Parola alla politologa

Intervista a Nadia Urbinati: “Democrazia devastata dalla destra, può rinascere se Trump perde le elezioni di midterm”

"Gli spazi di partecipazione si sono ridotti, il potere economico ha tolto ai cittadini la capacità di incidere sui processi. Ma le elezioni di midterm negli Usa e quelle in Israele possono invertire la rotta. La sinistra può tornare protagonista solo se si fa custode della democrazia”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

4 Giugno 2026 alle 07:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Nadia Urbinati, accademica, politologa italiana naturalizzata statunitense, docente di Scienze politiche alla prestigiosa Columbia University di New York.

“Nata Democratica. Dalla lotta partigiana alla Costituzione, dalle armi alle norme: la Repubblica nasce democratica e la democrazia si apprende praticandola”. È il titolo del suo ultimo libro, edito da Marsilio, scritto insieme a Luca Baldissara. Professoressa Urbinati, abbiamo smesso di praticare la democrazia?
Dal punto di vista istituzionale abbiamo meno opportunità di farlo, e questo perché nel corso del tempo, e soprattutto dal XXI° secolo e anche per l’azione “riformatrice” delle forze cosiddette democratiche, sono diminuite le istituzioni che dipendono dal voto popolare. Ad esempio, sono stati aboliti i consigli provinciali eletti e si è istituita la “Città Metropolitana”, eletta per votazione indiretta (la legge Del Rio del 2014 stabiliva la coincidenza automatica tra la carica di sindaco metropolitano e quella di sindaco del comune capoluogo) e che, tra l’altro, amministra molte risorse pubbliche. Un discorso che vale anche per i quartieri.
La nostra democrazia negli anni 70 aveva conosciuto un’impennata importante, che includeva anche le elezioni dei consigli di quartiere, i quali, soprattutto in alcune città italiane, non avevano solo funzione consultiva, ma potevano anche prendere decisioni limitatamente a questioni essenzialmente legate alla vita del quartiere. Dal punto di vista dei luoghi ufficiali della decisione democratica, sì, c’è stata un’erosione. L’altra faccia, positiva, della medaglia è che le altre forme partecipative sono divenute via via più importanti: la partecipazione tramite petizioni, la fondazione di movimenti e la società civile che hanno influito anche sui partiti. Insomma, anche se lamentiamo giustamente il calo della partecipazione elettorale, va comunque ricordato che le forme partecipative non sono meno importanti. Nelle democrazie rappresentative, l’influenza indiretta, non solo quella diretta o quella esercitata tramite il voto, è un’espressione importante di cittadinanza. In ultima analisi, direi che, dal punto di vista della democraticità, oggi abbiamo meno opportunità di esercitare il potere democratico diretto di quante ne abbiamo per esercitare quello indiretto.

Per restare alla Costituzione, essa delinea i partiti politici come perno del nostro sistema democratico. Ma questa democrazia “impraticata” non è anche il portato della crisi dei partiti così come si erano determinati nel secolo scorso?
La Costituzione assegna ai partiti un ruolo importante come associazioni private alle quali i cittadini possono aderire o non aderire liberamente. La specificità dei partiti, così come definita dalla nostra carta costituzionale, non è quella di essere parte dello Stato, bensì di essere un ausilio, uno strumento della partecipazione dei cittadini. Il loro mutamento di valore incide indubbiamente sul modo d’essere della nostra democrazia, ed è vero che in tutti i paesi democratici abbiamo assistito a un progressivo decadimento dei partiti organizzati, soprattutto in Europa più che negli Stati Uniti, a cui ha fatto da parziale contraltare l’aumento di forme politiche diverse, leggere, o più soggette all’audience, quelle basate su internet, sempre più personalistiche. Non è che i partiti siano scomparsi; sono cambiati e il loro mutamento si riflette sulla vita politica in generale.

Focalizzando l’attenzione a sinistra. Nel corso del tempo ci sono state varie definizioni, in parte praticate, di cosa avrebbe dovuto essere un partito moderno nel XXI° secolo. Un partito fluido, un partito leggero e via definendo. Professoressa Urbinati, ma non è che il futuro sia in qualche modo legato anche ad un ritorno, sia pure aggiornato, al passato?
Più che di un ritorno al passato, c’è bisogno di comprendere i guasti prodotti da quelle decisioni che, in quel particolare momento storico-politico, sembravano avanzate o, per lo meno, narrate come tali. Penso, ad esempio, a certi discorsi di Achille Occhetto, da ultimo segretario del Pci e poi del Pds, sulla critica ai partiti, anche perché l’Italia era alle prese con la scomparsa dei partiti tradizionali in seguito a rovinosi schemi di corruzione. Assistemmo allora, a metà degli anni 90, a un forte moto antipartitico: il berlusconismo e altre forme di personalismo populistico ne furono gli esempi più noti. Tuttavia, senza i partiti, le democrazie rappresentative diventano vere e proprie oligarchie di notabili, governi di chi ha forti relazioni sociali d’interesse e quindi sono in grado di intervenire sui processi decisionali grazie a rappresentanti molto vicini o di influenzare direttamente i partiti e le politiche dei governi. I cittadini ordinari, il ceto medio, le persone che lavorano non hanno forti associazioni di interessi né forti aggregazioni; quindi hanno anche meno voce politica e meno potere d’incidere sui partiti. La quale cosa mi porta a dire che i partiti esistono e la loro struttura rappresenta in qualche modo la disparità del potere associativo o di voce dei gruppi sociali. I corpi intermedi politici non sono scomparsi ma sono sempre più espressione dei corpi intermedi sociali forti. Non si tratta di tornare al passato, ma di pensare e realizzare forme nuove e organizzate di partito. Antonio Floridia ha scritto cose importanti su questo tema.

Alla luce di queste considerazioni e della ricchezza di spunti del suo libro: c’è ancora vita a sinistra?
Esiste, ma solo se la sinistra si mette nell’ordine di idee di pensare che il nostro sia un tempo di democrazia a rischio; si tratta di proteggere, difendere, “armare” la democrazia. Ma si può amare la democrazia se si vota poco e se in effetti, il voto genera un notabilato che aspira a restare in sella senza controlli e per il bene suo e dei suoi gruppi sociali di riferimento? “Armare” la democrazia nel senso di dotarla di scudi protettivi, perché questo è il nostro tempo. Un tempo autoritario, un tempo di grande revanscismo di destra in tutti i paesi. Se la sinistra comprende appieno che la sua funzione è difendere e riprendere in mano la democrazia, allora possiamo sperare di vincere la sfida; diversamente, come successe diversi decenni fa, non sarà possibile. Va ricordato che, quando si passò al fascismo nel ’22, l’opposizione era frastagliata, divisa, lacerata. Oggi non si tratta tanto di creare un partito nuovo, quanto di comprendere che quelli che ci sono hanno un obbligo imperativo: difendere le prerogative democratiche della nostra Repubblica. Se non lo fanno, credo che anche l’Italia, come altri paesi del mondo, andrà verso governi più autoritari. Hans Kelsen scriveva nel 1925 che nessuna legge può garantire la difesa della democrazia se i cittadini non la difendono.

È un problema di idee, di visioni o è anche un problema di leadership?
È una costellazione di fattori. Ma anche una questione di mutamento della base strutturale e socioeconomica: perché la distribuzione fortemente inegualitaria del potere economico non consente alle classi popolari di organizzarsi e di essere in qualche modo capaci di condizionare chi ha più potere di loro. Il suffragio universale ha portato le masse operaie a votare. Era la loro partecipazione e la loro organizzazione che costituivano, di per sé, un argine al potere della diseguaglianza capitalistica. Oggi, invece, questa diseguaglianza è libera di esprimersi senza più vincoli sociali e politici. Ed è ancora più difficile, dall’altra parte, riattivare forme di limitazione del potere oligarchico o di quello capitalistico post-nazionale. È un problema strutturale, dunque, ma è anche un problema di leadership. Che per me va coniugata con il “noi” e non con l’”io”. La leadership è collettiva: non è fatta solo da individui che emergono e poi spariscono, o si montano la testa a tal punto che, una volta acquisito il potere, vanno per la loro strada senza rendersi conto di chi li ha votati o di chi rappresentano, o fregandosene altamente. Noi non abbiamo bisogni di leader che si credono o a cui viene fatto credere di essere la panacea di ogni male. Abbiamo bisogno che l’ambizione sia collettiva.

Da scienziata della politica come reagisce al dibattito che tanto sembra appassionare certi politologi nostrani, sul presunto scontro nel Pd tra riformisti e massimalisti?
Confesso di non capire di cosa si stia parlando. Dobbiamo prima capire che cosa sia il “riformismo”. Io non l’ho mai capito. Che riforme vogliono? Che tipo di riforme rivendicano, se non quelle scritte nei programmi del Partito Democratico o quelle che la sua segretaria non proponga? E dall’altro lato, non vedo che cosa sia questo presunto e tanto temuto massimalismo. Massimalismo significava, un tempo, riuscire a fare la rivoluzione attraverso grandi sollevamenti popolari o con momenti di mobilitazione di massa per realizzare il socialismo. Non capisco in che cosa consista oggi il massimalismo, a meno che non si vogliano bollare come tali proposte che riguardano i diritti sociali – ma a questo punto, ad essere massimalista è la Costituzione. Il diritto alla salute, o a una decente istruzione pubblica, o i diritti alla casa o al lavoro… non vedo che massimalismo ci sia nel rivendicarli. Questo è, semmai, riformismo. Dietro le generiche declinazioni s’intravedono interessi o intenzioni che non so decifrare; non so entrare nella testa dei “riformisti” e quindi faccio fatica a capire che cosa vogliano davvero: forse una leadership diversa? Tutto si riduce a volere soluzioni in linea con il proprio gruppo di amici o di sostenitori. Francamente non vedo altro e quello che vedo è davvero poca cosa.

Allargando l’orizzonte abbracciando il mondo. Dobbiamo avere paura di Donald Trump?
Sì, moltissimo. Come sta manipolando le elezioni di midterm ci deve preoccupare moltissimo. Penso da tempo che i destini dei paesi dell’Occidente siano tutti legati tra loro e, soprattutto, agli Stati Uniti. Se Trump subisse una sconfitta, un freno alle elezioni di midterm di novembre, molte cose potrebbero cambiare anche per noi in Europa. Diversamente, lui metterebbe l’acceleratore verso un regime a cui non sappiamo ancora dare un nome, forse ancora basato sulle elezioni, ma con caratteristiche “delegative”. Alcuni, anche vicini a Trump, auspicano una vera e propria oligarchia. Spero e penso che il midterm possa essere molto importante. Se Trump non prevarrà, sono fiduciosa; diversamente, no. Guardiamo alla Gran Bretagna, alla Germania o alla Francia (dove il prossimo anno si voterà per le presidenziali). Le elezioni di midterm potrebbero, in qualche modo, accelerare o rallentare questo processo verso l’autoritarismo in quasi tutti i paesi democratici, anche per ragioni legate alla trasformazione capitalistica, sempre meno nazionale e sempre più globale, poco o nulla disposta a limitare i propri poteri nei sistemi democratici e sempre più propensa a far saltare questo equilibrio e a governare in modo oligarchico.

Lei insegna in una delle università più prestigiose degli Stati Uniti. I campus universitari sono stati l’epicentro di un movimento di protesta contro il genocidio a Gaza. Una protesta subito marchiata, negli Usa come in Europa, di antisemitismo come se fosse proibito criticare Israele?
È un problema serio che, specie per noi europei, ha a che fare con l’Olocausto e il nazismo, e siamo ancora qui a pagare il prezzo di quel genocidio. Di fronte a questo c’è difficoltà a manifestare, anche perché, soprattutto per responsabilità di Netanyahu, del suo partito e del governo di estrema destra che lui guida, c’è un’identificazione dell’ebraismo con Israele. Ma non sono la stessa cosa. C’è un’altra speranza che dobbiamo avere, che forse ci aiuterebbe non meno della sconfitta di Trump al midterm: ovvero che alle elezioni di ottobre in Israele prevalga il movimento anti-Netanyahu e si riesca a porre fine a questo scempio. Il che aiuterebbe tutti; aiuterebbe noi, che potremmo smettere di essere ossessionati dal regime di Netanyahu, in tutto l’Occidente e non solo in Israele e in Palestina. E questo, assieme alla sconfitta di Trump nei midterm, aprirebbe un varco importante per rompere questa catena mostruosa che tiene insieme la destra, con l’accredito che oggi le viene concesso di un filosemitismo che quella destra e i suoi capi non hanno mai avuto, ma che adesso impugnano in modo osceno.

4 Giugno 2026

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