Segreteria nazionale Cgil
“Le classi popolari pagano il prezzo dell’economia di guerra: è il conto salato delle scelte di Meloni”, parla Christian Ferrari
«Meloni se la prende con l’Europa, ma la verità è che le decisioni di politica internazionale, economica ed energetica che ha assunto in questi anni stanno presentando un conto salatissimo»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Christian Ferrari è membro della Segreteria nazionale della Cgil.
L’Unità ha titolato “L’Italia in fallimento, Governo e Confindustria: tutta colpa dell’Europa”.
Questa rappresentazione è sia falsa che autoassolutoria. La verità è che le decisioni di politica internazionale, economica ed energetica assunte dall’esecutivo in questi anni stanno drammaticamente arrivando al pettine, presentando un conto salatissimo. Nel 2024, mentre il governo si apprestava a firmare il nuovo Patto di stabilità, la Cgil – insieme alla Confederazione europea dei sindacati – manifestava a Bruxelles per contestare quella scelta. In tutte le lingue spiegammo che chiudere in una parentesi pandemica la stagione del NextGenerationEU, degli Eurobond, degli investimenti e delle politiche comuni, per tornare alle vecchie ricette di austerità, era un errore clamoroso e autolesionistico per tutti. Purtroppo, rimanemmo inascoltati. La stessa cosa è avvenuta con la folle corsa al riarmo lanciata dalla Nato e dall’Unione europea. Meloni ha apposto la sua firma sia sull’impegno di portare al 5% del Pil la spesa in difesa, sia sul RearmEU, che prevede lo scomputo dai vincoli del Patto delle sole spese militari, mentre si continuano a tagliare sanità, istruzione, pensioni, salari e investimenti produttivi. Stessa spiaggia e stesso mare sulle politiche energetiche: ci si è limitati a “diversificare” le importazioni di gas (con l’effetto di farci passare dalla dipendenza dai beni energetici provenienti dalla Russia a quelli – peraltro più costosi – provenienti dagli Usa), anziché aumentare la produzione di energia rinnovabile, l’unica in grado di ridurre l’impatto climatico, garantire sicurezza e indipendenza energetica, diminuire strutturalmente i prezzi dell’energia per imprese e famiglie. Risultato: abbiamo le bollette più alte d’Europa. Ecco: su tutti questi fronti, direi che i fatti hanno stabilito chi avesse ragione e chi torto. Scaricare adesso quanto sta accadendo sull’Europa è una comoda via di fuga per nascondere le proprie responsabilità in quei passaggi cruciali e per non fare i conti con decisioni interamente nazionali, che sono la concausa della crisi economica, energetica, sociale e produttiva in cui siamo immersi fino al collo.
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Ma Giorgia Meloni ha di nuovo magnificato i risultati che a suo dire il governo ha ottenuto sull’occupazione e l’economia.
A quali risultati si riferisce? Al Pil che, al momento del suo insediamento, era al 4,8% e che nel 2025 – nonostante il Pnrr – è precipitato allo 0,5%? All’aumento della pressione fiscale, passata in tre anni dal 41,7% al 43,1% (il valore più alto degli ultimi dieci anni), e che grava principalmente su lavoratori e pensionati? Al crollo della produzione industriale che prosegue dal 2022? Al fatto che i salari reali sono ancora inferiori dell’8,1% rispetto al 2021? Se, di fronte a questi dati, si continua a fare un bilancio positivo di una politica economica che si è rivelata un fallimento totale, significa che si pensa di poter sostituire la realtà con la propaganda o, peggio, di far vivere i cittadini in una sorta di Truman Show, nella speranza che non se ne rendano conto.
In cosa è consistita la linea economica del Governo?
Anche nell’applicare il nuovo Patto di stabilità, l’esecutivo ha scelto l’opzione peggiore. Poteva agire sul piano delle entrate, le nuove regole lo consentivano, andando a prendere i soldi dove sono (extra-profitti, profitti, rendite, grandi ricchezze, evasione), oppure impostare un lungo ciclo di austerità fino al 2031. Ha scelto questa seconda strada: tagliando la spesa e gli investimenti pubblici; definanziando la sanità; facendo cassa sulla previdenza; aumentando – tramite il drenaggio – la pressione fiscale su chi vive di salario o di pensione. E come se tutto ciò non bastasse, si è deciso di accelerare sulle politiche di rigore allo scopo di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo in anticipo rispetto a quanto richiesto dalla stessa Commissione europea. Salvo poi fallire – all’ultimo miglio – questo obiettivo. Sarebbe facile dire: “chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”, se non fosse che a piangere non è l’esecutivo, ma l’intero paese.
Da tempo siamo dentro un’economia di guerra, ancor più oggi, con le conseguenze derivate dalla guerra contro l’Iran di Trump e Netanyahu. Chi trae vantaggio e chi invece paga questa economia di guerra?
Chi trae vantaggio è, innanzitutto, il “complesso militare-(digitale)-industriale”, quel grumo di potere e di interessi che il presidente americano Eisenhower definì come la più grave minaccia alla democrazia americana. Da questo punto di vista, c’è un solo aspetto positivo nella mancata uscita anticipata dell’Italia dalla procedura di infrazione: sarà molto più difficile attivare la clausola di salvaguardia per escludere l’aumento delle spese militari dal Patto di stabilità. Chi invece paga il prezzo di questa economia di guerra è altrettanto chiaro: le classi popolari. Se dovessimo davvero rispettare l’impegno di portare la spesa militare al 5% del Pil, dovremmo spendere quasi 1.000 miliardi di euro nei prossimi dieci anni. Una prospettiva devastante per le finanze pubbliche e per la nostra economia, oltre che assolutamente incompatibile con un modello sociale basato sul welfare pubblico e universalistico, e su una politica industriale capace di guidare la transizione digitale, energetica ed ecologica del nostro tessuto produttivo.
La Cgil è parte importante del movimento pacifista. Un movimento tornato in piazza per protestare contro il sequestro e le violenze subite dagli attivisti della Freedom Sumud Flotilla. Si sanziona un ministro del governo israeliano, Itamar Ben-Gvir, ma l’Europa e l’Italia non bloccano gli accordi commerciali con Israele.
Ci sentiamo profondamente parte di quel movimento, in solidarietà con le popolazioni civili di Gaza e degli altri teatri di guerra, che subiscono devastazioni, aggressioni e sofferenze inimmaginabili. È intollerabile che il governo italiano non abbia deciso una sola sanzione e continui la cooperazione – persino militare – con il governo genocida di Netanyahu. E che non prenda provvedimenti seri e rigorosi nemmeno di fronte al trattamento disumano riservato ai cittadini italiani ed europei della Flotilla. La nostra lotta per la pace, inoltre, è strettamente legata alla mobilitazione per difendere i diritti del lavoro e per contrastare le disuguaglianze sociali che hanno ormai raggiunto livelli inaccettabili. La guerra, infatti, è la causa principale sia dell’impoverimento delle persone che rappresentiamo, che dell’accelerazione del processo di deindustrializzazione in corso, avendo provocato l’impennata inflativa tra il 2022 e il 2024 e la crisi energetica che colpisce i bilanci familiari e zavorra le imprese. Togliere la parola alle armi per restituirla alla politica e alla diplomazia è il presupposto essenziale per far uscire l’Italia e l’Europa dalle drammatiche difficoltà che stanno affrontando.
A sinistra si dibatte molto sul concetto di “riformismo”. Per una sinistra che non rinneghi sé stessa, cosa dovrebbe significare questo “riformismo”, soprattutto in ambito sociale?
Innanzitutto, dobbiamo superare le dispute nominalistiche e affrontare la questione nel merito e nella sostanza. Domanda: le riforme degli ultimi trent’anni sono state davvero tali o si sono rivelate delle vere e proprie controriforme? Se le analizziamo dal punto di vista di chi vive del proprio lavoro, la risposta è ovvia. Le sue condizioni sono peggiorate sotto ogni aspetto: dal valore reale del salario alla precarietà, fino ai servizi pubblici di cui usufruisce (sanità, istruzione, trasporto, casa, assistenza agli anziani, ecc.). Anche considerando il sistema economico e industriale italiano, molti provvedimenti approvati in nome di un malinteso “riformismo” hanno avuto effetti regressivi, a partire dalle grandi privatizzazioni, dalla fine dell’industria di Stato e dalla riduzione del perimetro pubblico. Siamo diventati un paese deindustrializzato, basato sul terziario povero e sulla rendita, con bassa crescita, ascensore sociale bloccato e concentrazione della ricchezza in poche mani. È evidente che dobbiamo ricostruire un modello sociale e di sviluppo alternativo, perché quello attuale non genera né sviluppo, né innovazione, né giustizia sociale, né tutela ambientale. Continuare a proporre, magari con qualche ritocco, le vecchie ricette neoliberiste porterebbe l’Italia a sbattere inesorabilmente e definitivamente.
I censori con la matita blu e rossa sostengono che la Cgil fa fatica a rappresentare i tanti giovani che lavorano in condizioni precarie e povere. È vero?
Chi lancia queste accuse, del tutto infondate, di fronte ai referendum contro la precarietà e per la sicurezza del lavoro che abbiamo promosso un anno fa, ha invitato gli elettori ad astenersi. Al contrario, proprio le nuove generazioni – che vivono in prima persona la precarietà e l’insicurezza del lavoro – sono andate a votare in massa, al punto che nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni abbiamo raggiunto il quorum. Sono gli stessi che hanno avuto un ruolo decisivo nel referendum costituzionale sulla legge Meloni-Nordio. E nel voto del 22 e 23 marzo scorsi non c’è stato solo il No alla messa in discussione dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, ma anche la bocciatura delle politiche economiche e sociali portate avanti dal Governo. Verrebbe da dire: eppur si muove. La strada per riconquistare un lavoro dignitoso, sicuro, ben retribuito, libero è lunga, come è stato lungo il processo di smantellamento dei diritti conquistati dal movimento operaio negli anni ’70. Non saranno le decisioni illuminate, calate dall’alto, ad essere risolutive. Solo la partecipazione popolare può consentire all’Italia di voltare finalmente pagina. E noi continuiamo ad alimentarla, da ultimo con le due proposte di iniziativa popolare sulla sanità pubblica e per cambiare il sistema degli appalti. E siamo sicuri che, continuando a percorrere la strada della partecipazione democratica, i risultati arriveranno. È nell’interesse della grande maggioranza delle cittadine e dei cittadini italiani.