Il conflitto in Africa
Non dimentichiamo il Sudan: tre anni di guerra tra SAF e RSF, la più grave crisi umanitaria al mondo
La lotta per il potere che ha insanguinato la transizione verso la democrazia. 12 milioni di sfollati, almeno 150mila vittime, stragi e torture, infrastrutture civili distrutte
Esteri - di Redazione Web
Per le Nazioni Unite la crisi umanitaria più grave al mondo, oscurata però dall’invasione della Russia in Ucraina e dai conflitti esplosi in Medioriente tra Israele, Striscia di Gaza, Libano, Iran. Era l’aprile del 2023 quando la lotta per il potere in Sudan sfociava nel conflitto civile più sanguinoso e grave al mondo. Soltanto un altro pezzo dello scenario di grande instabilità che dal Sahel al Corno d’Africa si infiamma per le competizioni su risorse e territori strategici. Carestie in più regioni, stragi e torture, infrastrutture civili distrutte.
Centinaia di migliaia di vittime: almeno 150mila secondo alcune stime. Bambini e donne catturati in Ciad e resi schiavi, ospedali e asili attaccati con i droni, rapimenti, violenze sessuali e detenzioni arbitrali. Secondo Save the Children, dall’esplosione del conflitto, almeno 17 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria e circa cinque milioni e mezzo sono nati da madri sfollate in rifugi sovraffollati o strutture con risorse insufficienti, spesso prive di elettricità, attrezzature di base e personale medico qualificato. Circa 12 milioni di persone in fuga, tra sfollati all’interno del territorio dello Stato e rifugiati nei Paesi confinanti, su una popolazione di 50 milioni di persone.
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A confrontarsi sul campo sono due forze: quella del generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito regolare sudanese (SAF) che controlla la capitale Khartoum, il centro e l’est del Paese; e quella del capo paramilitare Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, leader delle Forze di supporto rapido, o RSF, che controllano le regioni del Darfur a Ovest e parte del Kordofan a Sud, che negli ultimi mesi si è trasformato nel teatro principale della guerra in corso.
Al Burhan ed Hemedti, alti ufficiali un tempo alleati, hanno fatto della transizione del Paese verso la democrazia, dopo il rovesciamento del regime di Mohammed al-Bashir, un conflitto interno. A innescare le ostilità, l’integrazione all’interno nell’esercito delle RSF decisa da Burhan. Hemedti sarebbe stato così privato della sua forza militare. E così la notte del 15 aprile del 2023, le RSF hanno attaccato a sorpresa l’aeroporto e la sede della tv di stato di Khartoum e di Omdurman. Nessuna mediazione è riuscita a fermare le violenze, le Rsf hanno proclamato un governo parallelo minacciando una secessione.
Oltre alle tensioni interne, con le rivalità tra tribù beduine e africane, la guerra è diventata anche una guerra per procura. Le SAF sono supportate da Egitto – Al Burhan ha condiviso con il Presidente Abdel Fattah Al Sisi parte della sua carriera militare, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Le RSF sono invece sostenute sostanziosamente dagli Emirati Arabi Uniti e dal Ciad, dal quale riceve armi. Per questi motivi lo scorso dicembre diverse organizzazioni avevano lanciato un appello – Italia inclusa – a sospendere le forniture militari verso gli Emirati e altri Paesi coinvolti, a revocare autorizzazioni per triangolare le armi verso il Sudan, a promuovere iniziative diplomatiche e a consegnare gli aiuti umanitari annunciati e a metterne a disposizione altri ancora. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità tra il 70 e l’80% delle strutture sanitarie nelle aree coinvolte non sono più operative.