Magagne a Palazzo Chigi
Di Foggia, il caso dell’AD di Terna che imbarazza Meloni: la buonuscita da 7 milioni e la presidenza di Eni a rischio
L’imbarazzo a Palazzo Chigi è palpabile. Già scossa da divergenze interne alla maggioranza su più dossier, ultimo in ordine di tempo quello sulla norma contenuta all’interno del decreto Sicurezza che prevede un compenso economico agli avvocati che assistono le persone migranti nelle pratiche di rimpatrio volontario assistito se questo va a buon fine, provvedimento voluto fortemente da Lega e Fratelli d’Italia che Forza Italia e Noi Moderati hanno in parte “sconfessato”, la premier Giorgia Meloni deve ora fare i conti con un problema nato di fatto in famiglia.
Il problema è Giuseppina Di Foggia, amministratore delegato di Terna, società a partecipazione pubblica che si occupa della rete elettrica, che nel valzer delle nomine dei giorni scorsi è stata indicata come presidente di Eni, il gigante dell’energia di fatto guidato dall’AD Claudio Descalzi.
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Di Foggia venne indicata in Terna, nonostante un passato da Ceo di Nokia Italia non esattamente in linea con l’azienda che sarebbe stata chiamata a guidare, su spinta della premier Giorgia Meloni e della sorella Arianna, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia legata da una amicizia personale con Di Foggia.
Un mandato in Terna segnato da una clamorosa multa della Consob per aver licenziato a mercati aperti, ma con Meloni che l’aveva anche valorizzata con la prestigiosa ai vertici di Eni.
A Palazzo Chigi forse non si aspettavano probabilmente l’offensiva della stessa Di Foggia, che pretende la “severance”, di fatto la buonuscita, da 7,3 milioni di euro per traslocare da Terna ad Eni. La manager vicina alla famiglia Meloni avrebbe avanzato anche l’ipotesi di una disputa legale a colpi di parere per ottenere il maxi compenso, ricevendo per ora in cambio la reazione che sa di “scomunica” da parte del ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti.
Il Tesoro in una nota ha ricordato che “dal 2023 il Mef, nella sua azione di efficientamento e contenimento dei costi, ha dato specifiche direttive, in qualità di socio, affinché nelle società partecipate dovessero essere esclusi o rigorosamente delimitati i casi e l’entità delle indennità e degli emolumenti, comunque denominati, da corrispondere a fine mandato. In modo da generare una prassi diretta ad escludere che siano corrisposti a chi esaurisce per naturale scadenza o per dimissioni volontarie il mandato da amministratore”, come era stato nei casi di Stefano Donnarumma, già AD di Terna prima di Di Foggia, o di Agostino Scornajenchi a Cdp Venture Capital.
Secondo il Corriere della Sera, Di Foggia sarebbe anche disposta a rinunciare alla presidenza dell’Eni per ottenere la sua liquidazione dopo tre anni di mandato. Una diatriba legata ad una questione di calendario: Di Foggia per entrare nel board di Eni (con l’assemblea degli azionisti che si riunisce il 6 maggio) come presidente indicato dal Mef deve dimettersi da Terna (dove il nuovo board sarà eletto il 12 maggio), e se lo farà perderà il diritto all’indennità.
Fatto sta che circolano già nuovi nomi per Eni se la matassa non dovesse sbrogliarsi: la minoranza interna al nuovo Cda di Eni potrebbe tentare la carta di Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria, mentre il governo potrebbe puntare su Benedetta Fiorini, ex deputati di Forza Italia e Lega che oggi siede nel board dell’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile.