Il nuovo romanzo di Sebastiano Nata

Perché non possiamo più dirci cristiani

La radicalità del Vangelo non si può mettere in pratica in un mondo dove tutto la nega a favore di successo e competizione. Ma rompere il muro dell’ipocrisia è necessario. E forse salvifico

Cultura - di Filippo La Porta

21 Maggio 2026 alle 18:30

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Perché non possiamo più dirci cristiani

È possibile vivere una fede cristiana in modo autentico, entro la società moderna basata su premesse radicalmente anticristiane? La vita del borghese (in particolare la vita economica) scommette sull’inesistenza di Dio: unico suo criterio è il successo o l’insuccesso e non un giudizio di bene e di male. E così regoliamo le nostre azioni, benché – i migliori di noi – con sensi di colpa. Mentre lo scienziato Laplace spiegò a Napoleone che Dio è per la scienza un’ipotesi superflua. Sebastiano Nata prova a dare una risposta a questo interrogativo scrivendo non un trattato di teologia o filosofia morale ma un romanzo, Esercizi di salvezza (Frassinelli): un libro intensamente religioso – direi dolorosamente e gioiosamente – religioso – scritto dentro la nostra contemporaneità tecnologica, immanentistica, dove il sacro è stato profanato (come osservò tra gli altri Pasolini). Un libro “religioso” non tanto e solo perché parla di Dio ma perché usa uno stile capace di ascoltare il silenzio e il vuoto, di accettare l’esitazione, di non chiudere il mistero, di lasciare aperta (e dunque sanguinante) ogni domanda in proposito. Oggi qualsiasi fede religiosa non si può non vivere con timore e tremore. Ma è anche un romanzo, affollato di personaggi e di conflitti, che attraversa mondi e ambienti sociali diversissimi, e il cui protagonista si caratterizza, direi in modo classico, per una sua quête, una ricerca di identità psicologica ed esistenziale.

Qui arriviamo alla felice contraddizione del libro: parlare di fede – che per definizione è assertiva, ben ferma (certezza di cose sperate) ma calandola dentro l’involucro di un romanzo, e cioè del genere inventato dalla modernità caratterizzato da un sapere scettico, ironico, plurale. Il protagonista può anche dire “Nostro Signore…” ma è un personaggio letterario, dunque dice soltanto la sua verità relativa e non può sottrarsi alla natura ironica che ha il genere romanzesco, aperto alla irriducibile complessità del reale e alla varietà dei punti di vista. Rispetto ai suoi romanzi precedenti Nata sembra aver trovato qui una miracolosa naturalezza espressiva, una lingua trasparente e naturalmente scorrevole, segnata da una sincerità disarmata. Ma vediamo di cosa parla. L’io narrante, ex dirigente di una multinazionale e ora attivo in un centro di accoglienza immigrati, è uno scrittore impegnato nella laboriosa “revisione” di un proprio romanzo – Ferrhotel – che ha un protagonista, Gabriele, che – assai più giovane – gli somiglia molto e con il quale dialoga costantemente. In tutto il libro vi è un cortocircuito a volte spiazzante, e dai confini volutamente indefiniti, tra i due. Decide di fare degli “esercizi spirituali”, nello stile di Ignazio de Loyola, a Bologna, dentro lo stesso luogo dove li seguiva al tempo della multinazionale. È alla ricerca di Dio, ma in modo problematico, a volte confuso, perfino velleitario. A questa ricerca si intrecciano le sue complicate relazioni con le donne, la presenza della anziana madre (e del fantasma incombente del padre), e soprattutto l’irruzione nella sua vita del nipotino Giovanni, un dono del cielo, un bambino che gli porrà quesiti teologici impegnativi. Non entriamo nel merito di queste relazioni, ma limitiamoci a dire che a un certo punto il narratore, che ha fondato un premio letterario legato alla cooperazione, sente il bisogno di andare in Africa per perfezionare alcuni dettagli del premio e per conoscere la ONLUS con cui si aprirà una collaborazione. Due sono gli elementi del romanzo, tra loro pure connessi: una quasi impossibilità ad essere veramente cristiani ma anche la possibilità di una rinascita.

Dunque: fallimento e chance di rigenerazione. Il genere del romanzo è l’unico capace di accogliere la contraddizione. Perché impossibilità? Perché la radicalità del messaggio evangelico non si può mettere in pratica in un mondo dove tutto la nega – sistematicamente – dove ad esempio un genitore, benché sinceramente credente, educa i figli non alla condivisione ma alla autorealizzazione, non alla rinuncia ma al successo professionale. Eppure anche solo denunciare questa tragica impossibilità diventa un modo per ripararla. Ancora sul messaggio evangelico: è vero che Gesù sa che siamo tutti peccatori, però non direi che ci invita a fare solo ciò che possiamo fare: questo sarebbe un messaggio molto ragionevole – che nel nostro paese ha generato una intollerabile doppiezza morale -, mentre in Gesù vi è una scandalosa irragionevolezza. Ci chiede anzi di andare oltre noi stessi e oltre la natura, così come condanna l’albero di fi co perché non dà i suoi frutti, badate bene, fuori stagione! Ci chiede di cancellare il nostro io (pensate: proprio nella società attuale del narcisismo!), di fare una piccola violenza su noi stessi, direbbe Flannery O’Connor. Va bene, non è che ogni credente deve prendersi un clochard a casa per una notte (all’interno della stessa chiesa esistono varie modalità di carità: dalla suora missionaria al frate eremita e al teologo), ma un sincero credente dovrebbe immaginare comunque un gesto, un solo gesto nella sua vita, che almeno alluda a quella radicalità. La luce di una rinascita, la luce rosata dell’alba in Africa, illumina l’ultima parte, ed è qualcosa che coinvolge il lettore e lo scuote. È la stessa luce che viene dal sorriso di Busajo, gigantesco etiope, ex bambino di strada e ora angelo custode del protagonista. Lì scopriamo che la fede coincide con la relazione. Quando le misere bambine africane si assiepano intorno alla Toyota e prendono a carezzarlo chiedendo “Money, money”, a lui balena all’improvviso una fantasia oscena. Ora, il suo modo di trattare questa fantasia è quello più vicino al Vangelo: non negarla ma vederla come qualcosa che pur attraversandolo non gli appartiene.

Ciò che entra nell’uomo va nella pancia e poi viene eliminato nella fogna, senza contaminare lo spirito, a differenza delle parole cattive che provengono dal cuore (Matteo, 15, 17). Le nostre fantasie più inconfessabili non ci appartengono: basta farle scivolare via, una volta entrate. Nessuno sa bene se si “salverà”, e come diceva Ivan Illich “I care” è uno slogan nobile ma di fatto irrealizzabile (i nostri livelli di consumo implicano miseria di vaste parti del globo, altro che “I care”!), però soltanto riuscire a non raccontarsi frottole è la premessa indispensabile di qualsiasi rigenerazione e l’obiettivo di ogni esercizio spirituale. E chissà che riuscire a non mentirsi sia possibile davvero solo nell’età matura, quando ci si prepara al congedo. Pinocchio, qui evocato come paradigma del bambino di strada, quando diventa un bambino per bene non diventa tanto più buono quanto più consapevole: sa che il burattino che era resta lì sulla sedia, con le braccia penzoloni, ma non scompare, e che lui deve imparare a convivere con la propria parte di legno (che sempre un po’ mentirà e sbaglierà)

21 Maggio 2026

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