Sport e cronaca
Omicidio di Giacomo Bongiorni a Massa, la boxe sotto attacco: “Racconto morboso e ingiusto, nostra missione quotidiana non può sostituire la famiglia”
"Associare un gesto criminale a questo sport significa tradirne l’essenza. Significa colpire una comunità che ogni giorno trova sul ring uno spazio di crescita, non di distruzione. Le responsabilità sono sempre personali. Sempre"
Cronaca - di Antonio Lamorte
Non ci stanno i pugili, che ricordano la disciplina e il sacrificio che la “noble art” trasmette e ispira. Non ci stanno i maestri, che rivendicano come nelle palestre serie, i tecnici seri, insegnano il rispetto e le regole: mica a fare a pugni per strada. Non ci sta la Federazione che in un comunicato ufficiale ha ricordato responsabilità individuali e tradizione di uno sport millenario. Per la morte di Giacomo Bongiorni a Massa, ucciso davanti alla compagna e al figlio di 11 anni, alcuni media hanno ricordato l’esperienza pugilistica del 17enne fermato. E che con gli altri identificati ha rivendicato una legittima difesa a un’aggressione. È un film già visto, ogni volta sempre lo stesso.
Alcuni articoli citavano perfino la palestra dove il ragazzo si sarebbe allenato: ancor più lontana degli ultimi possibili responsabili di questa violenza, della tragedia, che si sono visti comunque costretti a una nota. “Si precisa che il ragazzo in questione – si legge nel comunicato – ha fatto attività agonistica fino a tre anni fa disputando diversi match da schoolboy cioè a 13/14 anni e non frequentava più la nostra palestra da tre anni, pertanto rivolgendo la vicinanza alla famiglia colpita e segnata da un così efferato delitto, diffidiamo chiunque voglia speculare su questo gravissimo atto associando la violenza alla nostra società sportiva che da anni svolge una missione altamente educativa e formativa verso i più giovani. Chiaramente la nostra missione quotidiana non può sostituire le guide che vengono dalla famiglia”.
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Anche la Federazione, dopo alcune ore, ha rilasciato un comunicato. “Spesso assistiamo a racconti di cronaca nera che insistono, quasi morbosamente, su un dettaglio: uno degli aggressori sarebbe un pugile. E allora è necessario dirlo con chiarezza, senza ambiguità: fare sport – qualsiasi sport – non immunizza automaticamente dalle responsabilità individuali. Ma usare lo sport come chiave di lettura per spiegare un atto violento è, a parer nostro, un’ingiustizia. Il pugilato non è violenza. Il pugilato è disciplina. È rispetto delle regole. È controllo. È educazione al limite, alla fatica, alla consapevolezza di sé”.
“È una palestra di vita che insegna prima di tutto a governare la forza, non a subirla o a usarla senza coscienza. Associare un gesto criminale a questo sport significa tradirne l’essenza. Significa colpire una comunità intera fatta di atleti, tecnici, educatori e giovani che ogni giorno trovano sul ring uno spazio di crescita, non di distruzione. Le responsabilità sono sempre personali. Sempre. E non possono essere scaricate su un contesto, su una passione, su un percorso sportivo che, nella sua natura più autentica, rappresenta esattamente il contrario di ciò che è. Condanna ferma per chi delinque, rispetto per le vittime e rispetto per una disciplina millenaria”.
L’ambiente si sente sotto attacco, discriminato, ogni volta in cui la cronaca riapre il dibattito. Occorre ricordare che da anni i tesserati alla Fpi sono stabilmente oltre la soglia dei 70mila, cifre che aumentano di parecchio, che si moltiplicano considerando anche gli amatori. Non esistono dati che attestino pugili, o atleti e praticanti di arti marziali in generale, proporzionalmente più spesso responsabili di reati violenti rispetto al resto della popolazione. Se criminalizzare una disciplina che ha salvato la vita di molte persone dalla strada e da condizioni di disagio è fuori luogo, è ugualmente retorico immaginare che la stessa sia depositaria a priori di valori e insegnamenti soltanto positivi. Se da una parte una persona che sa combattere è potenzialmente più pericolosa di una che non è mai entrata in palestra, dall’altra non si può prevedere ne quando ne se verrà utilizzato quel colpo, quella combinazione fuori da un ring o all’esterno di una palestra. Fosse anche in situazioni opportune, di effettiva legittima difesa per esempio.
La violenza – con lo stile, la velocità, l’eleganza, l’agonismo, il fair play, il sacrificio: tutte caratteristiche che appartengono a questo sport – che se non è esibita, nelle arti marziali è comunque costantemente almeno evocata. Ma la responsabilità delle palestre, di un maestro, di uno sport praticato a livello più o meno agonistico, affascinante e romantico, educativo e durissimo, non può perdurare per tutta la vita di una persona. Per quanto riguarda la tragedia di Massa, saranno le indagini e il processo, e soltanto questi, a ricostruire e accertare l’accaduto.