L'iniziativa promossa da L'Unità e Il Riformista

Una legge per bloccare le querele intimidatorie, la proposta al convegno sulla libertà di stampa

Gli interventi di Antonio Di Pietro e del segretario dell’Anm Rocco Maruotti. E poi, tra gli altri, dei parlamentari Bergamini, Verini, Sisler e Marattin

Giustizia - di Paolo Comi

15 Maggio 2026 alle 16:30

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Una legge per bloccare le querele intimidatorie, la proposta al convegno sulla libertà di stampa

“Contro le querele temerarie e per la libertà di stampa”. Ha avuto grande successo l’iniziativa promossa da L’Unità e Il Riformista e che ha riunito ieri a Roma parlamentari, magistrati, avvocati, giornalisti ed ex protagonisti della vita pubblica italiana attorno a un nodo irrisolto: garantire insieme il diritto all’informazione e la tutela della reputazione personale senza che gli strumenti giudiziari diventino forme di intimidazione. Negli ultimi anni le cosiddette SLAPP – Strategic Lawsuits Against Public Participation – sono diventate uno degli strumenti più discussi nel rapporto tra potere e stampa. Azioni civili milionarie, richieste di risarcimento sproporzionate, anni di processi e costi legali spesso insostenibili possono trasformarsi, anche senza arrivare a una condanna, in un deterrente contro il giornalismo. In gioco non c’è soltanto la libertà dei cronisti, ma la sostenibilità delle imprese da parte degli editori, e quindi la qualità stessa della democrazia e il diritto dei cittadini a essere informati. Il confronto romano ha avuto il merito di mettere attorno allo stesso tavolo sensibilità molto diverse, spesso anche contrapposte, ma accomunate dalla consapevolezza che il quadro normativo attuale non riesce più a rispondere alle sfide contemporanee. La direttiva europea anti-SLAPP, il cui recepimento in Italia è stato giudicato da molti incompleto e tardivo, ha fatto da sfondo a un dibattito che ha intrecciato diritto, politica e cultura democratica.

Il primo a prendere la parola è stato il direttore di questo giornale. Il giornalismo rappresenta un potere essenziale e proprio per questo viene spesso sottoposto a pressioni indirette da parte di un altro potere, quello giudiziario, ha sottolineato Piero Sansonetti. Non si tratta di negare il diritto di querelare ma di garantire un processo equo ed impedire il peso economico e psicologico di certe azioni legali. Soprattutto quando a querelare è un magistrato. Un concetto che ha trovato convergenza anche in esponenti politici di maggioranza e opposizione. Deborah Bergamini, deputata di Forza Italia, ha insistito sulla necessità di trovare un equilibrio tra libertà di critica e tutela della dignità personale. “Bisogna difendere la capacità di criticare, non di ingiuriare”, ha spiegato, sottolineando come il rapporto tra informazione, istituzioni e giustizia rappresenti da decenni uno dei nodi irrisolti del sistema italiano. Bergamini ha riconosciuto l’importanza di proteggere il giornalismo, ma ha anche ribadito che non si possono lasciare senza tutela i cittadini colpiti da campagne diffamatorie o da notizie false. Sulla stessa linea si è collocato il senatore di Fratelli d’Italia Sandro Sisler, che ha definito “sbagliate” le querele temerarie ma ha contemporaneamente ricordato come diffamazione e calunnia siano fatti gravi che richiedono strumenti di tutela adeguati. Anche nel suo intervento è emersa l’idea di un necessario punto di equilibrio: evitare che il diritto di agire in giudizio venga trasformato in un’arma intimidatoria senza però depotenziare le garanzie per chi subisce informazioni false o lesive.

Tra gli interventi più “diretti” c’è stato quello dell’ex magistrato Antonio Di Pietro, che ha portato al dibattito la propria esperienza sia da pubblico ministero sia da uomo politico. “Ho fatto tante querele, non lo nego”, ha ammesso. Ma il fondatore dell’Italia dei Valori ha anche raccontato il peso che certe campagne mediatiche possono avere sulla vita politica e personale. “Il mio partito è finito a causa di un servizio giornalistico poi rivelatosi pieno di falsità”, ha ricordato, riferendosi a una inchiesta della Gabanelli sulla Rai. Per Di Pietro il punto centrale resta la distinzione tra fatto vero e fatto semplicemente verosimile. La libertà di stampa, secondo l’ex pm, deve essere assoluta quando si fonda sulla verità dei fatti, mentre servono strumenti più incisivi per contestare e punire la lite temeraria, già prevista dall’ordinamento ma raramente applicata in modo efficace. Il tema della verità sostanziale dell’informazione è stato richiamato con forza anche da Rocco Maruotti, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati. “Il fatto deve essere vero. Si deve partire da questo punto”, ha osservato, ribadendo che la libertà di stampa è un valore imprescindibile ma non può trasformarsi nel diritto di diffondere falsità. Maruotti ha espresso preoccupazione per l’utilizzo delle querele come strumento volto a “tacitare, spaventare e limitare l’azione della stampa”, ma ha anche ricordato che chi subisce un danno reale alla propria reputazione deve poter agire in giudizio. Particolarmente critica è stata la sua valutazione sul recepimento italiano della direttiva europea anti-SLAPP. Il termine europeo è scaduto il 7 maggio e, secondo il magistrato, il recepimento “solo parziale” rappresenta “un’occasione potenzialmente persa”. Maruotti ha sottolineato come in Parlamento esistano già diverse proposte di legge rimaste però bloccate senza approdare in aula, segno – a suo avviso – di una difficoltà culturale e politica nell’affrontare davvero il tema. Anche l’avvocato Alfredo Sorge ha evidenziato come la normativa in materia si sia progressivamente evoluta, segnalando che il sistema giuridico italiano dispone già di strumenti che potrebbero essere rafforzati e resi più efficaci. L’attenzione si è concentrata soprattutto sulla necessità di rendere più rapide le procedure di archiviazione delle azioni manifestamente infondate e di limitare gli effetti economici devastanti di cause costruite con finalità intimidatorie.

Molto tecnico e articolato l’intervento del pm antimafia Aldo Visone, che ha avanzato alcune proposte concrete di riforma. Tra queste, l’introduzione autonoma di una causa di giustificazione fondata sulla veridicità dell’informazione, la previsione di un tetto alle somme risarcibili e l’obbligo di comunicazione alle parti nei casi di archiviazione. Misure che, nelle intenzioni, dovrebbero rafforzare le garanzie per il giornalismo serio senza cancellare il diritto dei cittadini a ottenere tutela davanti a notizie false o diffamatorie. Un contributo è arrivato anche da Luigi Marattin, economista, deputato e leader del Partito Liberal-democratico. Marattin ha difeso con chiarezza il diritto di chi si sente diffamato a rivolgersi alla magistratura, definendolo “una tutela irrinunciabile dello Stato di diritto”. Ma ha anche riconosciuto che lo strumento giudiziario rischia sempre più spesso di essere utilizzato in modo distorto, soprattutto quando esiste una forte sproporzione di forza economica tra le parti. Per Marattin il problema centrale non è soltanto la possibile condanna finale, ma il peso stesso del processo: anni di udienze, spese legali e richieste risarcitorie milionarie possono diventare una forma di pressione indiretta sulla stampa. Marattin ha mostrato cautela sull’idea di fissare un tetto generalizzato ai risarcimenti, preferendo invece un sistema capace di distinguere in fase preliminare tra articoli fondati su fonti verificabili e comportamenti chiaramente diffamatori basati su notizie false o manipolate. Il senatore del Partito democratico Walter Verini ha invece definito le querele intimidatorie “un vero attacco alla libertà d’informazione” e ha accusato la maggioranza di rallentare il recepimento della direttiva europea anti-SLAPP.

All’iniziativa ha partecipato anche Paolo Tripaldi, presidente di Stampa Romana, a conferma dell’attenzione riservata dal sindacato dei giornalisti al tema delle querele temerarie e della tutela dei cronisti. Da anni la rappresentanza sindacale della categoria denuncia infatti il rischio che il contenzioso giudiziario venga utilizzato come strumento di pressione economica e psicologica soprattutto nei confronti delle redazioni più piccole, dei freelance e dei giornalisti impegnati nelle inchieste più delicate. La chiusura dei lavori è stata affidata a Claudio Velardi, direttore del Riformista, che ha anche ribaltato una delle narrazioni più diffuse sostenendo che il giornalismo non è affatto un potere debole o in crisi, ma “il potere più forte”. Una lettura che ha spostato il focus sulla responsabilità enorme che i media continuano ad avere nella formazione del consenso e dell’opinione pubblica. L’iniziativa romana si è chiusa dunque con un elemento condiviso: il tema delle querele temerarie non riguarda soltanto i giornalisti ma riguarda il funzionamento delle democrazie contemporanee, il rapporto tra poteri, la qualità del dibattito pubblico e la possibilità per i cittadini di conoscere fatti che spesso qualcuno preferirebbe tenere nascosti. L’obiettivo sarà ora trasformare il confronto di ieri in una proposta legislativa concreta capace di evitare sia l’impunità della diffamazione sia l’uso intimidatorio della giustizia contro la libertà di informazione.

15 Maggio 2026

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