L'intervista a Giovanni Taranto
Quella macelleria della prostituzione, il ritorno con “La Chianca” del Capitano Mariani: “Palazzo Fienga? Non è con l’abbattimento che lo Stato vince”
All'autore assegnato il Premio Elsa Morante, sezione Nisida, sviluppata con gli operatori del carcere minorile di Napoli. "Il giallo, specie se di impegno civile, si sta sdoganando dall’ingiusto cliché di 'letteratura di serie B". Il quarto libro della serie
Cultura - di Antonio Lamorte
Si vede una farfalla blu sui fianchi neri del Vesuvio, si scrive La Chianca ma si legge macelleria: carne da macello che però è carne umana, donne in arrivo dall’estero gestite dalla Camorra locale sulle quali indagherà il Capitano Giulio Mariani, il protagonista della serie di romanzi gialli scritti da Giovanni Taranto, giornalista di cronaca nera, giudiziaria e investigativa al quarto episodio della saga interamente pubblicata da Avagliano Editore premiata in diverse occasioni. L’autore ci aveva raccontato di aver scelto la strada del romanzo giallo “per cazzimma. Come cronista, per anni, mi ero accorto che a un certo punto si alza una barriera: la gente non ce la fa più, a leggere e sentire di queste cose. Le immagini e le parole le scivolano addosso”. E con un po’ di zucchero la pillola va giù.
Gli è stato appena attribuito il Premio Elsa Morante, sezione Nisida, che si sviluppa con gli operatori del carcere minorile napoletano, quello che ha ispirato la serie tv Mare Fuori. “Sapere che il Capitano Mariani e le sue indagini vengono apprezzati da una giuria qualificatissima, presieduta da Dacia Maraini, per di più in una edizione epocale come quella del quarantennale, mi riempie di gioia e gratitudine e mi dà la conferma che finalmente il giallo, specie se ha anche una connotazione di impegno civile, si sta sdoganando dall’ingiusto cliché di ‘letteratura di serie B’. Se è un buon romanzo è un buon romanzo e basta”. La sua serie è stata definita anche “giallo vulcanico”, per altri è “carabinieresco”, il posto che si propone di occupare quest’altro personaggio in un panorama italiano affollatissimo di detective, investigatori, carabinieri, poliziotti, guardie forestali, magistrati tra narrativa e fiction.
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Giulio Mariani è il comandante della compagnia di San Gioacchino Vesuviano, luogo ispirato a Gioacchinopoli, uno dei nomi di Torre Annunziata, in provincia di Napoli, in questi giorni al centro di un caso politico per le dimissioni del sindaco Corrado Cuccurullo dopo le dichiarazioni del Procuratore Nunzio Fragliasso in occasione della cerimonia di demolizione del famigerato Palazzo Fienga, per decenni roccaforte del clan Gionta. Già sul solo abbattimento del Palazzo si era scatenato presso la cittadinanza il dibattito sull’opportunità – intorno alla quale si ragionava in realtà da anni – di riqualificare quell’edificio storico e convertirlo alla legalità, come per esempio era successo al Castello Mediceo di Ottaviano per anni occupato dal boss della Nuova Camorra Organizzata (NCO) Raffaele Cutolo, O’ Professor.
Come si è imbattuto nella cosiddetta “Chianca” il Capitano Mariani ?
Mariani non sta mai con le mani in mano. Come ogni ufficiale dei Carabinieri. Stavolta si è trovato davanti una giovanissima straniera massacrata. E il filo rosso di quel sangue lo ha portato a scoprire un traffico internazionale di ragazze destinate al mercato del sesso. Ma niente è mai così semplice come sembra. E a questo filone principale d’indagine se ne intrecceranno altri: inquinamento di appalti pubblici, ricatti, incidenti stradali mortali e sospetti, traffico di reperti archeologici, devastazione del territorio vesuviano e del golfo. Avrà il suo bel da fare, anche perché chi ha ammazzato la ragazza non accenna a fermare la sua mano assassina …
Anche questa storia affonda le sue radici nella sua esperienza da cronista di cronaca nera?
Assolutamente. Come sempre. Il traffico di carne umana e il racket della prostituzione gestito dalle mafie sono stati al centro di molte mie inchieste giornalistiche del passato. Come in ogni mio romanzo, solo la trama principale è frutto di fantasia. Tutto il resto è reale: episodi, dati, fenomeni, casi clamorosi, vengono dalla cronaca.
Quelle logiche di sfruttamento sono valide ancora oggi? E come sono cambiate?
Ne La chianca parlo del traffico di straniere dell’Est “importate” come bestiame in Italia negli anni ’90, dopo la caduta del Muro di Berlino. In seguito sono arrivate le ondate di giovani destinate alla prostituzione dal Sudamerica e dall’Africa. Solo in seguito c’è stata la marea orientale. Le logiche generali dello sfruttamento sono identiche, seppur mutate di qualche dettaglio. E, in più, oggi c’è la Grande Rete, il web, che consente contatti, compravendita di sesso a pagamento e mille altri affari illeciti in questo campo, con efficacia mille volte maggiore.
Quali nuove sfide ha dovuto affrontare da autore nella scrittura di questo nuovo capitolo?
Ogni mio romanzo costituisce di per sé una molteplice sfida: anzitutto deve essere originale, eppure conservare lo spirito dell’universo di Mariani. Deve funzionare come trama gialla e costituire una sfida intellettuale per il lettore, senza però frustrarlo con artifici scorretti. Deve essere “leale” eppure apparentemente inestricabile. Deve sorprendere, divertire, e allo stesso tempo spiegare fenomeni e restituire fedelmente la tecnica investigativa e giudiziaria. E, ovviamente, deve essere migliore dell’opera precedente…

Quale crede che sia il ruolo, o forse la novità, apportata dal Capitano Mariani all’affollatissimo panorama di detective, tra narrativa e fiction, in Italia?
Giulio Mariani non è un supereroe. Non è il detective infallibile. Non risolve casi con nonchalance. Non trova sempre l’indizio giusto al momento giusto. Per arrivare a soluzioni e arresti si deve fare il mazzo e correre rischi. Sbaglia, si incazza, ride, piange, scherza, si intristisce. È professionale, ma umano. Uno che tiene famiglia e non la può vivere. Uno che deve fare i conti anche con i propri errori. Che si adatta, improvvisa e raggiunge lo scopo. Anche se un tantino deve forzare le regole. Suona il basso e sacramenta in romanesco. Unisce l’anima del borgataro romano venuto dalla gavetta a quanto di vesuviano ha imparato a vivere ogni giorno. È un uomo che vive nell’uniforme della Benemerita. E, come dicono i suoi superiori, non è un giustiziere ma un giusto. E, soprattutto, non è un personaggio: è uno vero. Che vorresti avere come amico.
Palazzo Fienga a Torre Annunziata è stato abbattuto, a differenza di altri beni confiscati alle mafie, è stato demolito invece che riqualificato: lei ha raccontato quella stagione, qual è la sua posizione sulla decisione?
Ho indagato e scritto per anni sulla camorra e le mafie del Vesuviano, compreso il clan Gionta, che in quello storico edificio ha avuto il proprio quartier generale e la residenza di boss e luogotenenti. Ma il cinque maggio non sono stato tra quanti hanno assistito all’inizio dei lavori di abbattimento di Palazzo Fienga. È una decisione che ho preso per evitare di creare momenti di tensione: non avevo volontà di polemizzare a ogni costo, ma quando partecipo a un evento, qualsiasi esso sia, esprimo la mia opinione. E in questo caso diverge fortemente da quella più diffusa.
Quali sono le sue riserve in questo caso?
Su alcune cose legate a questo argomento non sono d’accordo e in passato ho pubblicamente espresso sia le mie perplessità che le mie proposte (come cittadino, come giornalista e come presidente dell’osservatorio permanente per la legalità). Molti parlano della necessità di “abbattere un simbolo della camorra” per affermare la vittoria dello Stato. Ma non è abbattendo un palazzo – fra l’altro di un certo pregio storico e architettonico – che lo Stato può dire di aver ottenuto risultati. È con la presenza qualificante e riqualificante a tutto campo: nel sociale, nel welfare, nella diffusione di cultura, nell’offerta di servizi adeguati. Abbattere, a mio avviso, può trasmettere il messaggio di non aver saputo recuperare alla legalità e alla fruibilità pubblica. E credo sia opportuno sottolineare anche altro, rispetto a Palazzo Fienga e al suo destino: presenza (come avrebbe potuto essere quella di una struttura da destinare a forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali, centri culturali, associazioni) è efficacia, testimonianza, possibilità, riqualificazione attiva. Trasformazione, catarsi. Rinascita. Il vuoto – anche quello di una meravigliosa piazza, come quella in programma – lo “spazio” (specie se non adeguatamente sorvegliato, controllato, presidiato) innesca inevitabilmente “l’horror vacui”. Ancor più in zone di frontiera, contese fra opposte fazioni. E il Quadrilatero delle Carceri ancora lo è, fra Legalità e Antistato. Sarà capace lo Stato, e per esso la città con sua parte sana e quella istituzionale, di essere protagonista della perenne esigenza di “colmare”, e occupare positivamente? C’è da augurarsi di sì. Perché, in caso contrario, ci saranno altri a farlo. E per Torre sarà l’ennesima, clamorosa sconfitta.