Il saggio di Elisa Donzelli

Giovani, scrittori, antifascisti: Elisa Donzelli e la meglio gioventù torinese

Tra materiali inediti e analisi di alcune delle loro opere meno esplorate, l’autrice ripercorre il viaggio di formazione di tre artisti cresciuti nella temperie anni 20 tra repressione e sogni di libertà

Cultura - di Filippo La Porta

28 Aprile 2026 alle 19:30

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Giovani, scrittori, antifascisti: Elisa Donzelli e la meglio gioventù torinese

A volte un impegno estetico diventa il prologo di un impegno politico, e il contatto con la letteratura – che è sempre rivelazione abbagliante di verità – può generare una resistenza al totalitarismo. Si pensi solo all’impatto “eversivo” avuto da Lolita a Teheran in Iran, al risveglio di coscienza che ha prodotto. Così suggerisce Inventare la memoria: giovinezza e antifascismo di Elisa Donzelli (Marsilio) – un saggio distesamente narrativo, di puntigliosa ricostruzione di un clima culturale e di storia delle idee – incardinato su un’idea originale e poetica: collegare – audacemente – la giovinezza (vissuta a Torino da tre scrittori, negli anni 20) con la scoperta dell’arte e dell’antifascismo! Viene subito in mente una controstoria, che pure è stata dominante. Per altri scrittori – in sintonia con la propaganda del regime – la giovinezza fu invece legata al fascismo: pensiamo a Bilenchi e Vittorini (il cosiddetto “fascismo rosso”), che da giovani identificarono il fascismo con la giovinezza stessa, la vitalità, la rivoluzione. In tal caso non abbiamo tanto una “giovinezza inventata che diventa verità nella vecchiaia” (Elias Canetti) quanto una giovinezza tradita dal fascismo, un tradimento che genera poi un antifascismo nella maturità.

Il libro di Donzelli oscilla tra saggio accademico (una “monografia di studi”, fitta di note, apparati, documenti inediti, bibliografie) e saggio personale, appassionato e ariosamente digressivo, a tratti quasi un thriller saggistico in quanto indagine sul “mistero” di Torino, unica città antifascista in quel periodo! Gli scrittori ritratti – Lalla Romano (la citazione di Canetti è tratta dal suo romanzo La giovinezza inventata del 1979), Mario Soldati, Carlo Levi – diventano nel libro i personaggi letterari di un “romanzo critico” ambientato nella Torino artistica e letteraria degli anni 20 e 30, tra Gobetti e Casorati – maestri di moralità e di stile – e sotto la guida dello storico dell’arte Lionello Venturi. Mi soffermo di più su quello che conosco meglio, Carlo Levi, solo accennando agli altri due. Di Lalla Romano Donzelli sceglie insolitamente di commentare Fiore, la sua produzione in versi, un libro tutt’altro che decisivo per la poesia novecentesca, ma fondamentale per capire la nascita del desiderio della scrittura in Lalla Romano, che coincide con il suo desiderio di libertà. Così come anche di Mario Soldati si prende in esame un romanzo più trascurato dalla critica soldatiana, Le due città, come se i due scrittori proprio nelle opere “minori” si rivelassero in modo trasparente e disarmato. Ma soprattutto qui si mette al centro dell’antifascismo di Lalla Romano e Mario Soldati il corpo, una idea e una esperienza del corpo, il confronto anche drammatico con il sesso opposto (in Soldati, scrittore devoto al metamorfico, a partire da un orientamento esplicitamente omosessuale). Intuizione fondamentale, su cui secondo me si gioca la vera partita tra fascismo e antifascismo.

In Soldati ci sono i “corpi messi a nudo nelle proprie irregolarità e debolezze”, contro il superomismo e l’estetica fascista della perfezione. Vi invito a confrontare le opere di due artisti nati in momenti diversi del ‘900, entrambi sperimentali benché con visioni del mondo opposte: lo scultore inglese a noi contemporaneo Marc Quinn, e Leni Riefensthal, la musa del regime nazista. Una contrapposizione che ci porta a definire l’essenza del fascismo, la quale non risiede tanto e solo nei caratteri attribuiti da Umberto Eco al “fascismo eterno” (tradizionalismo, nazionalismo xenofobo, primato dell’ azione, etc.) quanto in una estetica della perfezione fisica, quella che si ammira nei documentari di Riefensthal. Mentre le sculture di Quinn riproducono corpi imperfetti, corpi di persone menomate e disabili, prive di arti, obbligandoci a riflettere sul concetto stesso di bellezza. Torniamo allora all’essenza del fascismo, procedendo verso il terzo degli scrittori del libro di Donzelli, Carlo Levi. Il fascismo si fonda su una bugia intorno alla condizione umana: la negazione del limite, della imperfezione e infermità originaria dell’essere umano, della sua caducità. Il fascismo non capisce, o finge di non capire che la forza contiene la debolezza, che il coraggio contiene la viltà, che la salute contiene la malattia, che la perfezione contiene l’imperfezione, che la purezza contiene l’impurità. Cancellare il limite è cancellare esattamente ciò che definisce l’umano. Ora, nell’opera di Carlo Levi, e in particolare nella Paura della libertà – grande saggio di antropologia e filosofia politica scritto sulla spiaggia di La Baule, di fronte all’Atlantico, nel 1939, in isolamento forzato e senza libri (come Auerbach in quegli anni aveva scritto a Istanbul Mimesis!) è l’idea del limite, che condivide con Simone Weil, Orwell, Camus, Nicola Chiaromonte, una idea che è antidoto prezioso contro ogni totalitarismo, contro la politica intesa come palingenesi e redenzione. E, accanto al limite l’idea dell’autonomia dell’individuo. Certo, individuo solidale, radicato nella comunità (“Mi rivolto, dunque siamo”, Camus), però indocile e inappartenente: l’individuo conta più degli apparati, l’etica più della politica, la verità più dell’uso tattico della verità, l’autogoverno più di qualsiasi avanguardia politica illuminata.

La crisi per Levi nasce quando l’uomo ha smarrito il rapporto originario con la propria interiorità. Ricordo che per Arendt il male è l’interruzione del dialogo con se stessi, come scrisse nel magnifico saggio su Socrate. Nella lettera qui riportata di Levi a Ragghianti (1940) leggiamo che “crisi è la perdita del senso dell’unità dell’uomo”. Quasi le stesse parole che ritroviamo vent’anni dopo nel saggio di Elsa Morante sulla bomba atomica. Solo la pittura permette a Levi di ritrovare la realtà nella sua interezza (ricordo che anche Lalla Romano è stata pittrice). Ovvero: la relazione e il limite. Quando parla della scissione che è nel cuore dell’uomo Levi non aspira al soggetto borghese – compatto e monolitico – che apparteneva a un umanesimo polveroso, ma a un soggetto autonomo, responsabile, incline a dire no al potere e a ogni idolo sociale, capace di costruire qualcosa di nuovo (proprio ciò che caratterizza la vita activa di Arendt). Il suo pessimismo non cede al nichilismo ma cerca sempre una via d’uscita, come è proprio della tradizione ebraica, refrattaria al tragico. In una lettera a un’amica Walter Benjamin la invita a strappare alla sventura tutte le chance che sempre la sventura implica. E chissà che la giovinezza di cui si parla nel libro di Elisa Donzelli non sia altro che cercare ostinatamente queste chance implicate dalla sventura.

28 Aprile 2026

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