L'inquietudine e la bellezza della "bile nera"
La Melancholia che racconta il nostro tempo
La malinconia, nell’epoca della sua riproducibilità digitale, diventa contenuto. I social e le piattaforme hanno trasformato questa condizione emotiva temporanea in un’estetica condivisa
Cultura - di Lucrezia Ercoli
Secondo l’antica teoria degli umori, la melancholia è uno stato d’animo determinato da una precisa condizione fisiologica: nel soggetto che ne è affetto predomina la melaina cholè, la “bile nera”. Si verifica, cioè, uno squilibrio degli umori interni che determina la personalità melanconica che sarebbe più incline alla contemplazione, alla tristezza e all’apatia. E sul microcosmo interiore influisce il macrocosmo esteriore: secondo l’antica astrologia il melanconico risente dell’influenza di Saturno, il più lento e il più oscuro tra i pianeti, connesso alla vecchiaia e alla tristezza.
Questa forma di sofferenza psichica porta con sé un tragico destino di isolamento, ma è anche un privilegio degli spiriti eccelsi. Secondo Aristotele, tutti coloro che sono “fuori dall’ordinario” (perissos) sono melanconici. La melancholia è “raramente il segno di un carattere o di un destino comune” chiosa Marsilio Ficino. Chi eccelle nella filosofia, nella poesia o nell’arte è attraversato da una forma di inquietudine profonda, di sensibilità che lo rende diverso dagli altri; il melanconico, assorto nei suoi pensieri, è capace di isolarsi e di guardare il mondo con sottile lucidità. Nessuna immagine rappresenta meglio l’ambivalenza della condizione melanconica come la celebre incisione Melencolia I di Albrecht Dürer, realizzata nel 1514: una figura alata seduta, con il capo appoggiato alla mano e il gomito al ginocchio, circondata da strumenti alchemici, figure geometriche, simboli esoterici, tra cui l’ottaedro e il quadrato magico. L’angelo non sta facendo nulla, eppure sembra pensare tutto. È il ritratto perfetto del malinconico, col suo sorriso triste, sospeso tra la possibilità di creare e l’impossibilità di agire, tra il desiderio di innalzarsi verso le stelle della conoscenza e il rischio di sprofondare in una palude di disperazione. Un archetipo visivo che attraversa tutta la storia dell’arte e della poesia, dalla Stele di Demokleides alle tele di Georges de La Tour fino ai versi di Charles Baudelaire: una figura china, con il mento appoggiato sulla mano, spesso accompagnata da simboli della vanitas come il teschio o la candela, che ha l’atteggiamento grave di chi sta meditando sul carattere effimero della vita e sulla caducità della bellezza.
Nell’età moderna, però, si è sempre più delineato il confine tra la semplice “malinconia” come temporaneo stato d’animo e la “melanconia” come condizione patologica che sfocia nella depressione. Nel 1915 Sigmund Freud pubblica Trauer und Melancholie, un testo fondamentale in cui definisce la sintomatologia dei pazienti melanconici. La melanconia, secondo il fondatore della psicanalisi, è connessa a una perdita, proprio come il lutto; ma l’oggetto perduto non è meglio identificato. Si tratta di una perdita senza oggetto, di una perdita di senso che travolge tutto il mondo e che cala la sua “ombra” sul soggetto stesso che rimane intrappolato in un lutto permanente. Eppure, anche Freud aggiunge una frase sorprendente riferendosi al personaggio depresso per eccellenza, l’Amleto shakesperiano. Amleto, dice, “ha un occhio più acuto per la verità”, come se la sofferenza melanconica gli consentisse di percepire una verità sulla vita e sul mondo che normalmente preferiamo ignorare. “Parigi cambia! Ma nulla nella mia malinconia s’è mosso” ci ricordano i primi versi de Il cigno di Baudelaire: il melanconico è paralizzato mentre il mondo fuori cambia velocemente. All’accelerazione vitale ed euforica dell’esterno, corrisponde l’immobilità di un tempo interiore incagliato sull’inesorabilità della fine. Forse per questo la malinconia è diventata la tonalità emotiva dominante del nostro presente che corre a una velocità che non riusciamo a sostenere. Una sorta di “iperstasi” in cui il mondo cambia troppo rapidamente, mentre noi ci sentiamo sempre più stanchi e depressi, sempre più “antiquati” tra superintelligenze artificiali, guerre tecnologiche, crisi climatiche.
La malinconia, nell’epoca della sua riproducibilità digitale, diventa contenuto. Da condividere, remixare, riprodurre in loop. I social e le piattaforme hanno trasformato questa condizione emotiva contemporanea in un’estetica condivisa. Su TikTok, Instagram, Tumblr, Pinterest e Spotify la tristezza ha assunto un linguaggio estetico riconoscibile: finestre bagnate dalla pioggia, autobus notturni, città sfocate, camere buie, playlist strappalacrime. La Generazione Z, poi, ha imparato a non nascondere le proprie malinconie ma a raccontarle ostentatamente attraverso immagini, canzoni, meme e video, mettendo in scena una vera e propria autorappresentazione melanconica tra video depressivi e confessioni struggenti. D’altronde se la felicità ostentata sul web appare sempre più artificiale e performativa; la tristezza, invece, è percepita come più autentica e sincera. Come un “Saturno digitale” che influenza e amplifica la nostra “bile nera”, l’algoritmo asseconda il nostro bisogno quasi perverso di sad content. Uno scrolling infinito sul fallimento, sul vuoto, sul nichilismo e sull’insensatezza del vivere. Il pericolo della cosiddetta estetica sad core è evidente: quando la malinconia diventa instagrammabile smette di essere uno stato d’animo da attraversare temporaneamente e rischia di diventare un’estetizzazione dell’apatia e della depressione, una normalizzazione della solitudine e dell’isolamento come condizioni stabili e desiderabili. Come l’angelo di Dürer, rimaniamo prostrati sotto il peso di una quantità di contenuti che reiterano lo stesso stato d’animo plumbeo, con lo smartphone in mano al posto del compasso.
Ma non tutta la malinconia digitale viene per nuocere. In un mondo in cui tutti sembrano obbligati a mostrarsi vincenti, efficienti e felici, la condivisione malinconica è diventata un modo per sottrarsi alla retorica dell’ottimismo a ogni costo e per aprirsi a una maggiore consapevolezza e condivisione emotiva. Non solo la “melanconia” come patologia psichica del presente, ma anche la malinconia come stato d’animo propriamente umano, come sguardo lucido sul mondo, come sensibilità non anestetizzata, come punto di partenza per un’immaginazione feconda. Una malinconia che ci costringe a rallentare e a prendere coscienza del tempo che passa, a confrontarci con la perdita, con la fragilità e la finitezza non è forse fatta della stessa sostanza di cui è fatta la filosofia? “Una filosofia che non rattristi”, diceva Gilles Deleuze, “non è vera filosofia”.