Il folle ballo di Donald
Trump minaccia l’Iran ma poi cambia idea: Medio Oriente sempre più nel caos
“Ho annullato l’operazione su richiesta dei Paesi arabi”, blatera il tycoon su Truth. Ma per il Nyt Teheran prepara una dura risposta in caso di assalto. E l’intesa torna ad avvitarsi sul nucleare
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Il tycoon frena. Non per indole ma per necessità, interne e internazionali. Donald Trump ha annunciato di aver sospeso il «pianificato attacco all’Iran» in programma domani su richiesta dell’Emiro del Qatar, del principe ereditario dell’Arabia Saudita e del presidente degli Emirati Arabi Uniti «poiché sono in corso seri negoziati». «Ho impartito istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo dello Stato Maggiore Congiunto, Generale Daniel Caine, e alle Forze Armate degli Stati Uniti, affinché non venga eseguito l’attacco contro l’Iran programmato per domani», ha scritto sul suo social Truth. «Questo accordo includerà – scrive Trump –, cosa fondamentale, NESSUNA ARMA NUCLEARE ALL’IRAN! In virtù del rispetto che nutro per i suddetti leader, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo di Stato Maggiore Congiunto, Generale Daniel Caine, e alle Forze Armate degli Stati Uniti, che NON effettueremo l’attacco all’Iran previsto per domani, ma ho inoltre dato loro istruzioni di tenersi pronti a procedere con un attacco su vasta scala contro l’Iran, in qualsiasi momento, qualora non si raggiunga un accordo accettabile. Grazie per l’attenzione! Presidente DONALD J. TRUMP».
Di certo, la guerra non paga in termini elettorali. Secondo un sondaggio pubblicato lunedì dal New York Times, la popolarità del capo della Casa Bianca è scesa al 37%, livelli ormai simili a quelli di Jimmy Carter durante la sua crisi iraniana. Il 64% degli americani considera l’intervento una scelta sbagliata, e questo dato include il 73% degli elettori indipendenti e il 22% dei repubblicani. Solo il 70% dei sostenitori del Gop sta col presidente. Tra le motivazioni di questo tracollo di consensi c’è l’impatto economico del conflitto. Dall’inizio dei bombardamenti il prezzo della benzina è salito del 56%, passando in media dai 2,89 dollari al gallone di febbraio ai 4,517 di oggi. Ciò ha un impatto immediato sui bilanci delle famiglie e un effetto quanto meno di medio termine sull’inflazione. Ma il “pendolo” di Trump continua a oscillare tra trattativa e guerra. L’Iran ha «due o tre giorni» per sedersi al tavolo dei negoziati e raggiungere un accordo. Così il presidente Usa parlando con i giornalisti fuori dalla Casa Bianca. «Magari venerdì, sabato, domenica. Forse all’inizio della prossima settimana. Hanno un periodo di tempo limitato», ha aggiunto Trump. «Non possiamo lasciargli avere un’arma nucleare, distruggerebbero Israele, l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati, il Qatar e l’intero Medio Oriente, sarebbe un olocausto nucleare».
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Da Washington a Teheran. La recente proposta inviata agli Stati Uniti dall’Iran include la revoca delle sanzioni, il rilascio dei fondi iraniani congelati e la fine del blocco navale nel Paese. Lo ha detto il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ai membri della commissione di sicurezza nazionale del parlamento, secondo quanto riportato da media iraniani. Gharibabadi ha anche evidenziato il diritto dell’Iran «all’arricchimento nucleare pacifico». Il rapporto presentato al parlamento, inoltre, menzionava anche «la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano», il pagamento di un risarcimento di guerra da parte degli Usa per la ricostruzione dei siti iraniani colpiti, la fine di tutte le sanzioni e risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e «il ritiro delle forze Usa dai dintorni della Repubblica islamica». Gharibabadi non ha fornito ulteriori dettagli sul processo di esame di questa proposta o sulla reazione della controparte statunitense. L’Iran avrebbe sfruttato il mese di cessate il fuoco nella guerra contro Stati Uniti e Israele per prepararsi alla ripresa dei combattimenti, riposizionando i lanciatori di missili balistici. Lo scrive il New York Times che cita un funzionario militare statunitense. Secondo quanto riferito, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco l’8 aprile, l’Iran si è adoperato per «dissotterrare decine di siti di lancio di missili balistici bombardati, spostare i lanciatori mobili e, nonostante le perdite significative, adattare le proprie tattiche a un’eventuale ripresa degli attacchi». Secondo il funzionario, gli attacchi statunitensi contro le infrastrutture missilistiche iraniane hanno colpito gli ingressi dei siti, ma non i lanciatori stessi, poiché questi erano interrati in profonde grotte sotterranee per proteggerli dagli attacchi.
L’Iran si sta preparando all’eventualità della ripresa degli attacchi americani e ha fatto intendere che non esiterà a imporre un prezzo elevato ai paesi vicini e all’economia mondiale in caso di aggressione. È quanto si legge sul New York Times. Fra le opzioni che Teheran starebbe valutando ci sarebbe il controllo sullo Stretto di Bab al-Mandeb, lo stretto braccio di mare che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e attraverso il quale transita un decimo del commercio mondiale. In caso di nuova escalation, rimarca ancora il NYT, l’Iran potrebbe lanciare decine o centinaia di missili al giorno, uno scenario che rischia di vedere la guerra allargarsi rapidamente. I Paesi del Golfo sarebbero tra i primi obiettivi, con raffinerie, giacimenti e porti trasformati in bersagli sensibili. E l’economia europea rischia di inabissarsi. Con il prolungamento della chiusura dello Sretto di Hormuz «ci aspettiamo un rallentamento dell’economia europea e un aumento dell’inflazione, con un impatto negativo sulla domanda dei consumatori». Lo si legge in un report di S&P dedicato alle conseguenze sull’economia del conflitto tra Usa-Israele e Iran. «Nel nostro scenario pessimistico, il mancato ripristino a pieno regime dell’apertura dello Stretto di Hormuz o una interruzione del cessate il fuoco, con ricadute sulle supply chain globali, potrebbero spingere il tasso di default fino al 5%. Una recessione diventa più probabile quanto più a lungo lo stretto rimane di fatto chiuso».
“L’incertezza economica globale ha accentuato i rischi per la crescita e per l’inflazione, in un contesto di conflitto in corso in Medio Oriente, in particolare attraverso le pressioni sulle catene di approvvigionamento di energia, alimenti e fertilizzanti, che colpiscono in modo particolare i paesi più vulnerabili. Per mitigare questi impatti negativi, riconosciamo che un rapido ritorno alla libera e sicura circolazione attraverso lo Stretto di Hormuz e una soluzione duratura del conflitto sono imperativi”. Lo si legge nel comunicato finale del G7 Finanze appena concluso a Parigi.
In un Medio Oriente in fiamme, prosegue l’odissea della Global Sumud Flotilla e degli attivisti sequestrati da Israele. Sono 27 gli italiani della Flotilla per Gaza che al momento risultano fermati. Le imbarcazioni su cui viaggiano dovrebbero giungere al porto di Ashdod. Lo rende noto la Farnesina, sottolineando che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto «di verificare urgentemente l’uso della forza da parte delle autorità israeliane, che secondo quanto riferito dagli attivisti italiani avrebbero utilizzato proiettili di gomma contro le imbarcazioni della Flottiglia». Urgenza e Tajani. Un tragicomico ossimoro.