79esimo Festival di Cannes
Chi sono i favoriti al Festival di Cannes, i film in odore di premiazione tra amore queer e “guerra” a Putin
Al Festival è tempo di verdetti: ecco quali sono e di cosa parlano le pellicole in odore di premiazione
Spettacoli - di Chiara Nicoletti
A poche ore dal verdetto sul Palmares del 79esimo Festival di Cannes, c’è grande aspettativa nell’aria sulla Croisette, diversa da quella degli altri anni, poiché si respira la voglia di vedere veicolati, attraverso le scelte della giuria, le importanti istanze che le registe ed i registi, del concorso come della sezione Un Certain Regard, hanno voluto portare avanti con e grazie ai loro film. C’è una sensazione di “fine del mondo” che permea le pellicole che non deve per forza essere negativa se motore di resistenza, di azione, di denuncia. Con le parole del presidente di giuria Park Chan wook, sigillate nella memoria, sull’impossibilità di separare il cinema dalla politica, azzardiamo pronostici.
A farci da guida, le valutazioni della stampa internazionale che vedono primeggiare, All of a sudden di Ryusuke Hamaguchi, terzo film per il regista giapponese a Cannes dopo Drive My Car del 2021, che vinse l’Oscar e Netemo sametemo del 2018. Ambientato a Parigi, racconta l’amicizia tra Marie-Lou (Virginie Efira) direttrice di una casa di cura per anziani e una regista teatrale giapponese Mari (Tao Okamoto), unite da obiettivo comune, quello di rendere la vita più sopportabile ai malati, con delle specifiche e dignitose cure mediche o attraverso l’arte. Hamaguchi usa la metafora della malattia per raccontare quella che affligge il genere umano che, piegato dalle dittature e dalla sofferenza, nutre ancora speranza fino a, letteralmente, l’ultimo respiro.
Ed ancora, tra i favoriti, Minotaur del russo, dissidente e lontano dalla madrepatria dal 2022, Andrey Zvyagintsev che con pungente ironia e dark humour rappresenta la corruzione endemica che pervade la Russia di Putin oggi, presente ad ogni livello, tra la guerra forzata e gli omicidi lasciati senza colpevoli. Nel trittico dei più amati, spunta il polacco Paweł Pawlikowski che dopo Ida e Cold War, continua il suo percorso in bianco e nero per andare al 1949 ed al viaggio che lo scrittore tedesco Thomas Mann fece di ritorno in patria, per la prima volta dall’ascesa al potere di Adolf Hitler, trovando un Paese ancora segnato dalla Seconda Guerra Mondiale, per ricevere un Premio. Con accanto la figlia Erika, interpretata da un’icona del cinema europeo come Sandra Huller, percorrerà in auto il tratto da Francoforte sul Meno, nella Germania Ovest, a Weimar, nella Germania Est, non potendo (o non volendo) assistere al funerale del figlio.
C’è tutto in questo film, dalla politica agli ideali disillusi e traditi fino all’analisi del rapporto genitori-figli. A sbaragliare la concorrenza infine, potrebbe però arrivare La Bola Negra dei registi spagnoli Javier Ambrosi e Javier Calvo, che su tre piani temporali, raccontano del ritrovamento di un romanzo che Federico García Lorca avrebbe scritto con protagonista omosessuale e Coward di Lukas Dhont, commovente e intensa storia d’amore queer, dal sapore Austeniano, ambientata sul fronte belga durante la Prima Guerra Mondiale.