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Perché la boxe è chiamata “la scienza dolce”: i racconti di A. J. Liebling sul mondo del pugilato

I resoconti pubblicati dal New Yorker raccolti in un volume. Per Sports Illustrated "il più bel libro americano di sport di tutti i tempi" e un viaggio tra palestre polverose, maestri, pugili falliti e fenomenali

Sport - di Antonio Lamorte

20 Aprile 2026 alle 16:46

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COLLAGE DI FOTO DA LAPRESSE + IL SAGGIATORE
COLLAGE DI FOTO DA LAPRESSE + IL SAGGIATORE

Già tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta Abbott Joseph Liebling si confortava: “C’era ancora gente al mondo a cui piaceva uscire di casa”. Lo scriveva senza nascondere il suo sincero accanimento contro la televisione, “un gadget ridicolo”, che a suo avviso aveva strangolato i club dove si combattevano incontri di pugilato, e quindi gli eventi dal vivo, in modo che “avverti come una stravaganza l’idea di pagare un biglietto d’ingresso”. Alcuni degli articoli, resoconti, ritratti che avrebbe scritto seguendo la boxe tra il 1951 e il 1963 sarebbero apparsi sul New Yorker, sono stati raccolti ne La scienza dolce (Il Saggiatore, traduzione di Carlo Vidotto), per Sports Illustrated nientemeno che “il più bel libro americano di sport di tutti i tempi”.

E ci sarebbe da scrivere della vita dei bassifondi, delle irresistibili metafore e allegorie, del giovane promettente, del fenomeno in ascesa, del pugile in declino che rimanda l’ultimo al penultimo incontro, di quello ossessionato come Achab dalla balena bianca. È questa sorta di luddismo giornalistico sportivo però a richiamare l’attenzione ai tempi dello sport dominato da diritti tv e sponsor. Liebling lamentava che le riunioni che andavano erano soltanto quelle con incontri di cartello, perché attiravano sponsor e tv, al tempo stesso facendo lievitare i costi dei biglietti, mentre le altre facevano fatica addirittura a esistere. E sempre più pugili dovevano fare altro, lavorare di giorno, per sbarcare il lunario: sembra insomma il pugilato professionistico italiano di oggi. Senza social però: almeno quello.

Liebling era stato anche corrispondente di guerra durante il secondo conflitto mondiale. Aveva ricordato che il primo articolo che aveva letto, all’età di sette anni, riguardava proprio un pugile dell’Oklahoma. Avrebbe continuati a rincorrerli per buona parte della sua vita, anche oltre gli Stati Uniti, spesso in scenari malfamati che nell’era dello smart working e dei culi di pietra in redazione, del south working e di Zoom potrebbe far sorgere la domanda: ma quanta fatica? “La scienza dolce, come una vecchia colpa o il ricordo di un amore, segue la sua vittima ovunque”, spiega lui. Come si legge nella quarta di copertina, è “un viaggio tra palestre polverose e sacchi sfondati inseguendo l’umano nella sua essenza più vera e barbarica” tra l’altro “trattando tutti con la medesima considerazione” dal fenomeno in ascesa al brocco senza speranze, dal collaudatore per eccellenza alla leggenda vivente.

Liebling cominciava a scrivere i suoi pezzi molto prima di mettersi alla macchina. Quando usciva di casa, anzi no: quando era da qualche parte, fosse pure dall’altra parte del mondo, e veniva a sapere di un determinato incontro da qualche altra parte e decideva di andarci, di procurarsi il biglietto, di comprarlo o di accreditarsi. Passava dalla città attraversata a piedi o in metro, l’atmosfera che permeava e anticipava l’evento nelle chiacchiere con il tassista all’arrivo all’arena, ai posti che si riempivano e ai primi match, all’incontro e dopo a un bar nelle vicinanze per un bicchiere per continuare il discorso con qualche sconosciuto o meno.

Compaiono diversi campioni: Joe Louis, Rocky Marciano, Sugar Ray Robinson, Archie Moore, Ezzard Charles, Jersey Joe Walcott, Floyd Patterson. Quando Louis incontrò Marciano, spiega in poche righe la metafora che certi sportivi possono rappresentare per l’uomo comune: “Finché Joe se la fosse cavata, credevo, sarei rimasto collegato a un’era in cui eravamo entrambi molto più giovani. Solo i grandi campioni danno ai loro concittadini il tempo di sentirsi in questo modo nei loro confronti, perché solo loro vincono il titolo da giovani e se lo tengono”. A certi verdetti attribuisce il giudizio definitivo su certe traiettorie, su certe idee sulla vita in generale.

Liebling preferiva i pugili tecnici ai picchiatori e teneva presente che la noble art, o sweet science appunto, come definita dal giornalista sportivo britannico Pierce Egan in Boxiana agli inizi dell’800, era sforzo fisico e intellettuale allo stesso modo, allo stesso livello. “Il pugilato è un’arte del popolo, come fare l’amore”. Ma è con certi personaggi marginali, scalcagnati, lontani dai riflettori che questi articoli danno il meglio. “Li devi andare a cercare giovani e squattrinati i pugili” e infatti “la prosperità ci ha distrutto il futuro” racconta uno di questi maestri che sgobbano, guadagnano molto meno dei manager, sognano il genio e si eccitano con il talento, considerano la forza ma valutano la noble arte, accompagnano ed esaltano i loro atleti. “Certi pugni possono farti invecchiare di colpo”. Alla boxe don’t play, come ha scritto Katherine Dunn nel suo memorabile Il circo del ring.

Non manca neanche qui un vecchio parallelismo divenuto archetipo: “Come gli scrittori, i pugili di tenuta morale esemplare potrebbero essere una noia. E i pugili capaci di fare cose che nessun altro sa fare potrebbero essere dei bambini a livello emotivo. I bravi ragazzi si sposano. Quelli cattivi finiscono in galera. Difficile dire quale dei due tipi sia più complicato per un allenatore”. Questo tono canzonatorio e umoristico, va ricordato, è criticato senza mezzi termini nel miliare Sulla boxe di Joyce Carol Oates. Difficile anche prevedere che fine farà il racconto, a ogni livello, ai tempi dell’intelligenza artificiale e dei giornali smantellati.

20 Aprile 2026

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