L'intervista

Folkabbestia, 30 anni sulle infinite e maledette vie del folk: “Oggi non potremmo mai nascere, noi fricchettoni ma mai al Primo Maggio”

La musica popolare dall'Irlanda ai Balcani al Sud Italia, la diade MacGowan-Manu Chao, la stagione d'oro del Combat Folk con Bandabardò e MCR, la dimensione live. L'intervista a Lorenzo Mannarini

Cultura - di Antonio Lamorte

3 Aprile 2026 alle 17:39

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FOTO DA UFFICIO STAMPA
FOTO DA UFFICIO STAMPA

Quando la libertà aveva il suono di una giga irlandese che va ci si perdeva ancora per strada, non c’era Google Maps e ci si segnava sui palmi delle mani il cammino per tornare, ma soltanto per ripartire, sempre sulle dolcissime e infinite, sulle santissime e maledette vie del folk, come hanno cantato i Folkabbestia. “Sono 30 anni che siamo perennemente in tour, ci siamo sparpagliati ma negli ultimi anni il progetto ha assunto nuova linfa vitale”, dice a L’Unità Lorenzo Mannarini, cantante e chitarra, tra i fondatori della band che dalla Puglia aveva richiamato a raccolta i fricchettoni di mezzo mondo a unirsi: una filastrocca piuttosto goliardica che era diventata un inno, diceva molto di una certa visione del mondo. “Ci rispecchiava pienamente. Dicevamo una frase: un altro mondo è possibile, l’altro mondo è sicuro”

A fine dicembre hanno festeggiato i 30 anni dal primo concerto. In autunno dovrebbe uscire il loro nuovo album, anticipato da singoli che stanno uscendo a distanza due o tre mesi da un annetto circa: il prossimo in primavera, Puntino Blu, “il nostro pianeta, visto però dallo spazio, una maniera per ricordarci che dobbiamo prenderci cura di questo puntino blu sperduto nell’universo. Parteciperà anche un coro di bambini perché si parla del futuro”. Folgorati sulle strade infinite della musica popolare, ispirati dalla diade MacGowan-Manu Chao, alfieri del Combat Folk italiano, irriducibili romantici e musicisti professionisti partiranno ancora e continueranno il loro tour a ricordare che, probabilmente, la libertà è ancora una giga irlandese, una tarantella del gargano, una sevdalinka bosniaca, un fado portoghese che continuano a suonare.

Com’è nato il progetto Folkabbestia?

Agli inizi degli anni ’90. Suonavamo folk irlandese. Eravamo tra i primi a fare questo genere, non c’era più nessuno. Colpa di Osvaldo Laviosa, il violinista, e di Giuseppe Porsi, che ci facevano ascoltare questa musica. Il gruppo inizialmente si chiamava Mac & O’, i prefissi dei cognomi più tipici irlandesi e scozzesi. Diventò subito dopo Folkways, facevamo cover dei Pogues, quindi folk irlandese inizialmente più tradizionale che poi è diventato sempre più punk, più rock. Suonavamo questi tunes, queste danze, queste gighe, questi reel, standard come The Wild Rover che è diventato U Frikkettone.

Com’è successo?

Come succede sempre con la musica folk, che appartiene alla tradizione orale. Si tramanda, si ascolta e si trasforma. Quel vagabondo selvaggio irlandese a Bari è diventato il fricchettone, che poi era un po’ quello che eravamo noi all’epoca. Ci accorgemmo dalla prima volta che suonammo il brano in concerto che avrebbe funzionato.

Così che avete cominciato a scrivere musica vostra?

Abbiamo deciso di metterci la nostra terra, di inserire tarantelle, pizziche, tammurriate. Ascoltavamo anche musica dei Balcani: il nostro fisarmonicista dell’epoca che riusciva a collegarsi per ascoltare Radio Tirana. Non c’era ancora internet e la world music non era così popolare. Scoprimmo quelle melodie, quei tempi dispari, quelle scale. Abbiamo miscelato tutto questi ai grandi cantautori che abbiamo sempre ascoltato ed è nato il nostro sound. Le primissime tre canzoni sono nate quando eravamo ancora Folkways: U Frikketton, Tammurriata a Mare Nero, Il sabato del Villaggio.

Quando è nato il nome Folkabbestia?

A ogni concerto la gente saltava, pogava, era molto coinvolgente insomma. E così una sera, alla fine di un concerto, decidemmo che avremmo dovuto chiamarci Folkabbestia. Ci venne così. Alcuni storsero un po’ il naso ma alla fine funzionava.

Un calco di “punkabbestia”?

Purtroppo spesso ci confondono. Addirittura una volta in Rai, quando ci hanno presentato, sbagliarono il nome. Abbiamo sempre sperato che si capisse la differenza tra le due cose.

Quanto ha influito sulla vostra musica la musica di Shane MacGowan?

È stato un colpo al cuore quando è morto, ci è dispiaciuto tantissimo per la sua scomparsa. Gli abbiamo dedicato un concerto, spesso lo citiamo nei nostri concerti. È stato un po’ la nostra ispirazione ma non credo solo nostra: credo che tutti i movimenti folk, rock, combat folk degli anni ‘90 in Italia, si siano ispirati ai Pogues di Shane MacGowan oltre che a Manu Chao e Manonegra.

Altra influenza che si sente è la grande tradizione bandistica della Puglia. È così?

Sì, assolutamente. Infatti nel nostro primo disco c’è una canzone che si chiamava Canzone d’amore che decidemmo di arrangiare in una seconda versione bandistica e che mettemmo in coda all’album. L’arrangiammo – perché pur essendo Folkabbestia, diversi di noi sono diplomati in conservatorio o hanno studiato musica – e la suonammo in studio con la banda di Surbo, un paese in provincia di Lecce. Anche recentemente, a un Primo Maggio a Bari, abbiamo fatto un concerto con la banda di Acquaviva. È qualcosa che ci piacerebbe fare anche nei prossimi tour. Abbiamo già dei contatti con la banda di Cisternino.

All’inizio, agli esordi, quando non eravate conosciuti, dove suonavate?

Facemmo il nostro primo concerto con il nome Folkabbestia al Centro Sociale Laterza, a Taranto, il 23 dicembre 1995. E all’epoca suonavamo così: nei centri sociali, nei pub e nelle piazze, ci chiamavano alle sagre soprattutto nella zona del Salento. La svolta è arrivata quando abbiamo vinto l’Arezzo Wave e quando con un altro concorso siamo andati al Festival Interceltique di Lorient, in Bretagna. Cominciammo a girare un po’ tutta Italia e arrivò il contato con la UPR Records di Annibale Bartolozzi, che divenne un Folkabbestia pure lui. È stato il nostro manager per più di dieci anni, purtroppo è scomparso qualche anno fa.

 

 

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Fu quello in Bretagna il vostro viaggio più memorabile? 

Tra quelli più belli. Memorie di Breizh nacque proprio da quel viaggio di ritorno. Al Festival di Lorient ci perdemmo, ci disegnammo la strada del ritorno sulle mani, arrivammo in ritardo. Abbiamo fatto altre tournée all’estero, in Portogallo, in Germania. Indimenticabile è stata l’esperienza a Mostar, in mezzo alle rovine della guerra che era finita da poco. Dormivamo in un posto tutto crivellato di colpi e quando abbiamo suonato nello stadio si sentiva ancora tutta la tensione.

Qual è stato il vostro momento migliore?

I primi anni duemila, sicuramente. Eravamo sempre in giro. E nel 2003 decidemmo di entrare nel Guinness dei primati suonando per 30 ore la stessa canzone all’auditorium di Radio Popolare a Milano. Era Stayla Lollo Manna. Andò avanti senza interruzioni dalle 15:00 di un pomeriggio fino alla sera del giorno dopo, una continua improvvisazione che non finiva mai. Fu una grande festa radiofonica. E poi ci sono state diverse collaborazioni importanti.

Qual è stata la più memorabile?

Sicuramente quella con Franco Battiato. A 26-60-38 Breve saggio sulla canzone italiana (2006, ndr), un album di cover, parteciparono tanti amici artisti tra cui Caparezza, la Bandabardò, Daniele Sepe. E Battiato venne a Bari per un convegno, registrammo una nostra versione di Voglio vederti danzare e gli demmo il cd, senza aver mai avuto alcun contatto prima. Ci richiamò al numero che aveva trovato nel disco e ci disse che la nostra versione era meglio della sua. Rimanemmo sconvolti e cogliemmo la palla al balzo: perché non cantarla insieme? Lui si dimostrò disponibile ma non volle cantare la sua canzone. L’avvelenata di Francesco Guccini. È stata una grande esperienza. Come suonare a Campovolo, tra le band che hanno aperto il concerto di Ligabue.

Siete stati protagonisti con gruppi come la Bandabardò e i Modena City Ramblers degli anni d’oro del combat folk. Cos’ha lasciato quell’esperienza alla musica italiana? 

Erano anni completamente diversi. Non c’era internet, non esistevano gli mp3. C’erano le cassette che registravamo noi e che vendevamo a fine concerto. Funzionava il passaparola, la gente che veniva a sentirti ti chiamava se gli piacevi, se funzionavi. Suonare dal vivo era la cosa più importante. Ora invece è tutto un produrre al computer, da soli, nella propria stanzetta. La musica spesso sembra essere fatta con lo stampino, con la stessa struttura. A volte manca l’anima, il sudore, andare in giro a suonare veramente. Bisognerebbe ritornare un po’ a quello, prendere uno strumento in mano e suonare insieme agli altri e utilizzare il giusto la tecnologia.

C’era anche più spazio per le proposte inedite?

Un gruppo come il nostro oggi non potrebbe nascere più. Sicuramente. Prima nei locali, nei luoghi dove si suonava, era benvenuta la musica inedita, la gente andava nei posti e ascoltava, curiosava. Adesso succede l’esatto contrario: chi va nei locali vuole sentire quello che già conosce, vuole passare una serata tranquilla, mangiare la pizza e ascoltare le canzoni che già conosce a memoria.

Come se lo spiega?

Credo che la musica leggera è diventata musica classica, nel senso che è appunto diventata musica di repertorio. È anche un bene, ovviamente, ma questo non deve distruggere la creatività. Ma potrebbe trattarsi anche solo di un momento, di una moda, e come tale destinata a passare.

Crede che la componente politica della vostra musica, abbia sminuito quella autoriale?

Non saprei, probabilmente sì. Probabilmente anche il fatto che la nostra musica sia spesso anche allegra, e non triste, ci ha un po’ penalizzato. Abbiamo sempre detto la nostra, utilizzando l’ironia che è la nostra chiave di lettura. Non saprei dire se questo ci ha chiuso dei canali o delle porte, forse anche il nome potrebbe averci interdetto il mainstream, che però noi alla fine non abbiamo mai cercato. Abbiamo sempre voluto fare quello che ci pare, senza troppi compromessi. Ma noi siamo stati degli outsider anche in questo senso: noi al Primo Maggio a Roma, per dirne una, non abbiamo mai suonato.

Suona la banda, uno dei vostri ultimi singoli, l’avete dedicata a Enrico Erriquez Greppi: quanto manca?

Era davvero una persona speciale, di quelle persone che hanno una luce negli occhi diversa. Eravamo proprio all’inizio quella volta che suonavamo prima della Bandabardò, lui ci venne a salutare e ci disse: ragazzi, voi siete fortissimi. Sono quelle cose che ti restano, non si dimenticano. Nella canzone racconto di una volta che ero a Fiesole e mi sento chiamare, in mezzo alla strada. Era lui. Mi invitò a pranzo a casa sua e ci mettemmo a suonare.

Cosa gli avreste rubato musicalmente parlando?

Il suo essere poeta, credo fosse fantastico il suo modo di scrivere. Alla Bandabardò siamo legati tantissimo, sia con lui che con Finaz, che ha prodotto vari album nostri e che mi ha chiamato a partecipare a una nuova canzone con un coro lirico. Stessa cosa con i Modena, ci siamo incrociati spesso lungo queste santissime e maledette vie del folk.

Folkabbestia
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Qual è il cuore, il nucleo della musica folk, che spesso presenta affinità e analogie a diverse latitudini?

È un mistero. A volte troviamo stessi temi, argomenti, sonorità nella musica irlandese e nella musica balcanica come nella musica del sud. E ti chiedi: ma perché? Apparentemente sono luoghi che non c’entrano niente. La musica popolare è frutto di viaggi, incontri, di razze e popoli che si mescolano. Nel Sud Italia c’è tantissimo della musica araba, per esempio. Noi abbiamo sempre detto che la tarantella è il nostro blues. Perché il Sud Italia è sempre stato terra di conquista di popoli stranieri. E la musica popolare ha sempre avuto lo scopo e la funzione di far stare insieme le persone, che può essere un matrimonio, un funerale, una festa o qualsiasi altra occasione.

Quanto è difficile fare musica in Italia? Siete mai riusciti a vivere soltanto di musica?

Per gran parte della nostra vita il nostro principale lavoro è stato i Folkabbestia, vivevamo di quello. Poi alcune cose sono cambiate, io insegno canto in un liceo musicale, tengo un corso di songwriting, anche gli altri fanno altri lavori ma per quanto mi riguarda l’importante è continuare a fare musica. Avere un piano b non guasta ma bisogna sempre fare quello in cui si crede.

È possibile vivere di musica senza essere famosi, senza andare in televisione ed essere delle star?

Sì, è possibile. C’è la musica di consumo, appunto, però c’è tanta altra musica che non passa in tv e che non è mainstream. A volte i ragazzi mi chiedono se sono famoso. Non così tanto, gli dico io, ma sto qui con voi e questo lavoro mi piace. Una volta Massimo Bubola mi disse: qui il problema sono i Santi in Paradiso. Forse è quello che è mancato a noi ma noi continuiamo, non perdiamo la passione.

 

 

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I Folkabbesta sono Lorenzo Mannarini (voce e chitarra), Francesco Fiore (basso), Nicola De Liso (batteria), Michele Sansone (fisarmonica e cori), Giuseppe Porsia (flauto traverso, tin whistle, cori) e Isabella Benone (violino e cori).

3 Aprile 2026

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