Qual è il vero obiettivo

Melillo attacca la Costituzione, il Procuratore chiede mano libera e detta al governo la legge sulle intercettazioni

Gianni Melillo chiede mano libera, in contrasto con la Cassazione e con la Consulta. È il punto più alto dell’attacco del partito delle Procure alla Costituzione e allo Stato di diritto

Politica - di Piero Sansonetti

6 Maggio 2026 alle 07:00

Condividi l'articolo

Foto Claudio Furlan/Lapresse
Foto Claudio Furlan/Lapresse

Non so cosa avesse in mente Il procuratore nazionale antimafia, Gianni Melillo, quando l’altro giorno ha inviato una lettera al governo per chiedere che sia cancellato o modificato l’articolo 270 del codice di procedura penale, e cioè l’articolo che limita l’uso indiscriminato delle intercettazioni e soprattutto vieta le cosiddette intercettazioni a strascico. Però posso confessarvi un sospetto che ho: Gianni Melillo, che è uno dei più prestigiosi magistrati italiani, si candida alla leadership del partito dei magistrati, uscito rafforzato dal referendum, e che non può essere lasciato nelle mani di personaggi un po’ folkloristici come Gratteri, o Woodcock o Scarpinato. Può darsi che mi sbaglio. Quel che è certo è che con quella lettera al governo il Procuratore Melillo ha lanciato un attacco frontale innanzitutto alla Costituzione. E in secondo luogo alla Corte di Cassazione, cioè a quella che è considerata la massima autorità nel campo della giustizia. Melillo non apre una discussione sul diritto. Fa una cosa molto diversa: si rivolge direttamente all’esecutivo – forte del potere del quale dispone in quanto capo della Procura antimafia e forte dell’investitura che la magistratura ritiene di avere ricevuto dal referendum – e detta una misura di legge in contrasto aperto con la Costituzione. È una iniziativa singolare, se si tiene conto del fatto che tutta la campagna referendaria, da parte del No, si è fondata sull’idea che la Costituzione rappresenti un valore intoccabile. Singolare, ma probabilmente non improvvisata. Allora, in poche righe riassumiamo la questione.

Esiste, da sempre, un articolo del Codice di procedura penale (il 270) che vieta l’uso delle intercettazioni autorizzate da un giudice per favorire le indagini su un determinato reato, in processi per altri reati e magari anche con altri imputati. L’articolo 270 spiega che – salvo casi molto particolari e molto gravi, e per reati che prevedono l’arresto in flagranza – questo tipo di intercettazioni non è legale. Si chiamano intercettazioni a strascico perché spesso avvengono con una tecnica sperimentata ma illegale: “io intercetto, intercetto finché posso, e anche se non raccolgo prove contro l’imputato per il reato per il quale ho ottenuto il permesso di intercettare, comunque qualcosa raccolgo, se non contro di lui contro qualcun altro”. L’articolo 270 è stato scritto per difendere i cittadini dal rischio di un eccesso di potere inquisitorio dal parte della magistratura. Diciamo pure che è un caposaldo dello Stato di diritto e una barriera contro il rischio dello stato di polizia o della cosiddetta repubblica giudiziaria. Bene, a giudicare questo articolo 270, sette anni fa, nel 2019, viene chiamata la Corte di Cassazione. La quale (con la cosiddetta sentenza Cavallo) conferma che l’articolo 270 deve essere interpretato esattamente come una limitazione al potere di intercettare, e deve essere applicato. Ripeto: deve-essere-applicato. A quel punto intervenne il governo Lega-5 Stelle (ministro Bonafede) con un decreto-legge che depotenziava l’articolo 270. È uno dei tanti atti che limitano lo stato di diritto in Italia firmato dal governo più giustizialista della storia della Repubblica. Nel 2023 però il ministro Nordio, con un nuovo decreto, ristabilisce la piena operatività dell’articolo 270 e delle interpretazioni della Cassazione ( la sentenza Cavallo era una sentenza a sezioni riunite, quindi aveva valore di giurisprudenza).  È vero che moltissime Procure, e anche diversi tribunali, anche dopo il 2023 continuano a non applicare il 270 e ad usare a proprio piacimento le intercettazioni a strascico. Ma questa contingenza dovrebbe spingere casomai i capi della magistratura a chiedere un intervento di legge che impedisca gli abusi. Invece il procuratore Melillo chiede esattamente il contrario: un intervento legislativo che legittimi gli abusi e contraddica le sentenze della Corte di Cassazione e anche della Corte Costituzionale.

Cosa c’entra la Corte Costituzionale? C’entra molto. Perché sull’articolo 270 del codice di Procedura La Corte Costituzionale fu chiamata a pronunciarsi nel 1991. Addirittura 35 anni fa. E si pronunciò con una sentenza chiarissima nella quale spiegava che l’articolo 270 era assolutamente rispettoso della Costituzione e dei diritti che la Costituzione assegna ai cittadini e anche agli imputati. È contro quella sentenza che oggi si scaglia il dott Melillo. La sentenza del 1991 fu firmata dal Presidente della Corte Costituzionale che si chiamava Ettore Gallo. Un giurista molto prestigioso e un gran personaggio della storia politica italiana del secolo scorso. Gallo era amico e si era formato alla scuola di Piero Calamandrei e di Guido Calogero. Negli anni del fascismo si era avvicinato al Partito d’azione al quale poi si iscrisse. Dopo il 1943 militò nella Resistenza, nome d’arte “maestro”, sempre con il Partito d’azione di Emilio Lussu e Ferruccio Parri. Fu catturato dai fascisti e torturato nel carcere di Padova. Poi condannato a morte, ma la sentenza non fu eseguita perché arrivò prima l’insurrezione e poi arrivarono le truppe inglesi e americane. Gallo negli anni successivi si iscrisse al Psi e lavorò a lungo con Giuliano Vassalli, che aveva conosciuto durante la sua militanza come partigiano. E alla fine degli anni 80 fu eletto dal Parlamento alla Corte Costituzionale della quale diventò presidente nel 1991. Possiamo anche dire che Gallo non era esattamente un “meloniano” né un seguace di Nordio.

Ora Melillo invoca la cancellazione di quella sentenza di Gallo nel nome dell’emergenza. Emergenza mafia ed emergenza terrorismo. C’è però da dire che in Italia l’emergenza mafia esisteva, eccome, nel 1991, all’epoca della sentenza Gallo, e certamente non esiste più oggi. La mafia esiste ancora, ma non è certo la mafia degli anni 90. Il terrorismo invece – che allora era indebolito ma era ancora in vita – oggi non esiste più.
E allora? Perché restiamo il paese di occidente con la maggior spesa per le intercettazioni e il maggior numero di intercettati? Perché nel nome delle presunte emergenze continuamente realizziamo strappi allo stato di diritto? È di questi giorni la notizia che nel 2025 la spesa e il numero degli intercettati sono aumentati ancora rispetto all’anno precedente. Perché? Credo per una ragione molto semplice: le intercettazioni e lo stato di emergenza sono una ragion d’essere di quei settori della magistratura che vivono di burocrazia. E il procuratore Melillo si candida a diventarne il loro paladino. Questi settori si sono molto rafforzati dopo l’esito del referendum, tanto da permettersi persino di muovere all’attacco della Costituzione (attaccare la Costituzione cantando “Bella Ciao” è davvero un paradosso). Nordio saprà resistere? O il governo di centrodestra deciderà che una volta perduta la battaglia del referendum tanto vale affidarsi alla magistratura oltranzista?

6 Maggio 2026

Condividi l'articolo