Lo scontro tra Usa e il Pontefice
Poche idee ma ben confuse: la fede secondo JD Vance
La Chiesa secondo Vance avrebbe dovuto tacere? E quindi l’insegnamento della Chiesa andrebbe relegato nella sfera della fede, degli angeli, della morale personale, senza proiezione pubblica?
Esteri - di Fabrizio Mastrofini
Il vicepresidente Usa JD Vance, cattolico dal 2019, a 35 anni, sta per pubblicare un libro sulla storia della sua conversione. Intanto, parlando al canale amico Fox, ha detto la sua: “Ritengo certamente che, in alcuni casi, sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e che lasciasse che il presidente degli Stati Uniti si occupasse di definire le politiche pubbliche americane”. Affermazione da cui traspare una profonda ignoranza, tanto da chiedere ai frati dell’Ordine domenicano di Cincinnati, che lo hanno preparato alla conversione, cosa mai abbiano insegnato.
Non è infatti possibile dividere questioni morali da questioni politiche e sociali. Lo dice chiaramente la Dottrina Sociale della Chiesa, che è iniziata con papa Leone XIII – guarda caso! – nel 1891, con l’enciclica “Rerum Novarum” che si occupava dei temi del lavoro nell’epoca della Rivoluzione industriale, del marxismo e del socialismo. La Chiesa secondo Vance, anche allora avrebbe dovuto tacere? E quindi l’insegnamento della Chiesa andrebbe relegato nella sfera della fede, degli angeli, della morale personale, senza proiezione pubblica? Ma questo è il cristianesimo nella versione protestante “evangelical” che domina negli Usa. E che niente ha a che fare con le chiese protestanti storiche europee, tantomeno col cattolicesimo. Per la versione “evangelical”, fede e impegno sociale sono staccati tra di loro. Anzi, la loro “teologia della prosperità” è funzionale all’accettazione dello status quo. Nel Regno dei Cieli avrai la felicità e il benessere pieno; qui se sei povero resterai tale perché è la volontà di Dio. Quando si parla di Dottrina Sociale e di giustizia, allora i preti cattolici di ogni ordine e grado vengono automaticamente etichettati come “comunisti”. Lo era papa Francesco perché parlava troppo dei diritti dei poveri e delle ingiustizie. Prima di lui lo era la teologia della liberazione e infatti decine di sacerdoti e leader politici in America Latina – il famoso “cortile di casa” per gli Usa – sono stati ammazzati solo perché parlavano a favore dei diritti delle classi più povere.
Nel 2004, regnante Giovanni Paolo II, non certo un papa “comunista” veniva pubblicato il “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa” che all’inizio, al paragrafo 6, spiegando il senso di tutto il lavoro svolto, notava che “L’amore cristiano spinge alla denuncia, alla proposta e all’impegno di progettazione culturale e sociale, ad una fattiva operosità, che sprona tutti coloro che hanno sinceramente a cuore la sorte dell’uomo ad offrire il proprio contributo. L’umanità comprende sempre più chiaramente di essere legata da un unico destino che richiede una comune assunzione di responsabilità, ispirata da un umanesimo integrale e solidale: vede che questa unità di destino è spesso condizionata e perfino imposta dalla tecnica o dall’economia e avverte il bisogno di una maggiore consapevolezza morale, che orienti il cammino comune. Stupiti dalle molteplici innovazioni tecnologiche, gli uomini del nostro tempo desiderano fortemente che il progresso sia finalizzato al vero bene dell’umanità di oggi e di domani”. Altro che farsi, il papa, i fatti suoi.