di Sea Watch

Intervista a Giorgia Linardi: “La Libia tortura e l’Italia la riempie di soldi”

Tutto ciò in connivenza tra trafficanti e autorità costiere. E noi la riteniamo sicura per fare accordi

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

15 Giugno 2023 alle 15:30

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Intervista a Giorgia Linardi: “La Libia tortura e l’Italia la riempie di soldi”

Sulla Libia: «Ho parlato recentemente con persone che hanno visto compagni di viaggio cui è stato dato fuoco per torturarli, mentre venivano filmati per ricattare le famiglie. E persone decapitate e la cui testa è stata impalata per non aver trovato i soldi per pagare la traversata. Tutto ciò in connivenza tra trafficanti e autorità costiere. La Libia continua a non concedere i visti. La riteniamo sicura per fare accordi di contenimento ma non si dà nemmeno accesso minimo alle organizzazioni umanitarie». A parlare è Giorgia Linardi, portavoce della Ong Sea Watch in Italia.

Tunisia, Libia, il Mediterraneo che continua ad essere il “Mare della morte”. Ciononostante si continua con la linea securitaria.
È una realpolitik serrata, senza prospettive di lungo periodo. Una politica tragicamente fallimentare. È impressionante vedere quello che è accaduto a livello di relazioni internazionali, incontri e sviluppi sia in ambito bilaterale che europeo, in una settimana.

Ripercorriamola questa settimana.
Martedì la premier Meloni era in Tunisia, una visita bilaterale. Mercoledì ha ricevuto a Palazzo Chigi una delegazione di ministri libici per siglare un nuovo accordo con la Libia che tra l’altro va proprio a rafforzare gli aspetti più critici del Memorandum del 2017, quelli più securitari e che riguardano il supporto tecnico-logistico per il controllo delle frontiere e il contenimento dei migranti. Due incontri in cui l’approccio resta quello di trattare i Paesi del Nord Africa come dei Paesi “scatolone” da riempire di migranti ad ogni costo. Prestandosi ad un ricatto notevole perché questi Paesi la pressione migratoria è una carta importante che possono giocare per chiedere più soldi, più legittimazione, più supporto in Europa. Per quel che riguarda la Libia, non dimentichiamo che la premier Meloni ha incontrato sì esponenti del governo di Tripoli la settimana scorsa per siglare una nuova intesa attraverso il Viminale. Tuttavia poco prima ha incontrato anche il generale Haftar che controlla l’area della Cirenaica da cui negli ultimi mesi si sono registrate moltissime partenze. Parliamo dell’area più a Est di Tripoli, l’area di Bengasi. Da una parte il generale Haftar che ha bisogno di legittimazione politica e ha un interesse a stringere relazioni aldilà del Mediterraneo e dall’altra c’è l’Italia che ha interesse a prevenire gli arrivi dal Nord Africa. Ma la settimana non finisce qui.

Cos’altro c’è stato?
Dopo la visita in Tunisia, il giorno dopo la premier Meloni riceve la delegazione di ministri libici a Palazzo Chigi. Nelle stesse ore in cui avviene questo incontro, un ragazzo soldato sudanese a cui era stato messo in mano un fucile a 12 anni, poi scappato dopo essere passato attraverso 17 prigioni in Libia, ha raccontato la sua storia alle Commissioni riunite Affari esteri e Difesa in un’audizione che ha riguardato le più importanti Ong operanti nel Mediterraneo. Nello stesso momento in cui si siglava una nuova dichiarazione d’intenti con la Libia attraverso il Viminale, che va a rafforzare gli aspetti più critici del patto del 2017, a livello securitario e per il contenimento dei migranti senza guardare in alcun modo all’aspetto relativo ai diritti, le Ong e un sopravvissuto venivano audite in Parlamento. Ciò denota l’ipocrisia massima di questa situazione. Qual è il valore che viene dato alla nostra testimonianza se nello stesso momento si procede con uno sviluppo fortissimo nella direzione opposta rispetto a quella che si era evidenziata in Commissione. È un approccio che calpesta malamente i diritti umani e anche la dignità dell’Italia, un Paese che questi diritti si è impegnato a difendere attraverso l’ordinamento costituzionale che si è dato. Nella giornata di giovedì si procede in ambito Ue con la votazione del patto europeo su migrazione e asilo. Un patto in cui non c’è nessuna traccia rispetto a tre punti per noi fondamentali…

Quali?
Vie alternative per arrivare in Europa. Se l’Europa afferma che vi sia una pressione migratoria insostenibile e rimarca che la lotta al traffico di esseri umani sia una priorità, quale altra possibilità viene data a persone che oggettivamente hanno la necessità di lasciare il proprio Paese? Grande assente, come sempre, è il rafforzamento delle alternative legali e sicure per raggiungere l’Europa. Altro grande assente è l’impegno nel soccorso in mare. Le persone continuano ad annegare davanti alle nostre coste. Stando agli ultimi dati condivisi dall’Oim siamo a 1166 persone morte nel Mediterraneo da inizio anno. E questo prima dell’ultima strage a largo delle coste greche. E sono i morti accertati, chissà quanti sono quelli di cui non sapremo mai nulla. Sul soccorso in mare ancora una volta non c’è nulla se non l’obiettivo di rafforzamento delle frontiere attraverso i patti bilaterali volti all’esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Europa. L’altro punto mancante è quello relativo all’integrazione. Le novità, in negativo, introdotte dal patto europeo riguardano i ricollocamenti. Un approccio che tratta i migranti come pacchi. Il nostro ministro dell’Interno qualche mese fa aveva definito le persone rimaste a bordo di una nave di soccorso, “carico residuale”. Un ministro, Piantedosi, che rispetto alle negoziazioni con l’Europa ha tenuto il punto dicendo non vogliamo diventare, cito testualmente, “il centro di raccolta” di migranti dell’Unione Europea. “Centro di raccolta” è un linguaggio più da netturbino, con tutto il rispetto per i netturbini, che da ministro dell’Interno. Come si può definire quelli che sono negoziati politici a livello europeo su un tema fondamentale, com’è quello migratorio, che ci riguarda e ci riguarderà negli anni a venire, con una terminologia che elimina completamente la dimensione umana e la riduce a pacchi se non addirittura a spazzatura.

Una novità è il meccanismo dei ricollocamenti.
Un meccanismo che non fissa obblighi e che comunque prevede che gli Stati possano riuscire a non permettere l’ingresso nel loro Paese di persone ricollocate dal primo Paese d’arrivo, attraverso le compensazioni economiche. L’Italia ha tenuto il punto anche su questo dicendo non vogliamo soldi dai Paesi membri dell’Ue che non vogliono prendersi migranti che arrivano in Italia, questi soldi vogliamo che siano utilizzati per creare un fondo che vada a finanziare i progetti di cooperazione con Paesi terzi, cioè la dimensione esterna, il contenimento delle persone ad ogni costo in Paesi che non sono sicuri. Lo sappiamo ormai da anni. In Tunisia è nota la condizione drammatica delle persone migranti che già era difficile prima della dichiarazione razzista del presidente Saied, del febbraio scorso. Ci sono state persone della società civile tunisina che hanno nascosto persone nere a casa loro. Persone terrorizzate costrette a lasciare i loro alloggi, il loro lavoro, e letteralmente nascondersi, non farsi vedere, in un Paese dove fino al giorno prima, in qualche modo pur non vedendo riconosciuto alcuno dei loro diritti, perché in Tunisia manca un sistema nazionale di asilo, lì stavano. Ora è iniziata questa caccia all’uomo nero che rende insopportabile la condizione di queste persone in un Paese che sta peraltro collassando di suo. In Tunisa c’è inoltre un problema enorme legato al rifiuto dei visti da parte di chi ne fa domanda. Ma l’Italia e l’Europa stanno chiudendo gli occhi di fronte a questa tragica realtà. Una realpolitik cinica, miope, senza prospettive di lungo periodo, e che per giunta si presta perfettamente e sempre di più al ricatto. Stiamo insegnando noi, Unione Europea, ai Paesi nordafricani come ricattarci.

A quale prezzo?
Rinunciando in tutti i modi a chiedere in cambio una cosa fondamentale. Che noi abbiamo non il diritto ma il dovere di chiedere: il rispetto nei confronti dell’Unione Europea che avviene attraverso il rispetto dei diritti umani. I diritti umani, almeno sulla carta, sono parte dei valori fondanti delle democrazie dell’Unione Europea e dell’Unione Europea come istituzione comunitaria. Il fatto che non si chieda nulla quanto al rispetto dei diritti umani delle persone e si accetti che questi Paesi possano contenere le persone ad ogni costo, è qualcosa che trovo estremamente doloroso dal punto di vista umanitaria ma anche poco lungimirante dal punto di vista politico e delle relazioni internazionali. Si sta solo facendo una corsa forsennata per trovare il modo di arginare le partenze dalle coste del Nord Africa.

15 Giugno 2023

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