Le accuse
Almasri, alla Cedu i ricorsi contro l’Italia per il mancato arresto del boia libico: sono di due vittime di tortura
La gestione del governo Meloni della vicenda di Osama Almasri Njeem, il tagliagole ex capo della polizia giudiziaria libica fermato a Torino il 19 gennaio dello scorso anno e due giorni dopo scarcerato e rimpatriato nel suo Paese a bordo di un aereo di Stato senza preavviso o consultazione con la Corte penale internazionale, finisce davanti alla Cedu.
La mancata esecuzione da parte dell’esecutivo del mandato di arresto emesso dalla Cpi è arrivata infatti davanti ai giudici della Corte europea dei diritti umani grazie all’esposto presentato da due persone, una donna ivoriana e un uomo sudanese, che affermano di essere stati torturati durante la loro detenzione in strutture penitenziarie controllate da Almasri in Libia: oggi entrambi nel nostro Paese, si sono rivolti alla Cedu denunciando che l’Italia ha violato i loro diritti non eseguendo l’arresto del generale libico.
In particolare il ricorso sostiene che la mancata esecuzione dell’arresto abbia comportato una violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, relativo al diritto alla vita, e dell’articolo 3, che vieta tortura e trattamenti inumani o degradanti. La cittadina ivoriana denuncia inoltre la violazione dell’articolo 4 della Convenzione, relativo al divieto di schiavitù e lavoro forzato, sostenendo che il rifiuto di autorizzare l’azione penale e la mancata consegna di Almasri alla Corte penale internazionale abbiano determinato “un diniego di giustizia”.
Le storie dei due ricorrenti, coperti da anonimato, sono impressionanti per la loro crudezza. La donna ivoriana, 30 anni, subisce le prime violenze già dall’infanzia: a quattro anni viene sottoposta a mutilazioni genitali, poi ad abusi sessuali del padre adottivo. Ancora minorenne decide di fuggire, ritrovandosi però ad affrontare un nuovo calvario nel carcere di Mitiga, regno incontrastato di Almasri.
Nella sua denuncia alla Cedu racconta di aver subito torture, violenze sessuali e maltrattamenti, indicando tra i suoi aguzzini anche Almasri, all’epoca direttore del centro di detenzione e comandante della polizia paramilitare libica. Arriva in italia il 16 aprile 2017 e tre anni dopo il tribunale di Catania le riconosce la protezione internazionale ritenendo credibili i racconti sulle violenze subite e trovando riscontri nelle documentazioni mediche acquisite agli atti.
Non meno drammatica è la testimonianza dell’altro ricorrente, un cittadino sudanese arrivato in Libia nel 2018. Qui viene rinchiuso nel centro di Al-Jadida, allora sotto il controllo di Almasri, dove subisce maltrattamenti e torture: nel 2020 viene trasferito con la forza a Mitiga per essere impiegato in uno dei gruppi armati legati all’ex capo della polizia libica Almasri, viene costretto ai lavori forzati, assiste a torture e uccisioni di altri detenuti ed è a sua volta vittima di violenze. Fugge nel 2022 e riesce a raggiungere l’Italia, dove ottiene lo status di rifugiato: da allora e è una delle voci più attive nel denunciare gli abusi commessi nelle carceri libiche.