L'intervista a 'Belve'
La “banda della Uno bianca” e i legami con i servizi segreti, perché si torna a parlare dei rapporti tra Savi e gli 007
C’erano veramente i servizi segreti dietro la cosiddetta “Banda della Uno bianca”, e perché Roberto Savi, che del gruppo criminale fu membro, ne ha parlato a distanza di decenni in una intervista in tv? Sono gli interrogativi che emergono dopo che è andata in onda martedì l’intervista condotta dalla Francesca Fagnani a Roberto Savi nel programma di Rai 2 “Belve Crime”, la versione dedicata alla cronaca nera di “Belve”.
Fagnani ha potuto intervista per la prima volta in tv Savi, che fu uno dei leader della banda criminale che si rese protagonista tra il 1987 e il 1994 di decine di rapine tra l’Emilia-Romagna e le Marche, in particolare nelle province di Bologna, Pesaro e Rimini, provocando anche 23 morti nei loro assalti armati. Savi è attualmente recluso nel carcere di Bollate dove sta scontando l’ergastolo.
Nella banda della “Uno bianca” c’erano cinque persone e, come si scoprì dopo il loro arresto, quattro erano poliziotti: i principali membri erano i fratelli Roberto, Roberto e Fabio Savi, quest’ultimo l’unico non poliziotto. Nei sette anni di attività si resero protagonisti di oltre cento azioni criminali, in particolare rapine a mano armata in supermercati, uffici postali, ma anche contro furgoni portavalori o caselli autostradali. Nei loro assalti, tutti particolarmente violenti, morirono 23 persone e rimasero ferite oltre 100 persone. L’attività della banda terminò di fatto con l’arresto di Roberto Savi, a cui seguirono tutti gli altri: i tre fratelli in particolare furono condannati all’ergastolo.
Il riferimento ai servizi segreti nel corso dell’intervista è arrivato a seguito di una domanda di Fagnani, che ha interrogato Savi sulle possibilità per il suo gruppo criminale di agire per sette anni senza essere scoperti. Savi nel rispondere ha sottolineato che “a un certo punto della storia si sono inseriti personaggi che non sono delinquenti” che hanno garantito alla banda “protezione”, e che con loro parlava tutte le settimane recandosi a Roma. Quando Fagnani ha chiesto se fossero membri dei servizi, Savi è stato esplicito: “Sì, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto perdere. E poi ci hanno fatto prendere”.
Il presunto legame con i servizi segreti emergerebbe in particolare in un caso, quella della rapina all’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio del 1991. I fratelli Roberto e Fabio Savi la assaltarono uccidendo la proprietaria Licia Ansaloni e un suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo: secondo Savi l’obiettivo non era quello di rubare le armi ma uccidere Capolungo in quanto ex membro dei servizi segreti dell’Arma dei Carabinieri.
Si tratta di una ricostruzione tutta da verificare. Secondo Alberto Capolungo, figlio del carabiniere ucciso in armeria e presidente dell’associazione delle vittime della Uno bianca, il padre Pietro non era membro dei servizi segreti ed ha in ogni caso avanzato grossi dubbi sull’ipotesi di un omicidio commissionato contro un ex membro dei servizi.
Nel 2024 la Procura di Bologna aveva riaperto un fascicolo sulla banda dopo che Alessandro Gamberini e Luca Moser, avvocati dell’associazione delle vittime della Uno bianca, avevano presentato un esposto proprio a proposito di presunte coperture di cui potrebbe aver beneficiato il gruppo: l’intervista di Savi sarà acquisita agli atti nell’ambito delle nuove indagini e la Procura guidata da Paolo Guido sentirà Roberto Savi dopo l’intervista trasmessa ieri.