L'intervista

“Ok alla difesa europea, ma la Russia è parte dell’Europa? Serve liberare il ‘campo largo’ dalla russofobia”, parla Beppe Vacca

«E la soluzione due popoli, due Stati può essere efficace solo se affronta la questione di chi garantisce la sicurezza d’Israele una volta che non può essere garantita direttamente dagli Usa. Il centrosinistra può diventare un soggetto tendenzialmente unitario nella misura in cui ha una risposta alta a questi problemi»

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

6 Giugno 2026 alle 08:00

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Photo credits: Stefano Carosei/Imagoeconomica
Photo credits: Stefano Carosei/Imagoeconomica

Beppe Vacca è professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, già direttore dell’Istituto Gramsci, più volte parlamentare del Pci. In libreria il suo ultimo libro: Astratti furori e senso della storia. Politica e cultura nella sinistra italiana 1945-1968 (Viella Editore).

Ormai siamo già entrati di fatto nella campagna elettorale per le politiche del settembre 2027 ma che potrebbero essere anche anticipate. Professor Vacca, come si presenta lo sfidante della destra al governo?
Si presenta per molti aspetti ancora non risolto. Non tanto perché dovrebbe sciogliere il nodo del suo candidato premier. Cosa che peraltro dipende anche dalla nuova legge elettorale che certamente Meloni e la sua coalizione faranno, perché è ormai valsa l’abitudine che il governo a fine legislatura si fa la legge elettorale con cui pensa di difendere la sua posizione e di vincere, anche se questo poi non risulta vero. Quanto alla capacità del centrosinistra di presentarsi come sfidante credibile e unitario, io credo che il principale punto da risolvere sia quello di una posizione comune in tema di visione della politica estera e del ruolo dell’Europa.

Da cosa nasce questa sua convinzione?
Dalla fine dell’unità, peraltro apparente, dell’Occidente. Una unità sotto lo “scudo” protettivo della Nato e con la guida americana che provvedeva anche alla difesa dell’Europa. Ora le cose sono cambiate, in parte stravolte. Lo si deve, ad esempio, dal cambiamento della costituzione tedesca, che permette alla Germania, con l’assenso Usa, di riarmarsi e quindi diventare di fatto lo Stato leader dei Paesi dell’Unione europea, sul terreno della difesa e non solo. Non si tratta di dar vita ad un braccio di ferro, comunque perdente, con Berlino, ma avere contezza che il problema di quale difesa può risolversi con un’azione comune dell’Europa comunitaria. Nella narrazione comune si parte dal fatto che il grande discrimine è la questione ucraina, dove c’è stata una invasione, c’è un aggressore e un aggredito, e c’è una unità di Paesi europei, fino a poco tempo fa insieme agli Stati Uniti ed oggi con posizioni solo in apparenza differenziate; una unità dell’Europa che sarebbe definita, in prospettiva, dalla necessità di una politica di riarmo e di difesa che parta dall’individuazione di un nemico. E questo nemico, come è avvenuto anche nei mutamenti della Nato, è individuato fondamentalmente nella Russia di Putin. Ma se di una politica di difesa europea si deve parlare, la prima questione a cui rispondere è: la Russia è parte dell’Europa oppure no? E quella che si combatte in Ucraina è una guerra che la Russia ha portato in Europa o è una guerra che si combatte all’interno dell’Europa? Comunque la si metta, la Russia, dal punto di vista geopolitico, è parte dell’Europa. Detto questo c’è anche altro e di non minore importanza…

Di cosa si tratta, professor Vacca?
Il carattere della difesa europea, per essere coerente con il progetto europeo dell’Europa potenza civile e quindi mediatrice nei conflitti internazionali con mezzi politici e non con la guerra, dipende esattamente da come risponde alla questione russa. E se si pone il problema della difesa e della sicurezza europea, chiunque lo affronti con serietà e rigore, non può non rispondere contemporaneamente a come si pone di conseguenza il problema della sicurezza e della difesa dell’altro. Noi non possiamo venire a capo delle differenze che ci riguardano rispetto alla difesa europea e che investono anche le divisioni interne al centrosinistra, se non ponendo con forza e profondità analitica e politica, il problema della difesa e della sicurezza come qualcosa che implica una risposta positiva anche all’equivalente dell’altra parte, cioè a come si pone la questione della sicurezza e della difesa della Russia. Questo porterebbe già ad un enorme salto di qualità nella definizione di un progetto per il cosiddetto campo largo, che invece ad oggi è, secondo me, diviso soprattutto dal non avere una riposta univoca a questo problema. E questo impedisce di parlare a quella parte grande di elettorato, ancora oggi molto poco disposta a riprendere fiducia nelle elezioni e nei partiti. Un discorso che non vale solo per l’Italia.

Come leggere questa parte alla ricerca di una rappresentanza che non c’è?
Si tratta di un aggregato di movimenti, di forze, di carattere globale, sovranazionale, perché ha caratteristiche analoghe dagli Stati Uniti all’Europa e anche oltre. Un insieme che parte dal movimento pro-Pal, che assume a suo fondamento la questione palestinese. E non può essere diversamente, visto che rimane una questione irrisolta fin dal momento in cui, dati una terra e uno Stato alla diaspora ebraica, è rimasta aperta la questione del rapporto dello Stato d’Israele con l’insieme differenziato dei Paesi arabi che lo circondano. Da questo punto di vista, non è che non ci sia una soluzione progettuale. C’è, ma bisogna prenderla sul serio.

Vale a dire?
La narrativa dell’Europa occidentale è quella di due popoli, due Stati. Ma per essere efficace, e non restare rinchiusa in una dimensione retorica, deve necessariamente affrontare il problema di chi garantisce la sicurezza d’Israele una volta che essa non può essere garantita direttamente dagli Stati Uniti come è stato finora. Nel vuoto di risposta a questa domanda, viene fuori come unica linea quella di Netanyahu, cioè la guerra permanente. Per avere delle risposte alternative che accumulino forza sufficiente per affermarsi, occorre spingere perché la sicurezza d’Israele come Stato in Asia, perché sta in Asia, sia sempre più garantita dall’iniziativa politica congiunta e dalla capacità di mediazione con l’insieme differenziato dei Paesi arabi da parte delle principali potenze asiatiche: la Cina e la Russia, insieme, che vanno sollecitate in questa direzione. Tanto più che stanno emergendo i primi segnali di sottrazione del cosiddetto mondo arabo-musulmano dalla tradizionale scissione tra sciiti e sunniti, come conseguenza della guerra che Stati Uniti e Israele hanno mosso all’Iran.

Per tornare all’Italia, in questo scenario in forte movimento e ristrutturazione, è pensabile una unità del campo largo che vada oltre la sommatoria di quel 22% del Pd, di quel 13-14% dei 5Stelle, il 5-6% di Avs e via dicendo.
Il centrosinistra può diventare un soggetto tendenzialmente unitario nella misura in cui ha una risposta alta a questi problemi, che riguardano anche il ripensamento e la riorganizzazione degli equilibri in Asia e tra l’Asia e il resto del mondo, in una situazione in cui in Asia ormai il pallino ce l’hanno soprattutto cinesi e russi. E lo hanno secondo un progetto molto ben definito dalla Dichiarazione congiunta di Pechino, pochi giorni prima dell’intervento di Putin in Crimea.

In questo schema l’America come s’incastra?
La risposta americana, con l’avvento di Trump, è diventata una risposta che ha come assillo principale quello di difendere quanto resta della superiorità del dollaro come moneta di garanzia negli scambi internazionali; un potere che si è molto ridotto per l’ascesa relativa dell’euro e per la forza che la Cina ha assunto sul piano dell’economia internazionale, essendo cresciuta molto più di quanto prevedessero le aspettative occidentali, dopo l’ingresso nel Wto e con la prospettiva delle nuove Vie della Seta. Messo così sembra un groviglio enorme, ma noi in questo groviglio siamo. E se vogliamo essere, come Pd, un soggetto politico in grado di arricchire la propria visione e quella del centrosinistra, a cominciare da una ridefinizione europeistica non appiattita sull’esistente, si deve avere la capacità di assumere il problema della sicurezza in prospettiva di una nuova organizzazione internazionale in cui la questione della sicurezza include il rapporto con l’altro; essere capaci di dare una risposta alla propria sicurezza nella misura in cui si assume il problema della sicurezza altrui.

Questo vuol dire porre l’asticella a un livello molto alto. Ma per riuscirci non c’è bisogno di leader e leadership all’altezza?
La questione della leadership è fortemente legata alla questione dell’agenda. In base a come si ridefinisce l’agenda, ne discendono le strade da percorrere per la costruzione dei soggetti e quindi l’evidenziazione della leadership.

Questo non dovrebbe portare con sé, lo chiedo a lei che è stato presidente della Fondazione Gramsci, il fare del partito, come affermò Antonio Gramsci, un intellettuale collettivo?
Il punto è che i partiti sono intellettuali collettivi. Al di là del fatto che lo si voglia o meno, se si sia o no capaci di farlo. Si tratta di capire in base a quale intelletto. Non è che i partiti non ci siano.
Il problema è un altro…

Quale?
Nei processi di internazionalizzazione e di globalizzazione, o per dirla più semplicemente con le parole di Andreotti, in un secondo dopoguerra in cui la politica internazionale domina le politiche nazionali, i partiti nazionali sono sempre di più agenzie, più o meno esplicite, di partiti sovranazionali generati dai Paesi più forti. Venendo a noi, noi Pd, partito di cui faccio parte con convinzione, siamo capaci di affrontare questa situazione con strumenti culturali, analitici, che non siano quelli della sinistra americana, dei Democratici Usa? L’unilateralismo americano non nasce con Trump. Il partito che meglio esprime l’interesse americano, o comunque pensa di esprimerlo, è quello dei Democratici. Trump lo riduce all’impiego della forza per la rapina di risorse ovunque sia possibile nel mondo, al fine di sostenere, illusoriamente, la competitività dell’economia americana. Illusoriamente, perché il bipolarismo che abbiamo conosciuto fino a che c’è stata la Guerra Fredda e prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica, non ritornerà più. Perché il mondo è multipolare. Da questo punto di vista avremmo bisogno di una narrazione della storia del ‘900 molto più ricca di quella che ci deriva dall’immediato dopoguerra, simbolicamente dal processo di Norimberga, cioè dall’illusione che avremmo risolto tutto dal momento in cui si scaricava sulla Germania ogni responsabilità della Seconda guerra mondiale, dimenticando che Hitler era stato costruito dall’Occidente, principalmente dagli inglesi e dagli americani, con l’idea di poter scaricare la potenza sulla destra. Cosa che non ha retto. Siamo capaci di tenere conto e attrezzarsi di conseguenza ad un mondo sempre più interdipendente? Se lo siamo, allora non possiamo non partire da come ci si fa carico dei problemi dell’altro. Se parti dal problema della sicurezza europea, devi dare una risposta anche alla sicurezza russa, altrimenti ti fermi al refrain della Russia come aggressore. Ma questo è un modo schematico e rozzo di affrontare il problema, che rimanda alla russofobia occidentale, bandiera della destra. Chi è chiaramente e coerentemente russofobico in Italia è la destra, a cominciare dalla Meloni. Mi lasci aggiungere, venendo al nostro campo, che non si può essere implicitamente russofobici perché è ancora peggio, è la dimostrazione di una perdente subalternità politica e culturale alla destra. Dobbiamo liberare il campo largo da ogni forma esplicita o implicita di russofobia. Per farlo ci sarebbe bisogno di un luogo di analisi all’altezza di queste sfide. Ecco, l’Unità potrebbe esserlo. E mi auguro che lo diventi appieno. Ne abbiamo davvero un gran bisogno.

6 Giugno 2026

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