L'intervista
Irene Grandi, in concerto da una vita: “Quella live è la mia dimensione, ma è sempre più raro trovare bravi musicisti”
La cantante torna dal vivo con il tour "Fiera di me" e spiega perché ha rinunciato a lungo alla tv. "Sanremo? Magari ci torno". Quando incontrò Vasco Rossi in pizzeria e quando Pippo Baudo bocciò "Bruci la città"
Spettacoli - di Antonio Lamorte
E no, che non scende ancora: su un palco da una vita, in concerto, da una vita in tour, live, alla vecchia maniera insomma, che poi non è vecchia ma soltanto immarcescibile, mai alla moda perché sempre di moda la musica dal vivo. Irene Grandi sta sul palco come un pesce nell’acqua, Donald Trump sui social, le trasmissioni del pomeriggio a Garlasco. È nel suo elemento, pronta a ripartire dopo l’esperienza televisiva a “Canzonissima” con il tour “Fiera di me”, come lo aveva chiamato per festeggiare i trent’anni di carriera.
Era il 1995 quando cantava che “il lavoro fa male, lo dicono tutti: meglio fare l’amore anche tutte le sere, sì che fa bene”. E non erano ancora i tempi della decrescita felice, già lo erano di iper-produttività che almeno non era sventolata come uno status. Altro che: “Chi non lavora, non fa l’amore”. Ed era il 2000 quando arrivò seconda a Sanremo, con la prima canzone che scrisse per lei da Vasco Rossi. “Avevo 15 anni o 16 anni ed eravamo nello stesso locale, lui aspettava la pizza che non arrivava e allora io mi avvicinai e gli diedi un pezzo di pizza. Qualche anno dopo lui mi diede un pezzo, ma una canzone, La tua ragazza sempre”.
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Sei volte al Festival, tantissime altre collaborazioni tra cui Pavarotti and Friends e Stewart Copeland tra gli altri. L’ultimo album pubblicato l’anno scorso, Oro e Rosa (Cose da Grandi / ADA/Warner Music Italia), del quale viene pubblicato ora il cd. “A grande richiesta, i fan volevano il disco che ultimamente non andrà molto di moda ma in realtà c’è chi ancora ama l’oggetto e lo vuole”. Agli 11 brani si aggiunge la bonus track Ti saluto. Anche in questo album un brano scritto da Francesco Bianconi dei Baustelle, Universo, anche in questo caso prodotto da Pio Stefanini com’era successo con Bruci la città e La cometa di Halley.
È in tour da una vita: possiamo dire che è la sua dimensione?
Proprio così. È un tour che racconta un po’ tutta la mia storia e la rimette insieme, che prende un po’ spunto da questi oltre 30 anni. Anche se di solito non sono molto autocelebrativa, in questo caso è stato un momento di riflessione, per riprendere contatto con tutta la mia produzione. Quante cose che ci ho messo dentro, quante contaminazioni, collaborazioni, curiosità. Di tutto e di più insomma.
C’è un filo rosso che unisce tutta questa produzione?
La ricerca di identità, il viaggio come scoperta di sé, l’amore inteso anche come crescita, come mettersi in gioco e in relazione con gli altri, che vada bene o che vada male. Sono tanti i temi, tanti i generi musicali. Qua e là, nei concerti, metteremo anche alcuni brani di Oro e Rosa.
Si può dire che è quel genere di cantanti che fa musica soprattutto per cantare dal vivo?
È la dimensione nella quale sono nata, cresciuta, in cui ho imparato a fare musica. Sono partita dai piccoli club, dai contest. Dal vivo si deve conquistare il pubblico con la musica, con le parole, con il corpo, ho sempre lavorato sui dettagli, amo comporre le scalette, studiare le luci, preparare i movimenti anche per dare spazio ai musicisti. Resta ancora un’esperienza collettiva che non va persa, un bellissimo modo di stare insieme mentre che si parla spesso del fatto che stiamo sempre più nelle proprie stanze, con i computer e con i telefoni.
Crede che ci siano più o meno possibilità di emergere rispetto a quando ha cominciato?
Credo ci siano molti meno spazi effettivamente, sento a volte i giovani che un po’ si lamentano. Qualcosa c’è ancora nelle città, almeno un paio di locali per suonare resistono, ma un tempo era più consueto trovare musica dal vivo. Possono essere anche solo ondate ma spero che i giovani capiscano che bisogna imparare a stare sul palco, non si può fare in cameretta. Trovo po’ troppa differenza tra quello che viene pensato e studiato in sala e quello che è un artista è sul palco. Spero perciò che queste realtà possano tornare a fiorire. Ed è anche sempre più raro trovare bravi musicisti, nelle nuove generazioni si trovano molti più rapper e produttori che musicisti. Io amo gli strumenti, nell’arrangiamento live danno anche qualcosa in più ai brani.
A “Canzonissima”, in finale, ha portato Bruci la città. È cero che quella canzone venne bocciata da Pippo Baudo a Sanremo?
Proprio così, chissà che quell’inciampo non le portò un po’ fortuna perché quando uscì fu un successo sensazionale, molto molto immediato. Quando mi vedeva Pippo me lo diceva sempre: accidenti a me, che me la sono fatta sfuggire. Fu un’alchimia riuscita. Francesco Bianconi viene da un mondo che non è lontano dal mio nella scrittura ma più lontano per il sound. La produzione di Pio Stefanini ha dato luce e giocosità a una canzone che poteva essere troppo dark, così è diventata più ironica. A me piaceva definirla un fumetto. Baudo si rese conto subito del suo errore. Forse si era concentrato troppo sull’intro, sulle prime parole, mentre era ancora fresca la memoria dell’11 settembre.
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Non è stata invitata a Sanremo negli ultimi anni?
Sono un po’ fatalista, forse non era il momento adatto. Ci ho provato a propormi, non tutti gli anni, ma non è andata in porto. Magari arriverà la canzone giusta per tornare nei prossimi anni.
Ha suonato anche in Africa, ha venduto milioni di copie, ha collaborato con grandissimi nomi della musica internazionale. C’è ancora qualcosa che non ha fatto in carriera, qualcosa che le piacerebbe fare? Qualcuno con cui le piacerebbe collaborare?
Ci sono tante cose che mi piacerebbe esplorare. A me piace sempre collaborare. Oggi mi piace Ermal Meta. Trovo che Levante sia una bravissima cantante e autrice, abbiamo cantato insieme Un motivo maledetto. A Canzonissima ho incontrato Enrico Ruggeri e Fausto Leali con i quali si potrebbe fare un duetto, oltre ad Arisa e Malika Ayane che apprezzo tantissimo.
Crede di aver lasciato un’eredità alle cantanti arrivate dopo di lei?
La mia è una strada che prima di me avevano aperto Loredana Bertè e Gianna Nannini, che io considero delle maestre. Anche Anna Oxa per alcune sue canzoni. Mina e Vanoni le ho percepite fortissimo come due donne libere, un po’ ribelli, autonome come sono io. Penso che per esempio Emma sia una cantante grintosa che possa aver seguito e preso spunto dalle mie canzoni. Per andare sui giovani sicuramente Jole che ha appena pubblicato il suo primo album e che aprirà qualche mio concerto quest’estate.
Che rapporto ha con i fan e con le cover band?
Non ho mai avuto contatti con le cover band, anche se qualche volta ho incontrato per strada o a qualche mio concerto ragazze che mi dicevano che cantavano le mie canzoni con la loro band o alle serate karaoke. Le ringrazio perché fanno suonare e sentire la mia musica. Con i miei fan ho un bel rapporto, siamo cresciuti insieme con alcuni che mi seguono da anni. Ormai ci conosciamo, ci salutiamo, mi fanno regali, mi mandano il pacco da giù. A più di 30 anni da quando ho cominciato sono contenta, continuo a fare un lavoro che mi piace. È una forma di espressione che tende verso una certa libertà poi si sa: libero non è nessuno, non lo siamo mai. Però nella canzone c’è questa tensione all’espressione di sé stessi, a cercare emozioni da condividere che è una maniera bella di stare insieme. È bella questa condivisione anche se qualche rinuncia costa un po’ di successo ma sono un passo verso una maggiore autenticità.
Quali sono state le sue rinunce?
A un certo punto non ho fatto più tanta televisione, da quando ha smesso di dedicare tempo alla musica cantata e suonata. È diventata più qualcosa da vivisezionare nei talent, nella competizione. All’inizio della mia carriera la tv era stata molto generosa con me. Quando ho iniziato io c’erano i videoclip, c’era il Festivalbar, le radio erano più aperte a più generi musicali, c’era più spazio anche per la contaminazione. Con i social e con le piattaforme tutto ciò è diminuito. C’è più velocità e produzione, una comunicazione continua anche dell’inutile, ma meno ricerca.
Quanto è difficile fare musica senza andare in televisione?
Si rischia di essere seguiti solo da chi già ti segue, non si arriva più in là a farsi apprezzare da chi non è tuo fan. Ho costruito la mia carriera quando la musica era approcciata in maniera più consapevole, si compravano i dischi e si sceglievano le radio, c’era un interesse meno volatile. Con i live sto cercando di valorizzare questa dimensione della musica che mi fa rimanere fedele a me stessa, dalle piazze in cui l’accesso è gratuito ai teatri dove ho portato un repertorio più blues. Ogni volta bisogna riconquistare terreno.
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