Il dossier Onu e l’inchiesta di B’Tselem
Israele responsabile di bambinicidio: ecco i numeri della strage protetta dall’Occidente
L’Occidente continua a fornire armi a Netanyahu mentre dichiara “preoccupazione”. Si commuove per una fotografia e non sospende un solo accordo commerciale. Fingere di non vedere, oggi, non è più innocenza. È la forma più cinica e più vile di omertà e di connivenza
Esteri - di Nichi Vendola
I dati, quando li guardi in faccia, raccontano una storia che nessuna retorica sulla “complessità del conflitto” può più addomesticare. Guardarli in faccia, oggi, è già un atto politico. L’Occidente ha costruito intere infrastrutture diplomatiche per non doverlo fare e per coprire la deriva criminale dello Stato di Israele, anche per occultare la propria complicità economica, tecnologica e militare.
In quest’opera di rimozione, fatta di turbamenti ipocriti e di reticenze sistematiche, la dimensione reale e programmatica della morte di massa, cioè dello sterminio di un popolo, è apparsa come un’opinione marginale e non come il fatto centrale. Eppure la più intollerabile barbarie della nostra epoca era lì ed è lì, ogni giorno, sotto i nostri occhi, declama la propria epica nei video dei soldati dell’Idf che irridono alle proprie vittime, urla nelle parole del cardinale Pizzaballa che racconta la desolazione di una terra devastata dalle bombe, dalla fame, dalla miseria, dai topi che aggrediscono anche i neonati. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha presentato a Ginevra, il 23 giugno di quest’anno, un rapporto dal titolo di una precisione quasi insopportabile: “La distruzione delle fondamenta della vita dei bambini a Gaza”. Avrebbe dovuto fermarsi il mondo intero, per capire, per sapere, per confrontarsi con le insopportabili verità scolpite in quel documento, la cui conclusione è netta: le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno continuato a commettere il crimine di genocidio nella Striscia di Gaza, e l’attacco deliberato ai bambini palestinesi ne è uno degli elementi centrali, la prova stessa dell’intento di distruggere, in tutto o in parte, il gruppo a cui appartengono.
Nei venti mesi successivi al 7 ottobre 2023 sono stati uccisi oltre ventimila bambini. I feriti sono quarantaquattromila. Sono quasi un terzo di tutte le vittime del conflitto. Cinquemila non avevano ancora cinque anni. Mille non avevano compiuto un anno. E dopo la tregua, quando la guerra avrebbe dovuto tacere, altri duecentosessanta bambini sono morti. Uno al giorno. Come una liturgia che nessuno ha interrotto. Ma sono le testimonianze, più dei numeri, a squarciare il velo con cui ci si difende dall’insostenibile. Dietro ogni cifra della Commissione c’è un corpo di bambino esaminato con la Tac e con la radiografia. Non per curarlo: per certificarne, post mortem, la traiettoria del proiettile. Gli inquirenti dell’ONU hanno raccolto testimonianze di uccisioni mirate, un colpo alla testa o al cuore. La precisione, in questi referti e in questi racconti, non è un’attenuante. È la prova stessa dell’intenzione. Ci sono bambini inseguiti da droni che ne tracciano gli spostamenti tra le macerie, come si traccia una preda. Ci sono cecchini appostati che scelgono di mirare dove il colpo è letale. Non è il fuoco incrociato di chi non vede cosa colpisce. È il contrario. È la vista perfetta di chi sceglie.
E poi c’è quello che accade dopo lo sparo, che è, se possibile, ancora più osceno del proiettile stesso. E non solo nella Striscia di Gaza. In Cisgiordania, l’ONG israeliana B’Tselem ha ricostruito dodici casi, nel solo 2025, di ragazzi feriti gravemente da soldati e poi lasciati senza soccorso. Non è un’organizzazione palestinese: è un’organizzazione indipendente della società civile di quello stesso Stato di cui svela i crimini. In alcuni casi i feriti sono rimasti a terra per decine di minuti, mentre chi voleva prestare aiuto veniva allontanato o minacciato. Quei feriti sono morti dissanguati. Lasciare morire non è un’omissione. È un secondo atto, deliberato quanto il primo: un crimine supplementare. Dietro ogni numero c’è un nome, e i nomi raccontano cose che l’alibi della “zona di guerra” o del “danno collaterale” non riesce a coprire. Sono storie a cui dedica la giusta attenzione il quotidiano Le Monde, storie che dovrebbero produrre conseguenze politiche di cui purtroppo non c’è traccia. Ayman Taysir Al-Haymuni aveva dodici anni. È stato colpito alla schiena a Hebron mentre correva via. Le telecamere hanno ricostruito la distanza: oltre cinquanta metri. Non era un pericolo da neutralizzare. Era un bambino che fuggiva. Sam Abou Haikal aveva sette mesi. È stato ucciso dentro l’auto di famiglia da un soldato che si trovava a dieci metri e che, prima di sparare, ha visto chi c’era dentro quel veicolo. A Tammoun, in marzo, sono stati uccisi due bambini di cinque e sette anni, insieme ad altri due membri della loro famiglia, in circostanze identiche. Non sono incidenti isolati raccontati per pietà. Sono un campione. Sono la parte visibile di una serie che B’Tselem stessa, un’espressione della parte più critica di Israele, chiama ormai “affare di routine”.
Ed è in questa parola, routine, che si misura la vera natura di ciò che accade. Il numero di bambini uccisi ogni anno in Cisgiordania occupata, tra il 2005 e il 2021, si attestava attorno a tredici. Dal 2023 è salito a ottantasette. E in quegli stessi anni non c’è stata alcuna nuova Intifada, nessuna rivolta a fornire l’alibi della reazione proporzionata. È amministrazione, non guerra. L’uccisione di un bambino ha smesso di essere l’eccezione che sconvolge. È diventata procedura, ripetuta senza più bisogno di giustificarsi. Non si tratta più di eccessi imputabili a singoli individui fuori controllo. Si tratta di un sistema che ha deciso, con metodo, che questi corpi sono bersagli legittimi. Questo dunque è un’infanticidio programmatico: non l’unico bambino ucciso per errore in un fuoco incrociato, ma la serie, la ripetizione, la copertura istituzionale, l’impunità strutturale che trasforma l’eccezione tragica in regola amministrativa.
L’Occidente continua a fornire armi mentre dichiara “preoccupazione”. Equipara con solerzia diplomatica il genocidio alla sua stessa denuncia. Si commuove per una fotografia e non sospende un solo accordo commerciale. Non osserva questa storia da una distanza di sicurezza morale. Ne è dentro. Ha ancora, mentre scrivo, le mani su parte del filo che tiene in piedi questa macchina. Fingere di non vedere, oggi, davanti a referti medici, a testimonianze incrociate, a un’ONG israeliana che parla di routine e a una Commissione delle Nazioni Unite che pronuncia la parola più grave del diritto internazionale, non è più innocenza. È la forma più cinica e più vile di omertà e di connivenza.