Il caso in Parlamento

Al docufilm su Giulio Regeni negati i fondi pubblici, per il ministero di Giuli manca di “interesse culturale”

Cinema - di Redazione

7 Aprile 2026 alle 12:21

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Al docufilm su Giulio Regeni negati i fondi pubblici, per il ministero di Giuli manca di “interesse culturale”

L’egemonia culturale della destra riparte dal mancato finanziamento pubblico al docufilm su Giulio Regeni.

La scelta presa dal Mic, il ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli, di negare fondi pubblici a “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”, il documentario diretto da Simone Manetti e vincitore del Nastro della Legalità 2026, è diventata ormai un caso politico.

Le opposizioni parlano di “censura”, di “scelta politica e non artistica” dietro la decisione del Mic di negare “l’interesse culturale” al docufilm sulla tragica scomparsa di Regeni, il ricercatore friuliano presso l’università di Cambridge ucciso in Egitto il 25 gennaio 2016 mentre si stava occupando di ricerca sui sindacati locali, una scelta che arriva in Parlamento con le interrogazioni presente da Partito Democratico, +Europa e AVS che chiedono risposte al ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Una vicenda, quella di Giulio, che ha scosso le coscienze in Italia: Regeni venne torturato e poi ucciso, con le autorità egiziane che prima negarono qualsiasi coinvolgimento e poi iniziarono una lunga opera di depistaggio. Sulla morte di Giulio, ritrovato senza vita solamente il 3 febbraio 2016, è in corso un processo a Roma nei confronti di quattro agenti dei servizi segreti del Cairo, nonostante l’assenza di alcuna forma di collaborazione da parte dell’Egitto del dittatore Abdel Fatah al-Sisi.

Eppure per gli esperti del ministero della Cultura, il docufilm di Simone Manetti non merita i contributi previsti per supportare opere cinematografiche, come denunciato da Domenico Procacci di ‘Fandango’, che ha prodotto il lavoro insieme a ‘Ganesh’ di Mario Mazzarotto.

Eppure di soldi a disposizione ce ne sono: il Mic ha “in cassa” 14 milioni di euro di contributi selettivi, distribuiti dagli esperti della commissione del ministero, alle opere cinematografiche e documentaristiche che si siano segnalate per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale italiana”, ma il docufilm di Manette non ha ottenuto un euro dal ministero.

Una decisione che per Cecilia D’Elia e Francesco Verducci, senatori e componenti Dem della commissione Cultura a Palazzo Madama, “ha dell’incredibile”. “La vicenda tragica di Giulio è di assoluto interesse culturale e civile per il nostro Paese. Per questo con una interrogazione al ministro Giuli chiederemo le motivazioni di tale scelta, che riteniamo sbagliata e offensiva della memoria del ragazzo e nei confronti della sua famiglia. Vogliamo sapere se si tratta di incompetenza o di volontà politica. In ogni caso saremmo di fronte ad una scelta scellerata”.

Il docufilm è già uscito in sala e 76 università italiane hanno aderito all’iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo per proiettarlo negli atenei. Un lavoro che ha già oltrepassato i confini nazionali: il 5 maggio è fissata una proiezione al Parlamento europeo, e andrà anche in onda su Rai e su Sky. “Eppure – sottolinea il segretario di +Europa Riccardo Magi – nell’Italia di Giorgia Meloni e Alessandro Giuli, gli viene negato il finanziamento pubblico perché di scarso interesse culturale. E non serve nemmeno fare paragoni con altre opere invece finanziate”.

Dopo lo scoppiare della vicenda anche a livello politico, qualcosa al ministero si è mosso. Con una lettera di rinuncia si sono dimessi Massimo Galimberti e Paolo Mereghetti, due membri della commissione del ministero della Cultura incaricata di valutare il progetto cinematografico ed attribuire, eventualmente, i fondi statali. Assegnazione alla fine negata, di qui il passo indietro di Galimberti, consulente editoriale e story editor, e Mereghetti, giornalista e critico cinematografico del Corriere della Sera. Galimberti, contattato dall’Adnkronos, ha conferma di aver inviato “una semplice lettera di dimissioni, dopo molti anni di lavoro nella commissione” per “una difformità di vedute sui criteri di valutazione delle opere”, che “non riguarda solo un caso” e “non vuole essere un atto di polemica nei confronti della direzione generale cinema del Mic”.

di: Redazione - 7 Aprile 2026

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