L'intervista a Pasquale Scialò

Per sempre sì ma cosa c’entra la canzone napoletana: “Pop internazionale confezionato a Milano, neomelodico? Slogan per demonizzare o enfatizzare”

Il musicologo e compositore sulla canzone all'Eurovision: "Cantata in maniera straordinaria ma non ha nulla a che fare con la tradizione, se non per una piccola frase in dialetto. Sal Da Vinci porta una tradizione che ricorda la sceneggiata". Secondo i bookmaker è ottavo

Cultura - di Antonio Lamorte

14 Maggio 2026 alle 16:48

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Sal Da Vinci from Italy performs the song “Per Sempre Si” during the first semifinal of the 70th Eurovision Song Contest in Vienna, Austria, Tuesday, May 12, 2026. (AP Photo/Martin Meissner)
Sal Da Vinci from Italy performs the song “Per Sempre Si” during the first semifinal of the 70th Eurovision Song Contest in Vienna, Austria, Tuesday, May 12, 2026. (AP Photo/Martin Meissner)

Ci entrerebbe a modo suo Per sempre sì di Sal Da Vinci, accussì, per il suo fare insomma, all’interno della sua enciclopedia della musica napoletana. “Non c’entra nulla con la canzone napoletana: è un pezzo di grande successo, cantato in maniera straordinaria che però non ha nulla a che fare con la tradizione, se non per una piccola frase in dialetto”, commenta Pasquale Scialò, musicologo e compositore, autore di un doppio cofanetto sulla storia della canzone napoletana che va dal 1924 al 2020 (Neri Pozza). “Entrerebbe in un paragrafo su Sanremo, anche se all’interno ha solo una microcellula in napoletano, che il cantante ha portato il gesto e l’interpretazione  figlia di una tradizione. Per il resto non c’azzecca nulla con la canzone napoletana”.

All’Eurovision Song Contest in corso a Vienna, Salvatore Michael Sorrentino porta insomma tutto un bagaglio e un immaginario introiettato a partire da quando aveva sette anni: quando incise per la prima volta un brano con il padre attore e cantante, Mario Da Vinci. Con il teatro ha acquisito tutto un patrimonio interpretativo fino all’esplosione del 2024 con Rossetto e Caffè, più di 120 milioni di streaming e due dischi di platino, preludio virale alla vittoria al teatro Ariston. A Sanremo un cantante napoletano – anche se in questo caso nato a New York – non vinceva dal 1988, Massimo Ranieri con Perdere l’amore. Da Vinci ha raccontato di aver rifatto “pari pari” delle progressioni armoniche che utilizzava Domenico Scarlatti.

 

 

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“Per me di Sal Da Vinci è interessante per il suo imprinting originario, quello che gli ha fatto acquisire alcuni aspetti fondativi del canto napoletano, l’interpretazione che nasce dalla formazione accanto al padre, la gestualità che rende la canzone una miniatura teatrale e che ricorda la sceneggiata, una funzione di coinvolgimento verso un finale catartico”, osserva Scialò che insegna Pedagogia della Musica al Conservatorio G. Martucci di Salerno e Musicologia e Storia della Musica presso l’università Suor Orsola Benincasa di Napoli. “Se si toglie quella frasetta lì però, è un pezzo pop italiano che segue in maniera molto rigorosa un format. Format appiccicoso, che deve restare impresso, fondato sulla ripetizione, con delle sospensioni che rappresentano attese emotive, creano suspense, come succedeva per esempio con Se bruciasse la città di Massimo Ranieri”.

È insomma un brano pop che utilizza tutta una serie di elementi strutturali, last but not least la mini-coreografia, la gestualità da ballo di gruppo fatta apposta per i social. “Non dimentichiamo che il brano è stato costruito a Milano e non a Napoli, che si tratta della Warner, una grande multinazionale che punta su un artista di qualità con alle spalle una grande tradizione interpretativa”. Se come lo stesso Scialò suggeriva – “le canzoni sono sismografi di un processo” – si potrebbe anche parlare del consolidamento di un genere, quello neomelodico, che da prerogativo delle classi popolari è ormai dilagato anche presso i ceti più borghesi. Una sorta di consacrazione insomma.

 

 

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Scialò crede tuttavia che si tratti piuttosto di “un prodotto pop internazionale. Non ha niente a che fare con il neomelodico. Non c’è il capoclan, il latitante, quello che non si pente. Qui si tratta di amore universale, dai toni quasi evangelici”. Però tra i temi principali della canzone neomelodica c’è proprio l’amore, un sentimento estremo e totale, espresso in maniera eccessiva ed enfatica. “Certo ma la cosiddetta neomelodia è un’espressione ambigua. Come diceva Giuseppe Aiello in un libro: cos’è, in senso letterale, tutto ciò che è nuovo? Evidentemente no. Che cos’è non si capisce, è uno slogan giornalistico che è stato o per demonizzare o per enfatizzare, che indica a volte l’identità napoletana e a volte la Camorra. Sal Da Vinci non canta con quel timbro nasalizzato, canta come una grande cantante pop internazionale. Che conosca bene quel mondo e che lo abbia frequentato è chiaro, c’è un riverbero, ma lo ha superato”.

Quello che è certo è che Per sempre sì “ormai è diventato uno slogan, lo usano tutti in qualsiasi contesto”. Non solo ai matrimoni, per quel tema dell’indissolubilità della Chiesa Sacra Romana Cattolica e Apostolica, dove molti neomelodici si sono formati e dove continuano ad animare. Anche in occasione del referendum costituzionale sulla riforma della magistratura, in più occasioni segnalata come sottofondo della campagna della proposta del governo Meloni. Il Foglio ha scritto che Sal Da Vinci “è l’unica egemonia culturale di destra che abbia funzionato”. Corrispondenti parlano di grande entusiasmo attorno a questa specie di sigla del Boss delle Cerimonie, di questa messinscena arci-italiana che in un contesto come quello dell’Eurovision risulta azzeccata. “Potrebbe anche vincere, glielo auguro – auspica Scialò – È un grande professionista e ha alle spalle una grande storia”. I bookmaker lo avevano piazzato all’ottavo posto ma sono pronostici: vedi a Sanremo. Il video della sua esibizione è risultato il più visto sui social del contest dopo la prima semifinale.

14 Maggio 2026

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