La svolta militarista in Ucraina

La guerra in subappalto dell’Europa, una corsa al riarmo che usa Zelensky contro Putin

Indebitato fino al collo, il Vecchio continente incarica Kiev di uccidere per conto terzi, con la complicità dei media che inneggiano alla Baronessa rampante e usano armi di distrazione di massa come la telenovela Trump-Meloni

Esteri - di Michele Prospero

24 Giugno 2026 alle 10:00

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AP Photo/Virginia Mayo





Associate Press/ LaPresse
AP Photo/Virginia Mayo Associate Press/ LaPresse

È più semplice, per tutte le parti in commedia, indignarsi per il linguaggio maleducato del “Boss” che fare i conti con la volontà di guerra ribadita nel G7 e nella successiva riunione del Consiglio europeo. Il Corriere della sera, dando sfogo al consueto istinto di morte, in occasione dell’incontro dei magnifici sette aveva suonato di nuovo la carica con l’enfatico titolo a tutta pagina: “Trump con l’Europa contro Putin”. I tamburi di latta intendono accompagnare i cosacchi nella improbabile reconquista delle regioni perdute. Ritmi vigorosi che hanno indotto il raggiante Zelensky a pronunciare minacce ben più urticanti di quelle scappate al rustico tycoon: “Anche Mosca brucerà”.

Il problema è che il proposito di ridurre la Russia in fiamme, dopo il passo indietro di Trump, viene sostenuto con i generosi fondi europei. Perciò una certa preoccupazione, dinanzi alla disinvolte prove di escalation, dovrebbe pure sfuggire ogni tanto dalle bocche dei governanti in trasferta. E invece nulla. La leadership continentale non si scompone al cospetto dello spericolato progetto del comico divenuto capo di Stato. Rutte anzi scandisce la determinazione dell’Alleanza atlantica nel consolidare la “svolta sul campo a favore di Kiev”. Non è una novità che il presidente ucraino calcoli di ampliare il fronte orientale, coinvolgendo anche le divise degli europei nella dolce morte in battaglia. Più esplicita del solito si è invece rivelata la tentazione dei Volenterosi di accontentarlo nel giocare con i riti della terza guerra mondiale. Non si spiega altrimenti l’ultima colossale sparata di Zelensky, che brandisce il fucile per minacciare la Bielorussia. L’accusa è di sfornare i ripetitori usati dall’esercito di Putin per sorvegliare i droni ucraini. La categoria di guerra difensiva impallidisce davanti al desiderio evidente di volere un allargamento delle ostilità. Con la medesima logica adottata dal capo in perpetua mimetica, reputare cioè alla stregua di un paese nemico qualunque governo offra strumentazioni ad una delle parti in un conflitto, l’Europa intera sarebbe ora un cimitero. La risposta di Mosca, contro i co-belligeranti che soccorrono Kiev con fiumi di denaro, armamenti, tecnologie e supporti logistici, avrebbe infatti provocato ben altro rumore che quello della cannonata esplosa nel canale della Manica.

Un contagioso spirito miliziano dilaga tra le élite, con la responsabile della Politica estera europea in piena euforia da caserma. Immortalata tra mitra e tank, Kallas bacchetta ogni tentativo di mediazione e proclama che l’Ue in realtà è già parte in causa nella zuffa infinita contro la Russia. L’inquilino dell’Eliseo, sempre più un simulacro sbiadito del monarca repubblicano, benedice anche lui l’assalto ed elogia la “rimobilitazione del campo occidentale”. Governi indebitati fino al collo, e in ginocchio per l’impatto delle bombe sulle finanze e sul costo della vita, brindano alla radicalizzazione dell’inimicizia. I media più succubi dei signori che fiutano affari nell’economia di guerra raccontano la favola del contrattacco di Kiev che, grazie a gesti dannunziani e a qualche nuvola di fumo, non si limiterebbe a turbare i commoda possessionis russi ma avrebbe d’incanto mutato le sorti belliche (certifica il Corriere: “la sensazione è che il vento soffi a favore dell’Ucraina”). Con ulteriori forniture e con l’autorizzazione a produrre Patriot da lanciare senza le restrizioni stabilite da Biden, la squadra acrobatica dei sabotatori agli ordini della Baronessa saluta come imminente il ripristino della situazione quo ante. Torna in circolazione finanche l’attesa di un provvidenziale cambiamento di regime al Cremlino. Ad Anchorage, in uno di quei rari momenti di lucidità che persino i folli sperimentano, Trump aveva indicato una via di uscita dal pantano post-sovietico: garanzie di sicurezza extra-Nato all’Ucraina a fronte della cessione pattuita dei territori conquistati dai russi in nome del realistico riconoscimento del factum possessionis acciuffato a mano armata.

Alla sgradita prospettiva della “pace ingiusta” le cancellerie nostrane hanno reagito assumendosi l’onere, anch’esso eccedente un chiaro perimetro normativo poiché estraneo a qualsiasi mandato dell’Onu, di proseguire nella copertura dei costi delle operazioni incoraggiando Zelensky a procrastinare lo spettacolo di una contesa che avanza fuori da ogni controllo. Nei dintorni di Versailles, i sette nani politici che si spacciano per Grandi della terra non hanno voluto ascoltare le Cassandre che rammentano i rischi imponderabili del massacro e, imperterriti, hanno riacceso la fiaccola dello scontro per procura. Il loro unico cruccio è che l’amministrazione Trump non sgancia più banconote perché si sente appagata dei due obiettivi strategici già conseguiti: indebolimento del sogno imperiale russo e ridimensionamento dell’influenza della vecchia Europa. Neppure la ribellione delle opinioni pubbliche interne li fa desistere dalla guerra per interposta Ucraina. I lampeggianti segnalano il timore che, per effetto dell’escalation, con le colonne grigie fin dentro le grandi città e le lontane raffinerie siberiane, allo Zar non rimanga che decretare il ricorso a più micidiali tecniche, secondo le gradazioni richieste dalla dottrina nucleare. Sprezzanti del pericolo che una scacchiera impazzita possa davvero annichilire una porzione dell’Occidente, i governi europei hanno siglato il documento di routine che elargisce altri 90 miliardi a Kiev per continuare ad uccidere per conto terzi.

Per ovattare questi echi guerreschi che non trovano argini, è molto facile inondare la sfera pubblica di chiacchiere come quelle volte a disarmare le parole del presidente americano che hanno graffiato Meloni nell’orgoglio. Così la fabbrica della retorica a tinte melodrammatiche occulta l’impegno reiterato del metapartito trasversale euro-atlantico a prender parte attiva alla campagna di Russia. Con l’amore sconfinato per la trincea, i governi seguitano ad armare Kiev ma in tal modo sanciscono il declino economico, culturale e politico dell’Unione. Complice della lunga economia di guerra che regala disagio sociale, la destra la butta in caciara. Tanto sa che non verrà incalzata dal campo largo con la sola locuzione temibile: pace immediata. Osservando l’afonia dell’opposizione sul tema del riarmo e dei quattrini sprecati in missili, viene da pensare che Giorgia sia proprio nata con la camicia (nera, va da sé). Le scenette di antifascismo, di casa nel salotto tv di Cairo, le fanno un baffo.

24 Giugno 2026

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