Il capolavoro di Scorsese

Il più grande film sul pugilato di sempre: la storia di Toro Scatenato

Cinema - di Antonio Lamorte - 15 Maggio 2023

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Il più grande film sul pugilato di sempre: la storia di Toro Scatenato

Anche soltanto per quei titoli di testa – leggendaria già la sequenza di apertura, un rallenty con un pugile che da solo si muove sul ring e porta colpi a vuoto, sulle note della Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni – Toro Scatenato è Toro Scatenato. Capolavoro indimenticabile del regista Martin Scorsese e interpretato da Robert De Niro, ispirato e tratto dalla vita raccontata dal pugile Jake LaMotta nella sua autobiografia, un american dream al contrario, tormentato e frantumato a pugni. Film uscito nelle sale nel 1980 che consacrò definitivamente sia il regista che l’attore, protagonista di un’interpretazione iconica, che è tornato al cinema distribuito da Lucky Red, la versione restaurata in 4K.

Puntualmente definito “il più grande film di pugilato mai realizzato” – e non è da poco, considerando una lista lunghissima che comprende Rocco e i suoi fratelli, Million dollar baby, The Fighter, Lassù qualcuno mi ama, Cinderella man, Fat City, The Boxer tra gli altri senza tralasciare la popolare saga di Rocky -, Raging Bull non è soltanto un film sul pugilato, come i già citati d’altronde. LaMotta era figlio di un immigrato siciliano e di una figlia di italiani cresciuta negli Stati Uniti. Ragazzo del Bronx, pugile fenomenale e pugile corrotto, marito infedele e marito violento, gestore di locali a Miami, stand up comedian di dubbio gusto e ilarità in improbabili bettole. “Ho avuto sette mogli, ho bevuto tutto l’alcool del mondo, ho fumato tutti i sigari di Cuba” diceva Jake LaMotta che è morto a 96 anni, nel 2017.

Ha combattuto 106 incontri da professionista, 83 vinti, 30 per ko, 19 persi di cui 4 per ko, 4 pareggiati. Era ossessionato dal titolo Mondiale che conquistò ai danni della star francese Marcel Cerdan. La sua carriera di fatto finì il 14 febbraio 1951, con il “massacro di San Valentino”, per le mani di Sugar Ray Robinson, da tantissimi considerato il pugile pound for pound più forte di sempre. Qualcosa più vicino a un’esecuzione che alla cosiddetta nobile arte. “You never put me down Ray! You never put me down!”, la frase che LaMotta-De Niro urla all’avversario dopo la campanella del ko. Una storia di rabbia, redenzione, violenza, indulgenza e autodistruzione. Senza morale, senza pippone.

Il capolavoro ha sublimato la collaborazione tra Scorsese e De Niro, dieci in tutto. La prima nel 1976, Taxi Driver. Dopo cinque film, un capolavoro, il flop enorme di New York, New York Scorsese pensava a 37 anni di abbandonare per sempre Hollywood e forse anche il cinema. Il regista stava divorziando dalla sua seconda moglie, era depresso, dipendente dalla cocaina. Progettava di volare a Roma a girare documentari sulle vite di santi. A Scorsese poi non interessava la boxe, pare la odiasse addirittura, neanche De Niro era esperto però pensava di aver trovato in quell’autobiografia il personaggio che stava cercando.

È stato Bob a voler fare quel film. Io no – ha raccontato il regista – : non capivo niente di pugilato. Cioè, capivo soltanto che è una specie di partita a scacchi fisica. Ci vuole l’intelligenza di uno scacchista, ma la partita la giochi col corpo. Uno può essere completamente ignorante e rivelarsi un genio nell’arte del pugilato. Ma avevo un’idea, per quanto minima, delle motivazioni di un pugile, e capivo perché Bob volesse a tutti i costi interpretare il ruolo di Jake LaMotta”. Per chiudere la stesura definitiva della sceneggiatura del film, firmata da Paul Schrader e Mardik Martin, i due si ritirarono nell’isola caraibica di Sain Maarten.

Per interpretare il pugile De Niro si allenò almeno due anni, con lo stesso LaMotta. Quattro incontri in una palestra di Brooklyn, due vinti per ko. Per interpretare l’ex pugile ingrassato e abbrutito fece un gran tour tra Italia e Francia e prese trenta chili. Anche quella trasformazione fisica divenne un’attrazione, una ragione in più per andare a vedere un film che puzzava di autentico, reale, in anni in cui le sale esplodevano sempre più dagli effetti speciali. La macchina da presa venne piazzata a riprendere i cazzotti sul ring, qualcosa di completamente diverso dai fisici da body builder di Rocky, che era uscito tre anni prima ed era stato un successo clamoroso ma che apparteneva a tutt’altra estetica. La fotografia in bianco e nero, da film noir, è emblematica. De Niro e Joe Pesci recitano in questa lingua da italo-americani della New York difficile, terribile ed esilarante allo stesso tempo.

Il New York Times scriveva che il regista aveva “realizzato il suo film più ambizioso e anche il migliore. Sebbene abbia solo tre personaggi principali, è un grande film, il cui territorio è il paesaggio dell’anima”. De Niro vinse il suo secondo Premio Oscar – la prima statuetta era arrivata nel 1975 come miglior attore non protagonista per Il padrino – Parte II. Quell’anno in corsa per la statuetta di miglior attore c’erano anche Peter O’Toole, Robert Duvall, John Hurt e Jack Lemmon. Ad accompagnarlo in sala anche Scorsese – con Isabella Rossellini che aveva conosciuto quando lei aveva 24 anni, non ancora modella, e che a New York faceva da corrispondente per Renzo Arbore a L’altra domenica su Rai 2, che il regista aveva sposato al castello Odescalchi di Bracciano – e il pugile LaMotta. De Niro l’anno prima aveva sfiorato l’Oscar con Il Cacciatore. Il film conquistò l’Oscar anche per il montaggio di Thelma Schoonmaker, era stato nominato in otto categorie.

“Sono orgoglioso che qualcuno, in questo caso Martin Scorsese, abbia ritenuto la mia vita degna di un film e sono orgoglioso che questa vita combattuta con alti e bassi abbia regalato alcuni premi Oscar agli autori e agli interpreti del film. Abbiamo lavorato tre anni perché De Niro è un attore di una professionalità incredibile. Si è allenato con me un anno prima di iniziare le riprese. Abbiamo sostenuto insieme mille round ed è riuscito a migliorare così rapidamente come pugile che adesso credo sia uno dei primi venti pesi medi al mondo”. LaMotta dedicò a De Niro una copia della sua autobiografia con la dedica: “Per l’unico attore al mondo che potrebbe ritrarre la mia vita pazza”. L’aneddoto vuole che LaMotta, commosso e turbato dopo aver visto il film, chiese alla moglie Vicki (interpretata nel film dall’esordiente Cathy Moriarty) se davvero fosse stato così terribile. “Eri peggio”.

di: Antonio Lamorte - 15 Maggio 2023

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