L'Ue finanzia Tripoli
Ennesimo naufragio a Lampedusa: bambino di due anni sparisce tra le onde
Almeno 11 imbarcazioni dei miliziani che sparano contro naufraghi e soccorritori sono state donate o rimesse a nuovo dalle Ue (o dall’Italia)
Cronaca - di Valeria Taurino
Ancora una volta è stato un bambino di due anni originario della Sierra Leone a morire per colpa di politiche che privilegiano la difesa dei confini rispetto al salvataggio di vite umane. E’ accaduto nel fine settimana, al largo di Lampedusa. L’ennesimo naufragio di una imbarcazione in difficoltà nel Mediterraneo. Insieme alla vita di migliaia di persone, naufraga nel Mediterraneo anche il diritto internazionale, il diritto marittimo e i diritti umani. Lo abbiamo definitivamente capito lo scorso 24 agosto, quando la guardia costiera libica ha riversato sulla nostra nave centinaia di colpi di arma da fuoco.
Quello che però non sapevamo ancora con la chiarezza di oggi, è che a premere quel grilletto non era stata solo la Guardia Costiera Libica: esiste qualcuno, infatti, che ha messo quella motovedetta in mano a una milizia armata, che ha fornito attrezzature, conoscenze e formazione a un paese fuori controllo e che agisce al sopra di ogni regola. Il report “Finanziare la violenza” realizzato da Sos Mediterranée in collaborazione con IrpiMedia, e presentato ieri alla Camera, evidenzia, tra le tantissime altre cose, un fatto incontrovertibile: a sostenere finanziariamente le attività della Guardia costiera libica è innanzitutto l’Europa, bisognosa di alleati nella gestione delle migrazioni. Ma la cosa difficile da digerire, leggendo il report, è che l’Ue finanzia Tripoli sapendo che «esiste il rischio che i finanziamenti e le attrezzature forniti alla Libia non raggiungano gli obiettivi previsti o possano essere utilizzati in modo improprio». È improprio sparare contro una nave civile? È improprio respingere i migranti e riportarli in Libia, paese che non può essere considerato sicuro secondo le norme del diritto internazionale? Non c’è dubbio.
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Entrando più nel dettaglio: la motovedetta Houn 664, responsabile del vile attacco contro la Ocean Viking, è stata un regalo dell’Europa. Le altre motovedette che hanno ingigantito la flotta libica alla ricerca di migranti da respingere illegalmente, e di ong da minacciare senza averne diritto, sono state un regalo dell’Europa. Più di 60 milioni di euro stanziati nell’ambito del programma Simbill (Support to integrated border and migration management in Libya) per attrezzarsi e controllare le frontiere, un altro regalo dell’Europa. Si legge nel report che un documento del Consiglio Ue di luglio 2024 rivela che ora la Guardia costiera libica ha a disposizione 15 imbarcazioni, di cui 11 donate e/o rimesse a nuovo con fondi dell’UE o degli stati membri, come l’Italia, ma anche i Paesi Bassi. Il documento spiega che questi nuovi mezzi «hanno rafforzato la presenza marittima della Guardia costiera libica e la sua efficacia nell’intercettare le imbarcazioni dei migranti».
I dati sulle intercettazioni delle imbarcazioni di migranti da parte delle autorità libiche sembrano confermare questa lettura, almeno nell’ultimo periodo. Se nel 2019, infatti, i migranti intercettati in mare e riportati sulle coste del Paese arabo erano stati solo 9.200, nel 2021 toccano quasi quota 32.500, il dato più alto mai registrato. Poi si assiste a un calo di due anni e, infine, dal 2024 le intercettazioni tornano a salire, arrivando a superare le 27mila nel 2025, il secondo valore più alto di sempre. L’Europa continua a collaborare con un paese illiberale e che non rispetta i valori umani per esternalizzare le frontiere e non doversi occupare del problema delle persone migranti. A che prezzo, però, si finge di non saperlo, o quantomeno non saperlo con certezza, perché sarebbe inaccettabile.
La risposta più complessa, e forse più drammatica, sta nelle parole del commissario alla migrazione Ue Brunner. Intervistato dal Times of Malta a fine novembre del 2025, il Commissario ha spiegato: «Non abbiamo alternative» al collaborare con le autorità libiche, nonostante le numerose accuse che vengono mosse loro. «Dobbiamo esaminare tutte queste accuse ed è quello che stiamo facendo, sottolineando al contempo l’importanza di rispettare le regole. Ma non impegnarci non è un’opzione», ha aggiunto. Non solo l’Unione Europea e i suoi Stati membri ritengono necessario sostenere le azioni notoriamente violente delle autorità libiche nella gestione delle frontiere, ma questo sostegno non avviene neanche nella piena trasparenza e nel rispetto degli standard di responsabilità democratica. Infatti dei più di 60 milioni del programma Simbill è possibile sapere la destinazione finale solo di poco più della metà: restano più di 27 milioni di euro non tracciabili. Noi chiediamo da tempo la fine della collaborazione con la Libia, ma vogliamo ribadire anche la necessità di una trasparenza totale rispetto alla gestione dei fondi europei destinati a finanziare attività in Libia.
*direttrice generale Sos Med Italia