Il dibattito sulla svolta della Bolognina

Non fu Occhetto ad abbattere il Pci, ma Scalfari con le battaglie populiste di Repubblica

Il cedimento letale non è da rintracciare nell’89, ma nell’87, quando il partito abbracciò la partitocrazia e rinnegò se stesso tuffandosi nel nuovo verbo dell’antipolitica di Repubblica

Politica - di Michele Prospero

20 Marzo 2026 alle 15:30

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Non fu Occhetto ad abbattere il Pci, ma Scalfari con le battaglie populiste di Repubblica

Le novanta candeline di Occhetto hanno riaperto in tanti militanti la ferita provocata dal suicidio annunciato alla Bolognina. Il groviglio attorno a una vicenda così spinosa, a ben vedere, è però abbastanza semplice da districare. Al di là del dato giuridico, un’associazione peculiare come è un partito politico, per essere sciolta, richiederebbe un assenso prossimo all’unanimità degli iscritti, che in concordia abbandonano la loro vecchia organizzazione. Con il 35% circa schierato per il “no” alla svolta, e con un altro 20% che conferiva l’appoggio al “sì” condizionandolo tuttavia alla prospettiva della unità socialista, al segretario restava di fatto appena il 45% dei voti congressuali. Tali scarni numeri, tralasciando i cruciali nodi che coinvolgono identità e memoria, avrebbero consigliato di non spingersi oltre nel proposito di alterare una grandiosa macchina politica.

Più complessa è nondimeno un’altra questione. Se, per ipotesi, Botteghe Oscure fosse rimasta fedele alle belle bandiere, diversa sarebbe stata la transizione che ha portato al collasso della “repubblica dei partiti”? È probabile che la slavina avrebbe ugualmente travolto una democrazia mediata da soggetti strutturati, come era quella nostrana, poiché, prima ancora del fatidico ’89 e dell’abbattimento della falce e martello, il Pci aveva già accantonato i paradigmi culturali che per quarant’anni avevano consolidato il sistema politico. Nel Comitato centrale del novembre 1987 può essere rintracciata la genesi dello smarrimento della bussola politica ad opera di Occhetto e di un’ampia fetta dei dirigenti a lui legati: l’intermediazione dei partiti diventava partitocrazia, la centralità del Parlamento era declassata a manifestazione di un deleterio consociativismo mediterraneo, la coalizione dominante usualmente denominata arco costituzionale veniva graffiata e si tramutava d’un tratto in una sgradevole variante di regime da liquidare con il movimento referendario di liberazione nazionale.

C’era ancora il Pci, ma la sua propensione a pensare in autonomia le cose della politica e a interpretare la trasformazione dei conflitti tra le classi sociali era andata in frantumi. Ciò avvenne a seguito dell’abbraccio deviante con le nuove categorie del (anti-)politico ispirate da Repubblica per confondere come un narcotico ben somministrato il codice genetico dei comunisti. Non a caso Scalfari fu tra i primi ad essere informato su nome e simbolo dell’infelice creatura partorita dopo la demolizione della casa madre. Con il modello sovietico ormai al tramonto, il realismo di Togliatti appariva un riferimento troppo scomodo? Bene, bastava che Occhetto tenesse a mente questa pagina di Gramsci e forse la condotta del Pci-Pds non avrebbe contribuito alla catastrofica decapitazione della repubblica. Si legge nei Quaderni: “Tra gli elementi che recentemente hanno turbato il normale governo dell’opinione pubblica da parte dei partiti organizzati e definiti intorno a programmi definiti sono da porre in prima linea la stampa gialla e la radio (dove è molto diffusa). Essi danno la possibilità di suscitare estemporaneamente scoppi di panico o di entusiasmo fittizio che permettono il raggiungimento di scopi determinati, nelle elezioni, per esempio’’.

Come agire in un contesto storico che ridimensiona assai la capacità di tenuta e di orientamento dei partiti, sfidati dai moderni veicoli di influenza del consenso in grado di scatenare “l’emozione” e acciuffare la maggioranza? Il suggerimento che Gramsci offriva, per tamponare “il boom dell’opinione pubblica” e quindi “i colpi di mano elettorali”, era il rinvigorimento della missione mobilitante del sindacato e del suo decisivo compito di rappresentanza sociale. La mediazione era per lui l’argine allo scivolamento plebiscitario. Ancora più chiara è l’indicazione ricavabile dalla conclusione della nota di Gramsci: “Uno dei problemi di tecnica politica che si presentano oggi, ma che le democrazie non riescono a trovare il modo di risolvere è appunto questo: di creare organismi intermedi tra le grandi masse, inorganizzabili professionalmente (o difficilmente organizzabili), i sindacati professionali, i partiti e le assemblee legislative. I consigli comunali e provinciali hanno avuto nel passato una funzione approssimativamente vicina a questa, ma attualmente essi hanno perduto d’importanza. Gli Stati moderni tendono al massimo di accentramento, mentre si sviluppano, per reazione, le tendenze federative e localistiche, sì che lo Stato oscilla tra il dispotismo centrale e la completa disgregazione”.

Ebbene, nella stagione della leadership di Occhetto, la direzione intrapresa per governare una complicata fase di passaggio politico-istituzionale, con la minacciosa emersione di pulsioni “federative e localistiche”, procedeva esattamente in un senso di marcia opposto. Dove Gramsci invocava la democrazia rappresentativa, a Botteghe Oscure il nuovo ceto politico scalpitava per inaugurare la democrazia immediata che avrebbe restituito finalmente lo scettro al cittadino nella investitura diretta dell’esecutivo. Mentre i Quaderni segnalavano le insidie, entro una società di massa, di una larga “parte inorganizzabile dell’opinione pubblica”, la squadra acrobatica di Achille inneggiava alla società civile: in luogo dei partiti radicati subentrava il culto della “carovana” invertebrata.

E, soprattutto, a dispetto di Gramsci, che coglieva il ruolo delle rappresentanze elettive fin dai comuni, sotto la suggestione del verbo di Repubblica e del Mulino cominciava la pratica funesta del direttismo, con annessa verticalizzazione del pubblico potere. Contro le assemblee, tutto ruotava attorno al presidenzialismo, dapprima comunale, poi regionale, e l’uomo solo al comando sgonfiava la palestra consiliare un tempo essenziale per la formazione dei gruppi dirigenti. Nel quadro analitico che Gramsci tracciava, con i media capaci di effetti magici e con la crisi dello Stato-nazione minato da secessioni regionalistiche, fondamentale risultava la reinvenzione della rappresentanza. Fatali per le sorti della democrazia italiana, la prima in Occidente a cadere vittima del populismo e del partito personale-aziendale, si sono perciò rivelate la dimenticanza di Gramsci e la resa subalterna agli oracoli di Piazza Indipendenza.

20 Marzo 2026

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