L'appello per la pace
A Israele è permesso ciò che alla Russia è vietato
Il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa rilancia la voce di chi è contro la guerra e condanna l’inerzia e il doppiopesismo della comunità internazionale
Esteri - di Card. Pierbattista Pizzaballa
Qui la guerra non é ancora finita: é finito l’uso di armi a tappeto, ma la gente continua a morire. Qui sono molto arrabbiati con la comunità internazionale, perché la comunità internazionale non permette alla Russia di fare quello che fa in Ucraina, ma non fa lo stesso con Israele rispetto a quello che fa in Palestina.
Prima o poi la guerra in Terra Santa finirà e voglio che si dica che in quel momento c’eravamo: dobbiamo fare rete, anche se abbiamo opinioni diverse, partendo dal basso, dai territori, dalle persone e da coloro che credono sia possibile fare la differenza. Quello che adesso sta accadendo è che uno nega l’esistenza dell’altro nello stesso territorio. E noi dobbiamo essere quella presenza che dà fastidio, essere pronti perché verrà il momento in cui tutto questo finirà: ciò che si costruisce nella violenza e nell’ingiustizia fallisce. La pace deve essere preparata da chi nel territorio è disposto a mettersi in gioco per fare qualcosa insieme agli altri anche se hanno culture diverse, evitando che il nostro desiderio di giustizia crei altre barriere.
Ogni giorno tocco con mano la situazione a Gaza e in Israele: la comunità internazionale ha dimostrato poco rendendo difficile dal punto di vista anche umano pensare a una prospettiva a breve termine. La situazione rimane molto problematica a Gaza, in Cisgiordania e in Israele. A Gaza il 53% della Striscia è sotto controllo diretto di Israele e 2 milioni di persone sono sfollate nel restante 47%. Rispetto a qualche mese fa la situazione in fatto di cibo e aiuti è migliorata ma manca tutto il resto. I giovani non possono andare a scuola perché sono chiuse da tre anni e le leggi della Knesset hanno segnato la vita in maniera grave: i titoli di studio palestinesi non sono più riconosciuti. L’odio che la guerra ha creato è fortissimo, la gente continua a morire e tutto ciò sta creando un deterioramento continuo. Non bisogna cercare l’esito immediato ma essere fedeli alla propria coscienza e ascoltare il territorio, non avendo paura di mettersi in gioco.