All'Aja si decide sul rinvio del torturatore
Il torturatore El-Hisri alla sbarra alla Corte penale internazionale: con lui a processo c’è il sistema Italia-Libia
Nel processare l’aguzzino di migranti, sodale di quell’Almasri che il governo ha riaccompagnato a Tripoli sebbene fosse uno stupratore, il tribunale internazionale svela al mondo la prassi dell’orrore. Ma la stampa fa finta di non sentire e di non vedere, per non dispiacere la cara Giorgia
Esteri - di Luca Casarini
Le udienze per la parte istruttoria del processo al torturatore libico El-Hisri, sodale e pari grado del più noto Almasri fatto fuggire alla cattura dal governo italiano, si sono concluse. Entro sessanta giorni la Corte del Tribunale dell’Aja, quello che giudica crimini contro l’umanità, si dovrà esprimere con la decisione sul rinvio a giudizio o meno dell’imputato, che nel frattempo è rinchiuso nel carcere della città olandese. Già questo fatto, che si possa decidere o meno se un processo si deve tenere, è storico. Il “sistema Libia” sotto accusa, ma noi potremmo anche dire il “sistema Italia-Libia”. Se non ci fosse stato presente almeno uno dei tanti imputati e ricercati con mandati di cattura internazionali, nessun processo si sarebbe potuto mai nemmeno incardinare. L’obiettivo della fuga di Almasri era questo. E dunque vedremo, e soprattutto sentiremo, se ci sarà un rinvio a giudizio, come se la giocheranno quelli che verranno tirati in ballo: il governo libico grande alleato strategico del governo che ha autorizzato – come ribadito dalla difesa – l’uso del lager di Mitiga per internare i migranti, la cosiddetta “guardia costiera”, che li cattura in mare e li deporta consegnandoli ai torturatori – e anche qui, questo fa parte del patto Italia-Libia – e poi chissà se salteranno fuori le responsabilità dei nostri servizi segreti, quelli che ci hanno spiato con Paragon dal settembre 2024 – prima erano mezzi più “comuni”, ma poi appunto, hanno deciso di giocare pesante. Vedremo.
Ma oggi un processo potrebbe davvero esserci, e contro potenti e malvagi di ogni risma, anche quelli in doppiopetto e con il titolo di ministro. Durante questa tre giorni, passata davanti a una enorme vetrina blindata antiproiettile a guardare gli scambi tra procuratori e procuratrici dell’accusa, giudici della corte e avvocati della difesa, erano presenti tanti rifugiati. Vittime, ognuno ed ognuna di loro, delle violenze in Libia, di Almasri, di El Hisri e di quelli come loro. Persone, questi rifugiati, che chiamare coraggiosi è poco: provate ad immaginarvi di guardare in faccia chi vi ha reso schiavo, chi vi ha torturato per giorni, per mesi, alcuni per anni. Erano a testa alta, con un grado di dignità che quelli dal nome preceduto dal suffisso “onorevole” o “ministro” o “generale”, codardi e vigliacchi complici di torture e uccisioni di donne, uomini e bambini, manco si sognano di poter mai avere.
Mi sono chiesto cosa possa pensare una vittima, come possa convivere con quello che ha subito, che in questa aula è stato rievocato e descritto minuziosamente. David Yambio, presidente dell’associazione “Refugees in Libia”, in qualche modo mi ha risposto: “Ancora oggi non so esattamente cosa dire. I miei pensieri sono frammentati, e migliaia di domande rimangono nella mia mente su un mondo sempre più incapace o riluttante ad affrontare equamente le ingiustizie. Per quanto riguarda la Libia, e le innumerevoli ingiustizie cui sono stato sottoposto, posso finalmente dire di essere orgoglioso dell’impegno dimostrato da coloro che hanno continuato a fidarsi della Corte per tutti i 15 anni da incubo della sua indagine sui crimini contro l’umanità in Libia. Nel 2011, quando la situazione della Libia è stata deferita alla Corte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ero un adolescente in Sud Sudan che aveva già visto e vissuto molte violenze e ingiustizie. Non sapevo che un giorno sarei finito in Libia, dove il mio mondo sarebbe stato ancor più oscurato, dove la mia dignità sarebbe stata violata, dove sarei stato schiavizzato, affamato, torturato, ridotto a nient’altro che uno strumento da usare per scopi politici. Mentre ero seduto in aula, ho messo in dubbio ogni significato della giustizia. È stato abbastanza vedere quest’uomo in custodia? Senza di lui, si fermerebbe il sistema nel quale ha agito? Chi lo ha sostenuto direttamente e indirettamente sarà mai indagato e punito? Non ho trovato tutte le risposte, ma una cosa è certa: anche se il sistema non finisce immediatamente, chi commette reati deve comunque essere ritenuto individualmente responsabile delle proprie azioni. L’aula era piena di vittime, superstiti, giornalisti, diplomatici, avvocati e attori della società civile riuniti per assistere a quei giorni storici.
Durante questi giorni, ho indossato il mio miglior vestito: un’agbada bianca dall’Africa occidentale. Molti non l’hanno capito; alcuni si sono chiesti perché qualcuno del Sud Sudan abbia indossato orgogliosamente un vestito che si presume provenga dalla Nigeria. Ho semplicemente risposto che mi ha fatto sentire orgoglioso e in qualche modo ripristinato nella mia umanità. L’ho indossato intenzionalmente dicendo in silenzio: sono qui, ho visto, ho provato, sono sopravvissuto, e ora cerco giustizia e responsabilità. Ero lì a rappresentare, in un modo o nell’altro, tante persone colpite, vittime delle più ampie infrastrutture di violenza in Libia, ma soprattutto ero lì a rappresentare me stesso. Per tutti i giorni delle udienze, non ho dormito quasi mai la notte. Ero perseguitato da urla di dolore e disperazione che per anni avevano abitato il mio corpo e il mio spirito Devo dire che sono triste e deluso che non ci sia stata abbastanza copertura su questo monumentale risultato, nessuna vera indignazione da parte delle società europee che parlano costantemente di giustizia e responsabilità mentre si sta finalmente indagando sul volto stesso usato dall’Europa per esercitare il terrore. Collaboriamo tutti insieme per un mondo migliore, pacifico, giusto e inclusivo. Che la razza non ci divida, e soprattutto, che i poteri che sostengono la sofferenza nel nostro mondo non rimangano mai incontrollati.”