L'ex presidente della Camera
Intervista a Fausto Bertinotti: “Destra sconfitta e a pezzi, ma la sinistra sbaglia a far festa: deve ascoltare quei NO”
“La bocciatura al referendum ha mandato in cortocircuito il racconto di vittoria costruito da Meloni e i suoi: adesso non sanno che fare, se non immolare teste sull’altare del tonfo”
Interviste - di Graziella Balestrieri
Se il governo Meloni dopo il Referendum perde i pezzi e versa le prime lacrime, la sinistra e le opposizioni, nonostante l’entusiasmo ritrovato, non hanno molti motivi per cui gioire. Secondo l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, quello che è accaduto alla destra “non è un incidente di percorso, ma un punto di crisi”. Per quanto riguarda la sinistra, ammonisce l’ex segretario di Rifondazione comunista e della Cgil, “l’idea di aggrapparsi al referendum è un’illusione, perché il referendum è un’altra grammatica. Il voto referendario è una potenzialità democratica, non una forza direttamente utilizzabile in politica. Per capitalizzare questa spinta, sarebbe necessario un lavoro politico e culturale di discontinuità rispetto agli ultimi anni. La sinistra e le opposizioni devono ripartire necessariamente dal basso, altrimenti andranno incontro a un’altra sconfitta”.
Che cosa è successo al partito della Meloni?
È successa una cosa per loro fondamentale: la forza di questa destra non si è mai costruita sull’agire, sul fare, ma sul racconto. La destra è diventata potente perché ha vinto sul terreno culturale: un tempo avremmo parlato di egemonia, forse una categoria che non si può usare in questo caso, ma certo si tratta di uno sfondamento culturale. E questo sfondamento culturale ha come punta della lancia il racconto, ovvero il racconto di sé. Il racconto non è un racconto di società, non è un racconto di futuro, è un racconto di sé medesimo. E questo racconto di sé medesimo è fondato sulla creazione di una sorta di piccolo mito, quello cioè di straccioni che diventano principi. Anche la premier è ricorsa spesso a questo mito, con la storia dell’underdog che rievoca le gesta di una popolazione politica che era stata relegata ai margini della politica medesima, a cui veniva negata una dignità politica, che infine vince, si afferma, e nella vittoria guadagna il riconoscimento. Il riconoscimento non avviene per via culturale, politica, sociale, ma per via della vittoria. Da qui si spiega anche l’enfasi crescente che la destra ha messo sull’idea che «abbiamo vinto, dunque abbiamo il diritto di governare». Il mito della vittoria è il mito di cancellazione di un passato oscuro, ed è l’avvento nel mondo della luce. Da qui hanno fatto discendere la concezione della politica come teatro della schmittiana coppia amico-nemico. “Noi abbiamo vinto – è il mantra – e adesso che abbiamo vinto e che ci siamo guadagnati la luce e il sole, noi mettiamo gli altri, i nostri avversari nell’inferno, appunto, attraverso la coppia amico nemico. E questa coppia amico-nemico è fondata sul fatto che noi siamo buoni perché abbiamo vinto, e voi siete cattivi perché avete perso e dovete scontare la vostra sconfitta”. Finora questo racconto è stato ogni volta rialimentato nella pratica di governo, scegliendo di volta in volta il punto di vista che suffragava questo racconto. Naturalmente non puoi parlare dei contenuti, del programma, del merito, perché non ce la fai. Che cosa racconti invece? La stabilità. Siccome tu hai vinto e duri, fai della durata la conferma della tua forza, del tuo successo. Hai vinto. Hai vinto e sei invincibile. Se vogliamo andare più lontano questa è anche una delle ragioni per cui loro diventano così dipendentemente trumpiani. In primo luogo, è in ragione della loro ideologia che si avvicinano alla destra Maga. E qui si potrebbe fare uno lungo excursus sul perché i meloniani hanno sempre rifiutato di fare i conti con la categoria del fascismo. Anche perché il vero punto è che non si sono rifiutati di fare i conti col fascismo, ma con il neofascismo. In ogni caso a partire dal mito della vittoria e della invincibilità sono approdati sulla sponda dell’altro grande vincitore, cioè Trump. E così costruiscono finalmente anche una via d’uscita dalle difficoltà che avevano nel rapportarsi con il fascismo. Non hanno più bisogno di confrontarsi con il passato perché arriva Trump, una nuova destra che si affaccia sul mondo in maniera estremistica. E questo ha consentito loro anche di rafforzare il loro racconto di vittoria grazie all’appoggio pressoché incondizionato espresso verso il trumpismo. In una costruzione del genere una sconfitta è un’esplosione. Una sconfitta non è una semplice sconfitta, ma un punto di crisi nel racconto trionfale che era il loro punto di forza. Perdere è stato per Meloni e i suoi disorientante. Dopo che si era affermata attraverso la vittoria che aveva cancellato tutto ciò che di loro era impresentabile, la destra si è trovata denudata da una sconfitta che ha bucato il mito.
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Tra l’altro sembra un punto di crisi quasi voluto. Cercato, in un certo senso.
Nel mito della vittoria non consideravano la sconfitta. Questa campagna è come una cartina al tornasole di quello di cui stiamo parlando. A ben guardare, durante la campagna hanno messo al riparo dell’ombrello dell’invincibilità ogni cosa: le sgrammaticature, le gaffe, le leadership impresentabili. Non erano al vaglio della critica perché la critica non era in campo, il mito della vittoria cancellava ogni cosa, erano tutti buoni e belli.
Ma per dimostrare forza Meloni non avrebbe dovuto lasciare al loro posto Santanché, Bartolozzi e Delmastro?
Insisto, no perché ha perso. Guardare alla vicenda con la lente della continuità sarebbe un errore. Il comportamento assunto dopo la sconfitta non può essere letto come se fosse la prosecuzione del comportamento nella fase della vittoria, sono due comportamenti che poggiano su delle basi psicologico- culturali del tutto diverse. Meloni e i suoi quando perdono sono smarriti e si muovono a tentoni. Non bisogna guardare, io credo, attraverso la categoria del discernimento politico, della logica politica alle loro scelte, ma intenderli piuttosto come tentativi di porre mano a qualche toppa di fronte all’imprevisto. Si sono trovati spiazzati dall’imprevisto e quindi hanno perso la rotta, hanno perso la bussola e si muovono a tentoni. Del resto non sono in grado di fare un’ipotesi che secondo razionalità sarebbe molto utile: fermarsi, aprire una riflessione critica, individuare una nuova via sia politica che di governo del paese, così si dovrebbe fare, secondo razionalità politica.
La Meloni secondo lei si doveva dimettere? E dove sta andando il governo ora?
No, non è questione di dimettersi o meno, non c’è titolo per questa discussione, perché non era in discussione il governo, bensì la tentazione neo-autoritaria che il governo aveva prodotto. Ma ora che il popolo ha messo in discussione la dimensione neo-autoritaria, e di conseguenza il premierato e la nuova legge elettorale che sarebbero seguiti alla vittoria del Sì, il mattone su cui poggiava questo edificio che era la vittoria nel referendum istituzionale viene meno e crolla tutta l’intera costruzione. Loro, in questo momento non sanno più dove andare anche perché attraverso questo voto è emersa una avversione importante del popolo nei confronti della guerra, nei confronti del genocidio, nei confronti del trumpismo. Occupano delle posizioni di potere, sebbene sia venuta meno la forza del loro racconto. Sono spiazzati, ma ciò non li rende meno pericolosi.
La reazione interna a Forza Italia e il ruolo di Marina Berlusconi: la sua presenza può creare qualche ostacolo alla leadership della Meloni, visto che la figlia del Cavaliere sta entrando sempre di più nelle cose del partito?
Penso che in questo muoversi a tentoni c’è una ratio, la ratio è nascondere la responsabilità capitale della Meloni in questa sconfitta. Anche io posso accettare la tesi secondo cui Forza Italia abbia fatto di questa riforma una bandiera, sì, ma francamente penso che sia una cosa secondaria. La cosa primaria è il disegno che la presidente del Consiglio ha personificato di andare dalla stabilità del governo di destra alla costruzione di una democrazia autoritaria. Quindi la sconfitta del referendum non mette tanto in discussione questa o quella componente della maggioranza, in questo caso Forza Italia, ma in realtà mette in discussione la guida e il progetto. È sulla base di questo presupposto che si possono analizzare i movimenti interni che riguardano i singoli componenti. Entriamo in un campo in cui per esempio c’è una potenza straniera alla politica italiana, in questo caso l’azienda di Berlusconi, che probabilmente vorrebbe una destra più liberale. Ma stiamo parlando di cenni perché non sappiamo bene qual è se non la posizione, l’attesa politica di questa soggettività, proprio per il suo carattere non esplicitamente politico ma aziendale. Cosa pensano della guerra? Cosa pensano dell’aggressione dell’America di Trump all’Iran adesso e al Venezuela prima? Cosa pensano della potenza in Medio Oriente di Israele genocida? Non lo sappiamo, quindi decifrare una posizione politica è un’operazione o poco dimostrabile o politicista. Si dice “ma i Berlusconi vorrebbero una destra diversa”. Sì, diversa ma non sappiamo quanto diversa e in che cosa. Forse possiamo intuire dalle prese di posizione, una diversità sui diritti civili ma non sappiamo pressoché nulla sulla collocazione internazionale, sulla geopolitica, sul terreno della risposta alla crisi economica. Ci sono molti analisti che stanno parlando di un pericolo di stagnazione e inflazione insieme che può investire tutta l’economia occidentale, in particolare quella europea. E qual è la reazione su tutto questo? La destra sembra non avere parola, cioè sembra affidarsi a una risposta meccanica all’andamento delle cose. Dunque, risulta difficilmente decifrabile ciò che verrà dopo la sconfitta. Qual è la destra che proponete dopo la sconfitta nel governo del paese e nel dibattito politico europeo? Finora sotto il cielo della sconfitta c’è soltanto un elemento di disordine.
Perché una parte importante della popolazione che non ha votato alle elezioni politiche invece va a votare sul referendum?
Il fatto che questo andamento sia stato in larga misura imprevisto conferma il distacco della politica nei confronti del paese, per dirla con un linguaggio di altri tempi, la distanza o la separazione del paese ufficiale dal paese reale. La mia opinione è che questo voto era libero dalla cappa della politica ufficiale. La partecipazione al voto c’è stata perché non era richiesto di votare attraverso il filtro dei partiti e delle alleanze politiche, che è precisamente ciò che ha tenuto lontano una parte dell’elettorato dal voto, ma invece era l’accoglimento di una domanda, che di nuovo attraverso il voto potevi contare. Non c’era intermediazione, era un voto diretto per dire sì o no dunque nessuno poteva sequestrare il tuo voto. Non c’è un problema di un’offerta politica e di una domanda che tu esprimi nei confronti dell’offerta politica, per cui se non ti piace l’offerta politica e nessuna delle sue componenti tu non vai a votare. Se aggiungi poi il fatto che nutri discredito verso la democrazia rappresentativa e non credi che il tuo voto possa cambiare alcunché ritenendo che il governo sia una prigione che omologa tutte le forze politiche una volta che accettano il governo, votare al referendum ti libera da questo giogo col risultato che una parte della popolazione torna a votare . Io non mi aspetterei che se si votasse domani per le elezioni politiche per il governo questa tendenza sarebbe confermata.
Anche i giovani sono “tornati” a votare…
Il discorso riguardo ai giovani è diverso. Tutte le avvisaglie parlavano lo stesso linguaggio: tra i ragazzi è montato il rifiuto di capire o giustificare l’arroganza di una parte del mondo adulto che ha rifiutato di vedere quello che era visibile a occhio nudo. L’ultimo rifiuto, gigantesco, è stato quello della generazione di Gaza, una generazione che smentendo tutte le analisi su una generazione condannata all’indifferenza e totalmente sottoposta al dominio della tecnica e delle comunicazioni informatiche e alla sottrazione ai rapporti sociali, ha invece affermato un desiderio e una capacità di partecipazione fondata sull’emozione, sulla indignazione, più che su un programma o un progetto politico. Come che sia questa molla è stata la testimonianza di un bisogno di partecipazione molto alto di una generazione che la politica ufficiale non aveva saputo considerare, che infatti si è espressa prevalentemente attraverso il movimento e non attraverso la rappresentanza politica. E dunque quando si è offerta l’occasione su un terreno non contaminato come quello della politica, questa generazione che era stata irrorata da queste forme di conflitto, di partecipazione, di mobilitazione, che aveva attraversato le scuole, le università, le strade, le piazze di tutta l’Europa e di tutto l’Occidente, in Italia ha mostrato la sua presenza anche nella vicenda referendaria. Se tutti noi abbiamo avuto difficoltà a immaginare uan così ampia partecipazione al referendum, dovevamo e potevamo immaginare così viva partecipazione giovanile, alla luce dell’analisi dei movimenti. Ma di questo bisognerebbe che la politica e in particolare la politica delle opposizioni, la politica delle sinistre, facesse il centro della propria ri-costruzione che non viene automatica dal voto al referendum.
La sinistra che si affretta a fare le primarie si è fatta troppe illusioni?
Non solo, ma secondo me si sta di nuovo sbagliando l’approccio. Trovo ad esempio che la prima mossa delle opposizioni dopo la vittoria del referendum, quella di portare la discussione su un terreno di ingegneria organizzativa e istituzionale, cioè come costruire una leadership per la prossima campagna elettorale per il governo del paese, sia stata un errore. E in questo sbaglio c’è la riproduzione di un lungo errore di collocazione delle sinistre, delle opposizioni, nella storia politica e sociale del paese degli ultimi decenni. Tutto questo è incredibile: il referendum porta in campo una lingua politica inedita, vale per le nuove generazioni – vale per la partecipazione di massa al voto – e invece di provare a ragionare su questi elementi di novità che intervengono nella politica a partire dal voto, e quindi dal basso, ritorni in quella parte della politica separata, che riproduce precisamente la divisione tra l’alto e il basso, tra l’alto della società, e la spinta prodotta dal basso del referendum. È una cosa francamente sconcertante, molto sconcertante, perché così come la destra rifiuta di ragionare sulla sua sconfitta, la sinistra, l’opposizione, sembra non vedere che questo voto è una potenziale, ma non una organizzazione diretta utilizzabile in politica. Il voto non è utilizzabile come tale nella politica del conflitto tra maggioranza e opposizione, perché il voto è una potenzialità per l’opposizione ma non è una forza dell’opposizione, è una forza popolare e democratica il cui esito politico è del tutto aperto. Dunque, il lavoro che bisognerebbe fare è quello di una ricognizione, di un’analisi sul campo, di un’inchiesta. Bisognerebbe chiedersi che cosa ha spinto queste parti di popolazione a votare No, quali sono le domande inespresse ma contenute in questo moto di rivolta portato al successo con il referendum. È su questi temi che bisognerebbe lavorare per costruire un collante. Ma invece di fare questo, l’opposizione scarta il campo fecondato dal referendum per tornare al vecchio campo alienato della politica. Un guaio serissimo.
Si parla ovviamente di primarie, e già ci sono divisioni nel campo largo: come mai Giuseppe Conte spinge di più? Sente che ha più possibilità di Elly Schlein?
Non lo so. In ogni caso quello che è molto più importante da verificare, più delle potenzialità dell’uno e dell’altro, è che sono fuori strada. Il fatto più importante per chi la guarda dal punto di vista del popolo che ha portato al successo il NO al referendum è vedere che sono già fuori strada. Il voto referendario è un investimento sull’opposizione, e l’opposizione quindi deve organizzarsi in modo da capitalizzare questo voto: tutto sbagliato, dall’inizio! Si tratta invece di una potenzialità che per essere raccolta richiede un grande lavoro politico, programmatico, culturale, che rompa con la consuetudine degli ultimi anni, pe
Se andassimo alle elezioni la sinistra non sarebbe pronta, insomma?
Non lo è. Proviamo ad uscire dall’Italia. Guardiamo a quello che sta succedendo in giro per il mondo. Nei municipi accadono in Europa e in Occidente cose interessanti. Ci siamo tutti appassionati alla vittoria di Mamdani a New York, alla vittoria a Manchester di una candidata di rottura, e adesso anche in Francia ma anche a Monaco, su un altro terreno, di una vittoria sul campo di forze socialiste, diciamo un campo variegato. Fatti così sembrano dirci che sul terreno non dello scontro tra opposizione e governo, ma dei municipi, c’è una sorta di ripresa delle forze diversamente di sinistra, da quelle moderate a quelle radicali. Se qualcosa dice questa tendenza, dice, che invece che occuparti del vertice ti devi occupare della base, invece di occuparti di chi guiderà la coalizione devi occuparti dei municipi, dei territori, delle realtà sociali, delle nuove forme di aggregazioni sociali che magari iniziano a sentire l’influenza dei movimenti, mentre quelle realtà nazionali magari non la sentono ancora, ma sono già in qualche modo attraversate dai movimenti che si sono espressi contro guerre, contro autoritarismo, discriminazione… Se invece guardi la politica, e qui usiamo la metafora dell’accampamento, devi uscire dal quadro del riorganizzare il campo della politica, primarie, leadership, come ha fatto la sinistra. Dico che quel campo lì è perdente, perché se vuoi ricostruire un’alternativa devi costruire fuori da quel quadro. Ed una delle possibilità è quella dell’accampamento, cioè la ricostruzione della tua forza a partire dalle diverse realtà. Poi all’accampamento c’è un’alternativa, ovvero quella della torre: ovvero quella della rottura con ciò che è diventato il centro sinistra attraverso la produzione di un elemento di radicale innovazione. Dunque, o l’accampamento o la torre. L’unica cosa che non si potrebbe fare, è invece continuare sulla strada del campo largo, cioè sull’esistente, perché l’esistente non porta da nessuna parte, l’esistente è stato ripetutamente sconfitto e non ha nessuna chance per uscire dalla sconfitta: l’idea di aggrapparsi al referendum è un’illusione, perché il referendum è un’altra grammatica, è un’altra sintassi, è un’altra lingua.
Dunque, le primarie non serviranno a nulla e intanto avremmo di nuovo il solito conflitto con i soliti nomi: Renzi, Schlein, Conte…?
Non serviranno a meno che il confronto sulle primarie possa essere così ampio da rinverdire il vecchio motto maoista “che cento fiori fioriscano”. Bisognerebbe che in questi cento fiori scorresse la linfa di ciò che nasce dentro la società viva, dentro le organizzazioni di partecipazione popolarie sindacati militanti, la Cgil, l’Arci, i circoli, e consentire che nascano nuove proposte fuori dal coro. Sì, bisognerebbe parlare di un’assemblea costituente delle sinistre.