Parola al professore

Intervista a Massimo Cacciari: “L’inchino al liberismo ha ucciso la sinistra”

"Una grande sconfitta come quella che la sinistra europea aveva conosciuto con la prima guerra mondiale"

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

7 Giugno 2023 alle 11:02 - Ultimo agg. 7 Giugno 2023 alle 12:03

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Intervista a Massimo Cacciari: “L’inchino al liberismo ha ucciso la sinistra”

Una sinistra senza una visione e un pensiero forte sui grandi temi dei nostri giorni – la guerra, il cambiamento climatico, le migrazioni, le diseguaglianze – merita di essere definita tale?
La cosiddetta sinistra europea, che poi chiamandola per nome e cognome significa una tradizione socialista e socialdemocratica, o in Italia nell’ambito dell’azionismo e per certi versi di una sinistra popolare democristiana, quella cultura politica lì ha subito, tra gli anni ’80 e ’90 una débâcle culturale, antropologica, completamente rasa al suolo dal neo liberismo. Si è arresa completamente al neo liberismo. I primi sono stati, a livello internazionale, i Blair, i Clinton. E poi è stata travolta dall’ondata neo liberista. Non sto facendo accuse. L’ondata c’è stata. È stata formidabile. Tutto ciò che ha portato la rivoluzione tecnologica, la riorganizzazione di tutti i fattori produttivi. E poi la vittoria totale degli Stati Uniti nella guerra fredda, anche quello ha contato. È stata una débâcle culturale alla quale non si è stati in grado di resistere in alcun modo, per cui oggi ci troviamo alla fine di questo percorso senza nessuna idea riguardante le politiche sociali, le politiche economiche, la politica estera, le questioni internazionali, a rimorchio del pensiero unico dominante. Una grande sconfitta culturale, storica, simile a quella che la sinistra europea aveva conosciuto con la prima guerra mondiale. Anche lì si è completamente massacrata una tradizione di sinistra di allora, questa è stata ripresa dopo la sconfitta del nazifascismo, in particolare in Europa, con tutti i decenni socialdemocratici dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni ’70 dopodiché c’è stata l’affermazione del pensiero neo liberista su tutti i piani, da quello politico al piano economico.

Come declinerebbe oggi lo scontro in atto tra conservazione e progresso se non attraverso le categorie di destra e sinistra?
Sono trent’anni che lo vado ripetendo: c’era bisogno, un bisogno assoluto e inevaso, di una revisione completa delle categorie del welfare. E una sinistra non anchilosata culturalmente avrebbe dovuto essere una sinistra che riorganizzava completamente lo Stato in modo che lo Stato per sopravvivere non avesse bisogno di politiche fiscali assolutamente intollerabili. Bisognava ripartire dalla crisi fiscale dello Stato, revisionando le politiche socialdemocratiche, se si voleva continuare a difendere i ceti meno abbienti, le classi lavoratrici. Questa riorganizzazione non è stata fatta, la sinistra è stata statalista esattamente come la peggiore destra, non è stata in grado di mettere in campo un minimo disegno decente di riforma istituzionale né a livello nazionale né a livello europeo che era quello fondamentale. Non c’è stata nessuna democratizzazione e sburocratizzazione dell’Unione Europea. E poi il cedimento totale nei confronti delle politiche atlantiche. Con l’Europa che ha perso ogni ruolo di mediazione, di ponte, che aveva tenuto, bene o male, ancora negli anni ’70 e ’80, vedi la posizione europea e quella italiana di quei tempi sui grandi conflitti mediorientali. E di come si è passati da una posizione davvero autonoma, come quella di Moro ma anche di Craxi, negli anni ’70 e ’80, ad una posizione assolutamente servile anche nei confronti delle cose più sciagurate come l’intervento in Iraq.

E oggi si ripropone sull’Ucraina?
Tale e quale. L’incapacità totale di svolgere un’azione anche di semplice interposizione onde evitare, o quantomeno tentare di evitare, i massacri. La nullità assoluta dell’Unione Europea sulle grandi crisi internazionali: Iraq, Afghanistan, adesso l’Ucraina. La totale assenza. C’è Erdogan, c’è la Cina, ci sono gli Stati Uniti e la Russia, con l’Europa è al seguito. Sulla questione Ucraina c’è stata una débâcle culturale totale da parte della sinistra italiana ed europea. La politica dell’Unione ha permesso ai popoli dell’Europa occidentale il più lungo periodo di pace e per alcuni decenni anche di prosperità di tutta la loro storia, ma non ha saputo diventare protagonista di nuovi assetti, equilibri su scala globale. Ha seguito ciecamente le speranze e le mire di una egemonia americana sui processi di globalizzazione dopo lo sfracello dell’Urss, se non addirittura i deliri sulla “fine della storia”. Non ha saputo, come sarebbe stato del tutto possibile, dar vita a grandi piani di cooperazione con i Paesi del Medio Oriente, del Maghreb, dell’Africa, da cui provengono e continueranno a provenire, che vi siano o non vi siano guerre e carestie, flussi migratori dovuti a drammatici squilibri economici e demografici. Le sciagure destano qualche lacrima magari sincera, ma non insegnano nulla. Come nulla ha insegnato la catastrofe balcanica seguita al crollo della Jugoslavia.

Ci si riprenderà?
Come è stata una débâcle la prima guerra mondiale, la débâcle delle socialdemocrazie che si arrendono ai nazionalismi. Le cose non si ripetono mai uguali ma ci sono delle peculiarità. Le sinistre di allora, le socialdemocrazie, non seppero affrontare la grande cisi e si arresero ai nazionalismi. Oggi non hanno saputo affrontare un’altra grande crisi, non era niente affatto facile, e sono state travolte. Come allora, dopo trenta-quarant’anni c’è stata una nuova ripresa di politiche di sinistra, così ci potrà essere, non so dove, quando, come, una cosa del genere.

Perché?
Ma perché le disuguaglianze in questo mondo non sono scomparse, perché i conflitti non sono scomparsi, perché il pensiero unico non sta governando un cavolo di niente. Domina ma non governa. Domina ma non dà soluzione alle contraddizioni. Può darsi benissimo che la sinistra risorga da qualche parte. Non certo con i personaggi e i partiti che abbiamo per le scatole ora.

Chiamando in causa le élite culturali o sedicenti tali. Perché è così difficile nel nostro Paese impiantare una discussione a quest’altezza?
Perché nessuno preme col dito dove il dente fa male. È una reazione umana, istintiva, cercare di non dirsi male. Ti fai male ma non te lo dici. Non sono stati mai in grado di affrontare un discorso minimamente critico o autocritico, di avviare una vera rifondazione. Non era facile. Perché la potenza della reazione neo liberista è stata travolgente, a partire da Reagan e dalla Thatcher in poi. Resistere non era niente affatto facile. Ma arrivare ad una débâcle come quella attuale non me lo sarei mai aspettato. C’è stata un’accettazione passiva, acritica, della globalizzazione. Si è pensato che i processi di globalizzazione non solo non avessero in sé tutti i germi per future possibili guerre, ma anzi ne costituissero il più sicuro antidoto. E perciò andassero seguiti obbedientemente.

La destra ha vinto nella battaglia per l’egemonia culturale?
Egemonia culturale, mi pare troppo. Siamo in una epoca in cui il problema dell’egemonia culturale è molto relativo. È una egemonia tecnico-economica-finanziaria che ha sempre meno bisogno di ideologia. Mi pare che su quel piano siano alquanto indifferenti.

La sconfitta della sinistra non sta anche nell’aver rigettato l’ideologia?
Non poteva essere un male una bella critica dell’ideologia in un senso serio. Ma non è stata fatta assolutamente. È stata peggio dell’ideologia. È stata la sottomissione completa al pensiero dominante, alle forze politico-economiche dominanti. È stata la peggiore delle ideologie quella della resa, volente o nolente, cosciente o incosciente. Dopodiché una seria critica dell’ideologia era, o meglio sarebbe dovuta essere, il dire torniamo alle cose e vediamo che cosa possiamo fare. In realtà poi l’ideologia si è mantenuta. L’idea del welfare si è mantenuta come ideologia. Invece di fare un discorso di revisione strutturale dei meccanismi del welfare si è continuato a ripetere per trent’anni una ideologia del welfare, reiterando esattamente gli stessi schemi vetero keynesiani, senza affrontare quei nodi che alcuni economisti di sinistra avevano posto in risalto tra gli anni ’70 e ’80, dicendo guardate che non si può continuare così. Non si può continuare con uno Stato che divora risorse e non riesce neanche a redistribuirle adeguatamente. Non si può continuare dilatando le amministrazioni pubbliche. Discorsi che facevano quelli più di sinistra anche nel Pci. Li facevano Napoleoni. Li facevano, anche in ambito cattolico, i Lombardini. Li facevano gli Spaventa. Si sono ridotte le ideologie nell’ambito delle politiche socialdemocratiche del dopoguerra. Fintantoché sono state massacrate e adesso siamo in un’epoca di totale reazione anche su quello, in cui la sinistra non riesce neanche più a difendere minimamente quelle conquiste.

7 Giugno 2023

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