Il segretario di +Europa

“Alleanza? Parliamo prima di democrazia: vogliono escluderci dalle elezioni”, parla Riccardo Magi

«C’è un disperato bisogno di ridare forza al voto popolare, invece il Melonellum segna una torsione plebiscitaria e anticostituzionale» dice il leader di +Europa. «Ultimo sfregio, dare il privilegio di partecipare alla competizione solo a certi partiti in Parlamento»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

26 Giugno 2026 alle 08:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Riccardo Magi, deputato, Segretario di +Europa.

Oggi arriva in aula la nuova legge elettorale voluta dal centrodestra. Le opposizioni hanno parlato di forzature, la maggioranza di stabilità….
La crisi della democrazia parlamentare ci pone di fronte a una accelerazione drammatica alla quale bisogna sapersi opporre con intransigenza. C’è un disperato bisogno di ridare forza al voto popolare, alla partecipazione effettiva dei cittadini. Invece questa schifezza segna una torsione plebiscitaria e anticostituzionale. I cittadini si troveranno davanti nella scheda una lenzuolata di nomi da accettare in blocco, di fatto indicheranno “il capo” o “la capa” e i suoi, il parlamento sarà eletto per trascinamento del leader. Un premio abnorme che non esiste in nessun sistema democratico trasformerà una minoranza nel Paese in una forte maggioranza in parlamento. L’ultimo sfregio è stato fatto in commissione, con lo stop alla firma digitale per presentare le liste, al voto fuori sede e conferendo il privilegio di partecipare alla competizione solo a certi partiti in Parlamento con una odiosa discrezionalità politica. Noi poniamo a tutto il Parlamento e in particolare agli alleati una questione prioritaria, perché oggi vogliono impedire a noi e chi non è già dentro il circuito dei partiti più grandi di presentarsi alle elezioni. Nessuno si scandalizza ma è in ballo una questione di democrazia. Le opposizioni unite possono costringere maggioranza e governo a migliorare le cose. Per questo la firma digitale e una disciplina meno scandalosamente iniqua e arbitraria delle esenzioni per noi saranno il banco di prova anche per le interlocuzioni con i possibili alleati.

Il “centro”, quanto a sigle, sembra più affollato di una metropolitana di Roma all’ora di punta. Troppi “galli” nel pollaio?
La parola “centro” ha una connotazione ambigua, tendente al moderatismo, non ci rappresenta. +Europa non è mai stata né centrista né moderata. Semmai proviamo a rendere centrali temi ignorati dalla maggior parte dei partiti ma non dalle persone: Stati Uniti d’Europa, antiproibizionismo, fine vita, concorrenza nei servizi, libertà di ricerca scientifica, Stato laico, tecnologia al servizio della democrazia. In quest’area più che galli ci sono troppe api regine. Mancano api operaie che vogliano unire gli sforzi per dar voce a un pezzo importante di elettorato che chiede riforme strutturali. È quello che, con pazienza, stiamo provando a fare per un’alternativa alla destra antieuropea, sovranista e illiberale di Meloni, Salvini e Vannacci. E vogliamo farlo senza veti e offrendo una proposta unitaria che, oltre a noi, tenga dentro possibilmente tutti coloro che condividono priorità strategica di una maggiore integrazione europea: la tradizione socialista con Avanti-PSI di Maraio, il civismo di Progetto civico di Onorato, Più Uno di Ruffini e, ovviamente se vorrà, Casa Riformista di Renzi per elaborare proposte concrete che guardino alle emergenze reali del Paese e al suo futuro. Se si unisse il pragmatismo e la prossimità di sindaci come Silvia Salis, il progetto diverrebbe ancor più competitivo. La domanda di fondo non è se il “centro” esiste o meno, ma a cosa serva: i liberali, i riformatori, gli europeisti vogliono restare a guardare o essere complici della seconda vittoria delle destre antieuropee e illiberali peggiori in Italia da 80 anni? Per +Europa la risposta è sempre stata no. Ecco perché il nostro collocamento naturale al Politiche è sempre stato nel centrosinistra, sin dal 2018.

Una delle parole più usate e abusate nel dibattito politico del centrosinistra è “riformismo”. In tanti lo evocano, o lo brandiscono, in pochi provano a declinarlo politicamente. Cos’è per lei “riformismo”?
Essere riformatore (e non riformista) per me significa concentrare le energie su quelle riforme utili a migliorare in modo strutturale l’efficienza dello Stato, il suo rapporto con i cittadini e i servizi offerti alle persone. Il contrario di quello che è stato fatto fin qui in Italia, dove ai problemi si è sempre risposto con piani di emergenza e bonus a pioggia per tamponare. Risultato? Far incancrenire i problemi e far aumentare il debito pubblico che pagheranno le nuove generazioni. Da riformatori poniamo il tema del federalismo europeo come unica strada per rispondere alle sfide globali dell’energia, della transizione ecologica, della difesa e degli investimenti per creare competitività e buon lavoro; da riformatori poniamo il tema del proibizionismo sulla cannabis che non ha ridotto i consumi ma ha solo fatto ingrassare gli affari delle narcomafie incidendo su salute, economia e libertà dei cittadini; da riformatori poniamo il tema di una gestione dei flussi migratori che superi la legge attuale, la Bossi-Fini, il miglior regalo all’irregolarità che porta allo sfruttamento e alla mancanza di sicurezza per tutti; da riformatori vogliamo una riforma fiscale che impedisca lo spopolamento giovanile dell’Italia; da riformatori poniamo il problema dei salari bassi e del lavoro povero sostenendo il salario minimo ma anche sgravi fiscali significativi per agli aumenti salariali dovuti al rinnovo dei contratti; da riformatori poniamo il tema della partecipazione democratica dei cittadini, anche con strumenti innovativi: abbiamo ottenuto la firma digitale per referendum e leggi popolari, ora ci battiamo per estenderla alle liste elettorali e ci battiamo perché 5 milioni di fuorisede possano votare sempre, a ogni elezione. Essere riformatori significa immaginare un Paese che funziona meglio e libera la vita delle persone.

+Europa. Non è solo la denominazione del partito di cui lei è segretario. È un orizzonte, una visione, una prospettiva politica. Qualcosa che si scontra con una Europa divisa, derisa e umiliata da Trump. L’Europa è in coma irreversibile?
Non è Trump a dividere l’Europa. È l’egoismo delle piccole patrie europee ad aver impedito e a impedire anche oggi la nascita di una patria europea, forte, competitiva, indipendente dai regimi. L’Ue, con gli strumenti che ha, ha dimostrato di saper reagire alle emergenze. Oggi, anche grazie agli schiaffoni di Trump, deve capire che quegli strumenti non bastano più. L’unica via è maggiore integrazione politica per dare risposte più tempestive, proteggere cittadini e imprese e le libertà conquistate. Il bivio è tra fare gli Stati Uniti d’Europa o essere colonia degli imperi. Il caso delle basi concesse (o non concesse) da Meloni a Trump per gli attacchi all’Iran è emblematica. Lei paga il prezzo della sudditanza politica che ha confuso per amicizia e che ora Trump le fa pagare. Il contrario dell’Italia forte in un’Europa unita che ci serve. Noi che ci chiamiamo +Europa non possiamo che essere all’opposto di Meloni, che difende il potere di veto nel Consiglio europeo. È l’Europa che c’è, quella intergovernativa dei veti incrociati, che ci impedisce di avere una politica estera e di difesa comune tanto per cominciare. La scelta di campo è questa: tra più o meno Europa. Ecco perché davvero non riesco a capire chi si dice liberale ed europeista e poi rischia di far rivincere l’antieuropeista Meloni. Nella legge elettorale che Meloni sta cucendo a sua misura, il Melonellum, il premio di maggioranza abnorme che scatta al 42% deforma completamente il senso proporzionale della legge. In questo contesto un polo “terzo” non vince e non blocca il sistema, aiuta solo il polo sovranista a vincere molto di più. Quando alle forze di Governo si unirà anche Vannacci, il quadro sarà ancora più netto e ogni liberale e ogni europeista dovrà compiere una scelta.

La politica è, o dovrebbe essere, contenuti, priorità programmatiche, ma anche alleanze. Fuori da metafore agricole, campo largo, campo arato etc., il centrosinistra ha imparato la dura lezione di tre anni fa, cioè che divisi si è condannati alla sconfitta?
Siamo stati i primi, ormai 2 anni fa, a chiedere un tavolo operativo di tutte le opposizioni per capire come fronteggiare assieme le politiche del Governo e provare a capire se ci fossero le condizioni per un progetto alternativo. Inascoltati. Ora pare che questo lavoro parta a settembre e noi vogliamo esserci. Significa nascondere le differenze che ci separano dal Movimento 5 Stelle, ad esempio, su politica estera e conflitto Russia-Ucraina? No, anzi. Mettiamo il sostegno alla resistenza ucraina e il federalismo europeo come nostre linee rosse. A quel tavolo vogliamo rappresentare milioni di cittadini italiani che credono che la resistenza ucraina sia resistenza europea nell’unico campo che può battere le destre. A chi dice che è una scelta ipocrita rispondiamo che l’alternativa porta il nome di Salvini e Vannacci. Non si vincerà certo con un’addizione dei voti ma con un progetto che parli della vita delle persone e convincendo loro che è migliore di quello nazionalista, securitario e oscurantista delle destre. Bisogna lavorare su una rivoluzione fiscale che si dia come obiettivo prioritario quello di trattenere in Italia i giovani talenti, bisogna rimettere in discussione il regionalismo nella Sanità e bisogna tornare a parlare di qualità della vita delle persone: mobilità, servizi pubblici, concorrenza, sicurezza. Speriamo che non si ripetano gli errori del 2022 dove Meloni vinse solo grazie alle nostre divisioni.

Nella sua storia di radicale, ci sono tante battaglie per i diritti civili e per una giustizia giusta. Temi di strettissima attualità. Come farli vivere in campagna elettorale?
Basta dire alle persone la realtà: ovunque le destre vincono i diritti e le libertà delle cittadine e dei cittadini si comprimono, anche quelli che davamo per scontati. Il Governo Meloni ha creato nuovi reati nazionali e “universali”, ha reso sempre più difficili i soccorsi in mare, ha compresso il dissenso nelle piazze, ha portato i pro-life nei consultori, ha reso illegale la cannabis light, ha usato il tema della Giustizia in modo giustizialista. I cittadini si sentono più sicuri? No. Perché la propaganda securitaria può creare consensi ma non risolve le cose. Noi diamo voce a un’Italia opposta, fondata sulla libertà e la dignità di ogni persona, libera di scegliere sul proprio corpo e sulla propria vita. Due esempi: la legge sul fine vita che giace in Parlamento da decenni, un diritto che la stragrande maggioranza degli italiani chiede e che dobbiamo riconoscere. E poi vogliamo estendere alle donne single e alle coppie di mamme la possibilità di accedere alla procreazione medicalmente assistita come già avviene in altri Paesi Ue. Allo Stato etico delle destre rispondiamo con lo Stato laico delle libertà. Questo è quello che racconteremo piazza per piazza, strada dopo strada.

26 Giugno 2026

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