10 anni fa l'ultima sessione speciale dell'Onu

Sulle droghe 10 anni sprecati: aumentano le vittime del proibizionismo

Nel 2016 l’ultima Sessione speciale dell’Assemblea generale ONU sul tema, salutata da molti come uno spartiacque. Da allora zero passi avanti e qualcuno indietro, sempre all’insegna del proibizionismo.

Politica - di Leonardo Fiorentini

3 Aprile 2026 alle 16:30

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Sulle droghe 10 anni sprecati: aumentano le vittime del proibizionismo

A dieci anni dall’ultima Sessione speciale dell’Assemblea generale ONU sulle droghe, è tempo di fare un bilancio di quello che molti avevano salutato come uno spartiacque. Per la prima volta, il tema dei diritti umani entrò nel linguaggio del sistema internazionale di controllo delle droghe, da sempre impermeabile a qualsiasi interferenza esterna. La dichiarazione finale riconobbe inoltre la flessibilità delle convenzioni, aprendo lo spazio alla regolamentazione legale.

Il bilancio è impietoso. Il rapporto dell’International Drug Policy Consortium, The UNGASS decade in review: Gaps, achievements and paths for reform, certifica che quella promessa di cambiamento è rimasta in gran parte disattesa. Il controllo globale continua a essere dominato da approcci punitivi e proibizionisti, con costi umani ed economici enormi e senza effetti apprezzabili né sulla domanda né sull’offerta di sostanze vietate. Si restringe lo spazio civico e torna con forza la retorica della war on drugs, utile a giustificare militarizzazione, repressione e violazioni del diritto internazionale. Basti pensare all’uso della narrazione sul “narco-terrorismo” da parte dell’amministrazione Trump per legittimare iniziative extraterritoriali, uccisioni extragiudiziali e, sul piano interno, un arretramento del diritto alla salute. Le persone che usano droghe sono stimate in 316 milioni nel mondo: circa il 28% in più rispetto al 2016, oltre tre volte il ritmo di crescita della popolazione globale. Tra il 2016 e il 2021 si contano 2,6 milioni di morti correlate all’uso di droghe, con un andamento in aumento. Sul fronte penale, un detenuto su cinque nel mondo è incarcerato per reati di droga: in Italia uno su tre. Il proibizionismo è un fattore di sovraffollamento, stigma e diseguaglianza, che colpisce in modo sproporzionato le comunità più marginalizzate.

C’è poi un paradosso che racconta bene la distorsione del sistema globale di controllo delle sostanze psicotrope: oltre 150 Paesi – sui 183 che hanno sottoscritto le convenzioni – registrano un accesso insufficiente agli oppioidi per il trattamento del dolore, a causa di controlli eccessivamente restrittivi. Torna a crescere il ricorso alla pena di morte per reati di droga, con centinaia di esecuzioni ufficiali e molte altre che sfuggono a ogni monitoraggio. Le strategie di interdizione ed eradicazione, inoltre, non eliminano il fenomeno: spostano coltivazioni e traffici verso aree sempre più remote e fragili dal punto di vista ambientale. Come nelle piazze di spaccio, la repressione non cancella il mercato: lo sposta, insieme ai danni. Intanto i mercati cambiano: più complessità, più rischi, più tossicità. La diffusione di oppioidi sintetici come fentanyl e nitazeni, dentro una filiera illegale, alimenta epidemie di overdose. Allo stesso tempo si moltiplicano i canali digitali, tra social media, dark web e app di consegna, mentre cresce l’uso di tecnologie di sorveglianza in nome del controllo delle droghe, con ricadute dirette sui diritti fondamentali. Juan Manuel Santos, ex presidente della Colombia che ha firmato la prefazione, ribadisce che criminalizzazione e escalation militare sono inefficaci, aggiungendo una verità scomoda per i paladini della “tolleranza zero”: “la proibizione è la migliore alleata dei trafficanti, perché rende i mercati più opachi e redditizi”.

Il punto critico oggi però non è soltanto che il sistema non funziona e che rafforza le reti criminali devastando comunità ed ecosistemi, minando la speranza di pace. È che negli ultimi tre anni l’architettura internazionale delle droghe è diventata uno stress test del multilateralismo in crisi. Nel 2024 gli Stati Uniti di Biden hanno rotto il rituale del consensus che sin dagli anni ’80 ha anestetizzato il dibattito alla Commissione droghe di Vienna (CND), imponendo il riconoscimento della riduzione del danno nonostante l’opposizione di Russia e Cina. Nel 2025 la Colombia è riuscita a far avviare una revisione dell’intero sistema globale di controllo delle droghe, isolando Argentina, Russia e gli USA di Trump. Nel 2026, infine, Washington è ancora rimasta da sola, ma ha comunque inciso con il suo bullismo para-diplomatico sul clima del dibattito e soprattutto sulla composizione del panel di 19 esperti incaricati di formulare raccomandazioni in vista della revisione del 2029.

Proprio mentre le Nazioni Unite vivono un contesto geopolitico deteriorato e affrontano nuovi vincoli di bilancio che forzano riforme istituzionali, sembrano spalancarsi finestre verso la riforma delle politiche sulle droghe. Senza scomodare Mao, è chiaro che la grande confusione mondiale può creare opportunità inedite, in un verso e nell’altro. Questo è un passaggio raro e decisivo. La vera sfida è riallineare mandati e istituzioni, spostando finalmente il baricentro del sistema ONU sulle droghe verso evidenze, salute, diritti e sviluppo. Come riassume Ann Fordham, direttrice di IDPC, “gli approcci punitivi costano vite, sprecano risorse pubbliche e silenziano proprio le comunità che spesso hanno già le soluzioni pratiche, dalla riduzione del danno a riforme strutturali capaci di togliere terreno a violenza e criminalità”.

3 Aprile 2026

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