Cannes 79
Zippel: “Il mio film su De Sica, il padre del cinema europeo”
Parla il regista, unico rappresentante italiano a Cannes 79 con “Vittorio De Sica, la vita in scena”: “Tra vita e carriera artistica c’era totale continuità, l’uomo si fondeva con l’artista”
Cinema - di Chiara Nicoletti
Rappresenta l’Italia al 79esimo Festival di Cannes Francesco Zippel con Vittorio De Sica – La vita in scena, una produzione Quoiat Films, Luce Cinecittà, Movimenti Production, Sky.
Grazie a un accesso esclusivo alla famiglia De Sica, a materiali d’archivio inediti e alle testimonianze di artisti e cineasti contemporanei provenienti da tutto il mondo, il documentario, presentato nella sezione Cannes Classics, costruisce un ritratto intimo e sfaccettato dell’autore e della sua eredità cinematografica. A raccontare Vittorio De Sica e la sua influenza nel loro mondo troviamo Isabella Rossellini, Ruben Östlund, Jean-Pierre Dardenne & Luc Dardenne, Francis Ford Coppola, Carlo Verdone, Nicola Piovani, Dominique Sanda e due registi in concorso a Cannes quest’anno: Asghar Farhadi e Andrej Zvjagincev. Abbiamo incontrato Francesco Zippel nel corso della prima del film che sarà distribuito prossimamente al cinema da Fandango.
Che cosa si prova ad essere l’unico italiano selezionato quest’anno al Festival di Cannes?
È bellissimo esserci, anche se sappiamo che molti film italiani non erano pronti. Sono molto felice perché il senso dei miei lavori sta nel restituire il giusto spazio e la giusta vetrina a figure enormi. L’ho fatto con Sergio Leone e Gian Maria Volonté, e ora con De Sica, affinché possa essere ricordato a 52 anni dalla sua scomparsa, a Cannes, dove ha sempre avuto un successo enorme.
Nel suo film scopriamo l’eredità sia emotiva che cinematografica di De Sica. Qual è stato il punto di partenza?
Quello che cerco sempre di fare quando realizzo questi film è provare a comprendere chi fosse la persona che vado a raccontare perché, soprattutto nel caso di questi personaggi così grandi come De Sica, è affascinante indagare l’elemento umano, le esperienze di vita che hanno generato l’empatia che ancora vediamo nei loro film che, ancora oggi, ci emozionano e ci arrivano così immediati, così forti. Proprio per questa ragione ho voluto intitolare il film La vita in scena: ho proprio avuto la sensazione, man mano che lavoravo e raccoglievo testimonianze di chi l’ha conosciuto ed i anche punti di vista di chi lo stima, come i grandi registi che ho coinvolto oppure elementi di archivio, che ci fosse una diretta connessione, come dei vasi comunicanti, tra la sua vita e la sua esperienza d’artista. E quindi ho cercato di sviluppare questa conversazione, questo dialogo tra il De Sica privato e il De Sica artista che poi sono la stessa cosa sostanzialmente, perché lui era straordinariamente onesto nel portare se stesso in tutte le sue manifestazioni artistiche.
Qui c’è infatti il Vittorio De Sica figlio, il De Sica padre, il De Sica nonno e i modi in cui ha proiettato queste tre cose nel suo cinema, a partire da Umberto D.
Sì, Umberto D., che poi è il film al quale è più legato, proprio come racconta nel documentario: Umberto D. era nient’altro che Umberto De Sica, cioè suo papà. Ed è un film che all’epoca non ebbe questo gran successo, ma che adesso è giustamente ritenuto una pietra miliare. Perché non ebbe successo? Perché semplicemente De Sica era decenni avanti rispetto alla situazione anche cinematografica che viveva intorno a sé, faceva dei film che gli scaturivano veramente dal cuore, che mettevano in scena, appunto, la vita, la sua esperienza personale, in quel caso familiare. E poi anche la grandezza di reimmaginare una figura che era in qualche misura riferita a suo padre, utilizzando non il più grande attore dell’epoca, ma un professore di linguistica. Io ho cercato di raccontare quanto fosse importante questo tema della paternità che lui vive da figlio, da padre, da nonno: c’è sempre un flusso di paternità all’interno della sua esperienza di vita e professionale. Nel capitolo in cui parlo di Umberto D. lo metto in relazione sia a suo papà Umberto, ma anche al papà artistico che è idealmente Charlie Chaplin, con cui lui addirittura ebbe la fortuna di incontrarsi e – non voglio dire passarsi il testimone – però di condividere quella sensibilità straordinaria che li ha resi entrambi delle figure eterne per il cinema mondiale.
Dal docufilm emerge come De Sica sia all’origine del cinema europeo di oggi. Era un obiettivo del film fin dall’inizio consacrare definitivamente questa eredità?
Penso che un regista come De Sica, pur avendo una sensibilità marcatamente europea per tradizione culturale, abbia una forza globale. Ho parlato con registi come Kore’eda, Spielberg, Sean Baker, Jane Campion e Bong Joon-ho: vengono da luoghi lontani ma incarnano quella sensibilità. C’era fin dall’inizio la consapevolezza della sua centralità assoluta. Pensa al rimando tra le biciclette di E.T. e quelle di Miracolo a Milano. Spielberg, come De Sica, ha l’abilità unica di dirigere bambini e non professionisti. Farhadi ha detto una cosa bellissima: vedendo Ladri di biciclette per la prima volta, ha pensato che De Sica stesse parlando dell’Iran e della condizione delle famiglie iraniane. Questo è il più grande risultato che un artista possa raggiungere.