La premier lancia l'amo
“Al Quirinale uno di noi”, la strategia di Meloni per tentare Vannacci
L’idea di prendersi la presidenza della Repubblica arriva nel quadro di una dura partita con il generale, che però nicchia: “Se ha gli attributi metta le preferenze”
Politica - di David Romoli
Giorgia ha alzato la posta e la ha alzata di parecchio: “Non è detto che non si possa superare anche questo grande tabù e avere un presidente della Repubblica non di centrosinistra”. Quanto sia importante il Colle per la premier è evidente: nella realtà politica italiana il ruolo del capo dello Stato è diventato ormai spesso essenziale ma anche assolutamente determinante nei momenti di crisi, dunque nei frangenti davvero difficili. L’importanza simbolica è persino più rilevante: occupare quella casella significherebbe per la destra esclusa o estranea al vecchio “asse costituzionale” chiudere definitivamente i conti con quell’epoca conquistando l’ultima ridotta della Repubblica per come la si era costruita negli anni 40 del secolo scorso.
La domanda dunque non è certo perché la leader della destra ambisca al Colle, forse pensando di insediarcisi di persona. Più probabilmente candidando a quel ruolo un fedelissimo come Alfredo Mantovano oppure scegliendo il più presentabile tra i suoi alti ufficiali, Guido Crosetto. Il quesito è piuttosto perché la premier abbia deciso di spiattellare il progetto pubblicamente, nell’intervista a Nicola Porro di domenica scorsa, pur sapendo di fornire così un’arma ai rivali. Il Campo Largo ha ora a disposizione un argomento molto forte per la sua base elettorale reale e virtuale, la necessità di fare muro contro una destra vorace che mira a occupare tutte le istituzioni di garanzia inclusa quella più importante di tutte, la presidenza della Repubblica.
Il segreto si chiama Roberto Vannacci. Il balletto tra centrodestra e Futuro nazionale è in corso e proseguirà a lungo, fino a che le urne non saranno davvero a portata di vista. La premier, nella medesima intervista, è stata drastica: Vannacci è un leader dell’opposizione alla pari di Schlein e Conte, un alleato di fatto del centrosinistra. Insomma, se Vannacci vuole dialogare con la maggioranza deve smettere di votare contro la fiducia. La replica non si è fatta attendere: “Futuro Nazionale non nasce per demolire la destra. Nasce perché milioni di italiani non vogliono più una destra che promette battaglia e poi si adegua. Non si può pretendere il voto di fiducia a scatola chiusa, mentre ogni proposta seria viene respinta”. Segue sfida diretta su una “proposta seria”: “Presidente, tiri fuori gli attributi: ci garantisca una legge elettorale con preferenze vere”.
Sulle preferenze ieri pomeriggio la premier ha riunito, in remoto, i leader, cercando una quadra probabilmente impossibile: un emendamento condiviso da tutta la maggioranza nella quale però due forze su tre, Lega e FI, sono più che ostili a ogni ipotesi di preferenze reintrodotte. La mediazione che propone il capogruppo tricolore Bignami è una formula mista, con il capolista bloccato e poi le preferenze. Gli alleati azzurri e leghisti non sarebbero disposti ad accettarla e la premier è orientata in quel caso a lasciar perdere pur di non spaccare la maggioranza. Il passaggio piuttosto velenoso di Vannacci sugli “attributi” allude proprio alla probabile scelta di Meloni di piegarsi al veto degli alleati sulle preferenze. Ma anche se Giorgia tirasse fuori dal cilindro una proposta capace di mettere davvero d’accordo tutta la maggioranza o se scegliesse di sfidarla, la partita con Vannacci resterebbe del tutto aperta. Fino all’ultimissimo momento non si saprà se la destra correrà unita o divisa, e a tutt’oggi la seconda opzione appare molto più probabile della prima.
Dunque Meloni dovrà provare a far valere quanto più possibile l’argomento del voto utile. Dovrà convincere gli elettori del generale, o almeno quella parte del suo elettorato che incarna una destra delusa dal moderatismo del governo Meloni, a turarsi il naso. Sbandierare la possibilità di raggiungere un risultato che per la destra sarebbe davvero per molti versi storico dovrebbe servire, almeno nelle intenzioni di Giorgia, a riportare all’ovile quegli elettori della Lega o suoi che ora pendono dalla parte di Futuro nazionale. Se il gioco le riuscisse, se la destra si presentasse divisa e l’attuale maggioranza riuscisse lo stesso ad aggiudicarsi il premio, la conquista del Colle diventerebbe molto più facile. La maggioranza ha dovuto accettare di porre il tetto del 55% per il premio di maggioranza proprio perché altrimenti una maggioranza avrebbe potuto eleggere da sola il presidente o andarci molto vicina. In quel caso, probabilmente, il semaforo della Corte Costituzionale sarebbe stato rosso. Ma se al 55% del centrodestra si potessero sommare i parlamentari eletti con la lista di Fn i cancelli del Colle sarebbero spalancati.