I 100 anni dell'attrice
C’era una volta Marilyn Monroe: i 100 anni dell’attrice icona, diva e martire di Hollywood
Fragile, talentuosa, bisognosa d’affetto perché piena di fantasmi dell’infanzia. Eppure così radiosa quando appariva. Tra amori mancati e amori sbagliati, e una fine rimasta un mistero
Spettacoli - di Fulvio Abbate
Cento anni, e Marilyn. Li avrebbe compiuti il prossimo primo giugno. Davvero possiamo immaginarla anziana? Con quali occhi? I nostri, i suoi? Marilyn e il suo volto infine infranto, segnato dalla malattia del tempo. In verità, lei, Marilyn Monroe, non si è mai assentata dalla vita, ha fatto ritorno intatta a noi come icona, come fantasma della bellezza, come leggenda, come forse altrettanto le era accaduto in vita, peccato che altri, forse perfino tutti noi, abbiano scelto il suo destino postumo, cosa farne della ragazza Marilyn, appunto, un mito, un’icona, rimettendo al mondo il suo volto, il viso di una martire, negando la ferocia del destino. Marilyn santa martire indifesa della crudeltà di Hollywood. E forse anche colpa e merito della sua immensa fragilità, stimmate di cui non c’è però traccia nei ritratti serigrafati di Andy Warhol, lì soltanto polvere d’oro della bellezza, del sorriso, i suoi occhi, gli occhi che consegnano lo sguardo di Marilyn…
Inutile, del tutto inutile ipotizzare ancora le ragioni esatte della sua morte, suicidio o altro, Marilyn vittima di un complotto, con lei, sempre Marilyn, infine immobile, cadavere su un letto disfatto, il flacone di barbiturici lì sul comodino, la sua mano sulla cornetta del telefono, quasi forse a cercare soccorso. I coroner a provare a spiegare le cause esatte del decesso. Facendo ritorno ai giorni della sua fragilità, Marilyn mai puntuale sul set, ricordiamo che il suo ultimo film, Gli spostati, dovettero girarlo in bianco e nero perché non si vedesse traccia del pianto nei suoi occhi, le cornee screziate di sangue. Ancora adesso c’è qualcuno che prova a bussare al suo loculo, la piccola lapide appare sempre ricoperta di orme di baci, punteggiato di labbra che lasciano lì tracce di rossetto, quasi a dire che sarà impossibile dimenticarsi di lei, così come di recente ha fatto Paz de La Huerta: inginocchiata davanti al suo sepolcro, un mazzo di rose in pugno, sperando, lei come tanti altri, che Marilyn, come nelle favole, possa tornare a mostrarsi, magari questa volta fuori dagli affanni e da ogni suo dolore, intatta, circondata dall’amore e dalle attenzioni di chi smette di considerarla un mito, un’icona, piuttosto una persona, una creatura indifesa, una “sorellina minore”, così come dice Pasolini nei versi proprio al lei dedicati, offerti.
Per ricordarla, in occasione del centenario, c’è un itinerario nel Golden State, la California, attraverso i luoghi significativi della sua vita e della sua carriera. Marilyn nata, cresciuta e divenuta una celebrità proprio a Los Angeles. Da Catalina Island, parte dell’arcipelago delle Southern Channel Islands, a sud-ovest di Los Angeles, quando Marilyn Monroe era ancora soltanto Norma Jean Mortenson Baker, che li visse per circa un anno nel 1942 insieme al primo marito, un militare di stanza nella zona. E ancora il Marlin Club, sopra al quale la coppia andò ad abitare, e il Lloyd’s of Avalon, storico negozio di dolciumi, frequentato in quel periodo dall’attrice. E ancora l’Hollywood Roosevelt Hotel dove abitò quando era ancora una giovane modella e aspirante attrice. Sui bordi della piscina del Tropicana Pool dell’hotel è lì che realizzò uno dei suoi primi servizi fotografici importanti, “costruendo quell’immagine diventata poi un simbolo”, leggo.
Chissà se ci sarà invece anche una tappa alla villa del dottor Ralph Greeson, lo psicanalista delle star di Hollywood, strazianti i nastri che restituiscono la sua voce durante le sedute, lì Marilyn racconta il suo dolore, sé stessa, la richiesta d’essere salvata dagli spettri dell’infanzia, dal pensiero costante della morte o forse dell’indefinitezza. Così come la staccionata davanti alla quale si fece fotografare, illuminata soltanto dai fari di un’automobile, in un bianco e nero che la restituisce ancora adesso illusoriamente eterna, Marilyn che cercava di sfuggire al dolore offrendosi all’obiettivo di una macchina fotografica, il suo viso che accoglieva la luce come nei miracoli di un soma irripetibile. Dicono ancora che avesse bisogno di molti ciak per mostrare infine il suo talento, capricci o fuga nei pensieri del bisogno d’amore, dicono ancora che sentisse il bisogno del contatto fisico, dicono che facesse l’amore anche con il fattorino che si presentava alla sua porta con la cena pronta. Dicono ancora che abbia fatto l’amore anche con il nostro Carlo Croccolo, che lei chiamava “il mio piccolo irlandese”, per via dei capelli rossi. Chissà se è vero che sia stata l’amante di John Fitzgeral Kennedy e di suo fratello Bob, chissà se Arthur Miller, drammaturgo, suo marito, sia riuscito a restituirle la parte più profonda di sé, ciò che non era accaduto con Joe DiMaggio, il campione di baseball.
Ancora adesso ricordiamo quell’ultimo suo abito di scena, bianco punteggiato di ciliegie rosse, così come sappiamo che nella bara venne composta con una camicetta di seta verde di Emilio Pucci, lei, Marilyn, la diva che probabilmente, nonostante il bisogno di fama, avrebbe voluto essere soltanto una ragazza di Los Angeles serena e felice. Hugh Hefner, il padrone di “Playboy”, paradossi della fama, volle acquistare il loculo accanto a quello di Marilyn per 85.000 dollari.