La firma il 19 giugno a Ginevra
Insulti a Netanyahu e concessioni a Teheran: come Trump vuole sfilarsi dal pantano in Iran
La bozza di accordo in 14 punti prevede la “fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso” e “l’impegno degli Usa a non interferire negli affari interni dell’Iran e a rispettare la sovranità della Repubblica islamica”
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Medio Oriente, va in scena la “pace degli insulti”. La “pax trumpiana” che incrina fino al limite della rottura il vecchio sodalizio tra il tycoon e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. E la cronaca di un accordo annunciato 39 volte e ora realizzato – firma prevista il 19 giugno probabilmente a Ginevra – parte proprio dagli insulti a cui si è lasciato andare Donald Trump domenica, quando sta per chiudere la faticosissima intesa con l’Iran e viene informato di un massiccio bombardamento aereo israeliano su Beirut. Il capo della Casa Bianca va su tutte le furie. “Perché ha intrapreso quel fottuto attacco? Mi ha fatto arrabbiare e gliel’ho fatto sapere: non ha un cazzo di giudizio”. Il destinatario degli epiteti è il suo (ex) amico Bibi. Reazione che ha fatto impallidire la leadership israeliana: «La dichiarazione di Trump è uno schiaffo in faccia» ha sintetizzato un alto funzionario a Tel Aviv. La bozza del memorandum d’intesa è composta da 14 punti e prevede la “fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso” e “l’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni dell’Iran e a rispettare la sovranità della Repubblica islamica dell’Iran”. Tra i punti previsti dall’accordo la revoca del blocco navale Usa e la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma anche lo stop alle sanzioni sul petrolio iraniano.
Secondo quanto riportato dall’ agenzia di stampa statale iraniana Mehr gli altri punti prevedono: la revoca completa del blocco navale entro 30 giorni; l’impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti l’Iran; la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni; la sospensione delle sanzioni sulle vendite di petrolio e prodotti petrolchimici e dei loro derivati, e pieno accesso dell’Iran alle proprie risorse finanziarie; piani di ricostruzione che saranno presentati dagli Stati Uniti e dai loro alleati, per un totale di almeno 300 miliardi di dollari; un periodo di negoziazione di 60 giorni per raggiungere un accordo definitivo sulla questione nucleare e la completa rimozione delle sanzioni primarie e secondarie statunitensi, delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e delle risoluzioni del Consiglio dei governatori dell’Aiea; riaffermazione dell’impegno dell’Iran, sancito dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), a non produrre armi nucleari. Durante il periodo di negoziazione – secondo quanto viene spiegato – gli Stati Uniti si impegnerebbero inoltre a non inviare ulteriori forze nella regione e a non imporre nuove sanzioni. Infine, nella bozza sarebbe previsto lo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani bloccati durante il periodo di negoziazione finale di 60 giorni – di cui metà dovrà essere messa a disposizione dell’Iran prima dell’inizio dei negoziati – e l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo. L’accordo finale – spiega Mehr – dovrà essere ratificato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e i negoziati finali non inizieranno finché non saranno sbloccati metà dei fondi iraniani bloccati, non saranno sospese le sanzioni petrolifere e non sarà revocato il blocco navale. Secondo Mehr, infine, le questioni relative al programma missilistico iraniano e al sostegno ai gruppi armati regionali sarebbero state escluse dai negoziati.
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L’Iran ha aggiunto all’ultimo momento, nell’accordo, una clausola sull’imposizione di un pedaggio alle navi in transito dallo Stretto di Hormuz, ha reso noto l’agenzia iraniana Fars, citando fonti informate. “Nella fase finale dei negoziati, il testo del memorandum di intesa è stato corretto per sottolineare in modo chiaro ed esplicito la questione della sovranità dell’Iran e dell’Oman sullo Stretto di Hormuz. L’impiego del termine ‘servizi marittimi, significa che gli Stati Uniti hanno accettato che saranno pagati all’Iran”, ha spiegato la fonte. Quanto a Trump, il presidente Usa ha dichiarato al New York Times che, se l’Iran non dovesse raggiungere un accordo nucleare definitivo con gli Stati Uniti, sarebbe pronto a riprendere gli attacchi militari contro Teheran oppure a fare degli Stati Uniti «il guardiano del Medio Oriente» in cambio del 20% dei ricavi della regione. In un’intervista al quotidiano, Trump ha affermato che l’intesa raggiunta con l’Iran garantirà alla fine che lo Stretto di Hormuz sia «permanentemente libero da pedaggi». Ha inoltre sostenuto che, nonostante le obiezioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu, sarebbe stato lui a salvare Israele dalla «distruzione nucleare». Così Trump si è forse tirato fuori dal “pantano persico”, ma quel che è certo, concordano analisti mediorientali, è che per un regime che si voleva cancellare sotto tonnellate di bombe, quell’accordo è la consacrazione di una vittoria iraniana.
Ciò spiega la furibonda reazione di chi governa Israele. «L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti. Siamo un Paese indipendente e sovrano»: è quanto affermato in una dichiarazione, citata dal Times of Israel, dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, a commento dell’intesa annunciata tra Washington e Teheran. «Non siamo parte di questo accordo, che non garantisce la nostra sicurezza. Non dobbiamo ritirarci da alcun territorio [in Libano] conquistato dai nostri combattenti», ha aggiunto il ministro del governo Netanyahu. “Siamo grati al Presidente Trump, ma Israele non è una repubblica delle banane”, prosegue il messaggio del ministro Ben-Gvir. “La mia posizione è chiara: non siamo partner in questo accordo che non ci riguarda per la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo. Non dobbiamo scendere a compromessi sullo smantellamento di Hezbollah, sul ritiro dai territori che i nostri soldati hanno conquistato. Ogni lancio contro Israele dal Libano comporterà un attacco israeliano a Dahieh’’. “Il primo ministro Benjamin Netanyahu ed io stiamo portando avanti una politica chiara che stabilisce che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) rimarranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza, senza alcun limite di tempo, per proteggere, da lì, il confine e le comunità israeliane dagli elementi jihadisti”, dichiara il ministro della Difesa Israel Katz, tra i più vicini a Netanyahu. La guerra in Libano continua. Riuscirà Trump a fermare il c…zaro di Tel Aviv?