La strategia della premier

Niente voto anticipato o rimpasto, la strategia di Meloni dopo il referendum: squadra che perde non si cambia

Non solo i vice Salvini e Tajani, neppure la premier vuole il voto anticipato. Meloni punta al titolo di governo più longevo, quindi cambierà solo la casella del Turismo.

Politica - di David Romoli

31 Marzo 2026 alle 07:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Squadra che perde non si cambia. E neppure la si rimanda negli spogliatoi. Le elezioni anticipate, nel governo, non le vuole nessuno. Matteo Salvini le boccia senza mezzi termini: «Avanti fino alla fine della legislatura senza tentennamenti». L’omologo Antonio Tajani ammette che «qualche contraccolpo del referendum c’è stato», ma di votare non se ne parla. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è perentorio: «Finché c’è la guerra di elezioni non si può votare».

In realtà a non volere il voto anticipato è anche, se non soprattutto, la stessa premier, convinta che, nonostante la mazzata del 22 marzo, il “record” a cui ambisce, il governo più longevo nella storia della Repubblica e l’unico in carica dal primo all’ultimo giorno della legislatura, resti la carta vincente. Dunque le elezioni sono fuori discussione. Nelle file di FdI c’è chi, ansioso di rivincita, le vorrebbe ardentemente. A Palazzo Chigi l’ipotesi è stata presa in considerazione e se ne è discusso anche nella cena-vertice tra Meloni e i due vicepremier. Ma solo per concludere che non è cosa. Resterebbe il rimpasto: un ricambio di ministri tale da dare il segno della novità e del rilancio dell’azione di governo. La vantata squadra tanto brillante non si è mostrata e neppure tanto apprezzata dagli elettori: mazzo nuovo. E invece no. Proprio per i motivi di cui sopra, l’ossessione del record, Giorgia a un rimpasto degno di questo nome, tale cioè da dover chiedere una nuova fiducia e da meritarsi la targa di “Meloni bis”, non intende procedere. Il cambiamento si limiterà all’obbligatorio o poco più, cioè alla sostituzione di Daniela Santanché al Ministero del Turismo.

Ma anche qui ci sono opzioni diverse e di ben diverso peso. sono due. Un ministro di area ma tecnico con Malagò oppure una new entry politica e di spessore come Luca Zaia. L’arrivo del doge sarebbe effettivamente una novità, un ingresso tanto pesante da costituire un rinforzo serio della squadra, soprattutto se, come è possibile, il valzer delle poltrone spostasse Adolfo Urso dallo Sviluppo al Turismo, lasciando il posto a Zaia. Non sarebbe una rivoluzione ma almeno un cambiamento. Solo che, per quanto tutt’altro che escluso, il passo è tutt’altro che deciso. Zaia e tutta la Lega esitano di fronte all’ipotesi di vedersi recapitare fra le mani un ministero delicato come è in questo momento quello dello Sviluppo, tanto più a un anno dalle elezioni. Dentro FdI, poi, l’idea di cedere seccamente un ministero alla Lega non piace affatto. Insomma, l’ipotesi più probabile è che alla fine cambierà pochissimo: il ricambio ai vertici del Turismo, la nomina di un paio di viceministri o sottosegretari alla Giustizia al posto di Andrea Delmastro e morta lì.

In realtà la premier e il gruppo ristretto di Palazzo Chigi, per recuperare terreno e consensi, puntano su tutt’altro: contano ancora, esattamente come prima del referendum, su una finanziaria espansiva, di quelle che elargiscono per acchiappare voti. Il governo si aspetta entro la primavera la fine della procedura d’emergenza: vorrebbe dire più margini e più risorse. Inoltre, sulla prossima finanziaria, il peso del superbonus dovrebbe essere minore rispetto agli anni precedenti: si dovrebbero recuperare circa 0,7 punti di PIL. Insomma, a Chigi si immaginano e si augurano che le condizioni per una finanziaria elettorale ci saranno. Il tutto, però, deve fare i conti con un rischio ben concreto: che nei prossimi mesi l’Italia si trovi alle prese con un problema energetico serio, con effetti a catena su crescita e prezzi, cioè con lo spettro della stagflazione, la parola più temuta da chi governa. dita incrociate.

Poi c’è la legge elettorale, che inizia proprio oggi il suo iter a Montecitorio. La sola idea di affrontare le urne con questa legge fa drizzare i capelli ai partiti di governo: non significherebbe una sconfitta certa, ma il rischio fortissimo di pareggio sì e il pareggio, si sa, apre la strada a governi tecnici o del presidente, La bestia nera della destra. Dopo il referendum, però, cambiare la legge con l’opposizione sulle barricate è molto meno facile. A Chigi sono però convinti che, pur criticandola aspramente in pubblico, al Pd e anche al M5S il modello di legge proposto, con alcune modifiche, non dispiacerebbe. Strepiterebbero ma senza arrivare alle estreme conseguenze in aula. Non è detto che gli strateghi della premier abbiano torto. Ieri, in una lunga intervista, Giuseppe Conte ha sì criticato duramente il “melonellum”, indicando però due punti precisi su cui intervenire: il premio di maggioranza, ritenuto eccessivo, e l’assenza delle preferenze. Con le preferenze e con un premio ridimensionato, una tacita e inconfessabile intesa sarebbe forse possibile.

Di certo il governo dovrà rimettere mano alla legge nel corso del passaggio parlamentare e non solo per tentare la via del dialogo con l’opposizione. La Lega aveva accettato a denti stretti la formula attuale perché, contrattando parecchi seggi tra i 70 del premio di maggioranza, avrebbe recuperato quasi tutti quelli persi con l’eliminazione dei collegi. Ma questo era vero quando la destra era certa di vincere le elezioni. Non lo è più e la Lega rischia di ritrovarsi senza collegi e senza premio. Dunque la legge cambierà e a sinistra il Pd è ben deciso a evitare ogni passo concreto sulla strada delle primarie volute da Conte fino a che non sarà chiaro con quale legge gli italiani voteranno nel 2027.

31 Marzo 2026

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