Altra crisi nel governo
Giuli, tabula rasa al ministero della Cultura: silurato mezzo staff dopo il caso del docufilm su Regeni, tensioni con FdI
Quanto è complicato imporre la propria egemonia culturale. È proprio su questo terreno scivoloso che la destra meloniana sta affrontare le maggiori difficoltà da quattro anni a questa parte: l’arrivo a Palazzo Chigi della premier e dei suoi fedelissimi, che nel frattempo hanno occupato praticamente ogni posizione di vertice nelle istituzioni culturali del Paese, si è scontrata infatti con l’inesperienza, a voler essere gentili, dei suoi protagonisti.
Da Gennaro Sangiuliano, costretto a lasciare il MIC sulla scia dell’”affaire Boccia”, passando per i risultati deludenti della nuova Rai meloniana, fino ai recenti disastri alla Biennale di Venezia targata Pietrangelo Buttafuoco, al centro di uno scontro tutto interno alla destra per la decisione di consentire alla Russia di presenziare al più importante evento dell’arte in Italia.
I problemi però non sono finiti. Domenica pomeriggio, con una notizia arrivata inaspettata, è dal Collegio Romano che arriva il nuovo terremoto politico: il ministro della Cultura Alessandro Giuli, protagonista in queste settimane proprio degli scontri sul tema Biennale con “l’amico” Buttafuoco, azzera tutto il suo staff.
La scelta di Giuli è stata quella di revocare gli incarichi a Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic e uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ed Elena Proietti, a capo della segreteria personale del ministro.
In particolare il primo, figlio dell’ex Avanguardia Nazionale Mario e “longa manus” del tandem Meloni-Fazzolari al ministero, avrebbe pagato la mancata vigilanza sulla decisione del ministero di negare i finanziamenti al documentario su Giulio Regeni; la seconda, già assessore di Fratelli d’Italia a Terni ed esponente di spicco dei meloniani in Umbria, è “accusata” di non essersi presentata all’aeroporto e di non aver quindi partecipato alla missione del ministro a New York lo scorso mese.
Giuli, raccontano i retroscena, in privato tiene il punto e rivendica la sua scelta, mentre in via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia, l’imbarazzo è palpabile. Il ministro traccia un parallelo con le dimissioni imposte a Santanchè e Delmastro dalla premier: se Meloni lo ha potuto fare, perché io non posso mandare due membri del mio staff, è il senso del ragionamento di Giuli.
Proprio con la presidente del Consiglio i rapporti sono a dir poco tesi. Meloni non ha digerito le liti tra Giuli e il suo vicepremier Matteo Salvini: prima quella “privata” in Consiglio dei ministri sul Piano Casa e sulle Soprintendenze, attaccate dal leader della Lega e difese dal ministro, quindi quella pubblica ancora sul tema della Biennale, con Salvini a Venezia a difesa della presenza del padiglione russo e Giuli che ha disertato la mostra per la rottura con Buttafuoco. Rabbia manifestata nella convocazione a sorpresa di Giuli oggi a Palazzo Chigi: il titolare del ministero della Cultura è stato circa un’ora nella sede del governo per discutere con la premier intorno alle 15:15 di lunedì.