La rubrica Sottosopra
Niente rose e morti a Gaza: l’ukase dell’Europa sui libri che aiuta Israele, dopo lo sterminio lo sfregio
Bruxelles ha ingiunto all’Anp di omettere dai libri scolastici le citazioni delle coltivazioni palestinesi. Vanno sostituite scrivendo: "Israele è uno dei maggiori esportatori di rose simbolo di amore e pace"
News - di Mario Capanna
Quando l’infamia diventa minuziosa, e va a colpire anche particolari in apparenza secondari, appare ancora più odiosa. Nella Striscia di Gaza, prima che il governo genocida di Israele la riducesse all’età della pietra, fioriva tra l’altro la coltivazione delle rose, che venivano esportate nelle città rivierasche del Mediterraneo. L’attività, che si svolgeva su oltre 500 dunam (circa 50 ettari), dava sostentamento a molte famiglie. Ora, con il suolo triturato dalle bombe, le rose non ci sono più. Non solo: è intervenuta la … prode Ue a pretendere che ne sia cancellato persino il ricordo. Bruxelles ha ingiunto all’Anp di omettere dai libri di testo scolastici le espressioni che ricordano le rose di Gaza. Vanno sostituite scrivendo: “Israele è uno dei maggiori esportatori di rose in Europa e le rose sono simbolo di amore e pace”. Incredibile, non è vero?
Secondo i documenti pubblicati dall’agenzia Quds Network questa è solo una delle modifiche richieste. Dai sussidiari scolastici vanno rimossi pure il testo dell’inno nazionale palestinese, i termini “sionismo”, “Gerusalemme capitale della Palestina”, “prigionieri”, “martiri”, “rifugiati”, “ritorno” ecc. I deboli e corrotti vertici dell’Anp hanno accettato l’ukase. È così del tutto evidente che i mascalzoni di Bruxelles, al di là delle chiacchiere sui due Stati, aiutano il governo del criminale di guerra e di delitti contro l’umanità a distruggere la memoria storica e l’identità culturale del popolo palestinese. Avanti di questo passo, le élites dell’Ue faranno venir voglia di dimettersi da cittadini europei … Non c’è limite al peggio.
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La minuziosa, luciferina infamia dei servi comunitari si accoppia alla scelta del governo italiano – e della maggioranza parlamentare di destra che lo sostiene – di partecipare al Board of Peace per Gaza. Il nostro Paese vi è presente come “osservatore”, tramite il peregrino ministro degli Esteri Tajani. Il Comitato, come si sa, è nato sotto il tallone di Trump, che lo presiede a vita (quindi anche dopo la fine del mandato presidenziale), e che decide insindacabilmente chi vi partecipa e chi no: è infarcito di autocrati, compreso il criminale di guerra israeliano, ma con rigorosa esclusione dei palestinesi (!). Un potere straripante, di tipo feudale. Emanazione coerente del tecnocapitalismo neofeudale d’assalto che vuole imporsi. Emblematico è il simbolo del Board, che scimmiotta quello dell’Onu: uno scudo, fra due rametti di ulivo, con al centro, color oro, solo il Nordamerica. Tutto il resto del mondo non esiste. Celebrazione della ybris statunitense.
Compito dei satrapi sarebbe quello di “ricostruire” Gaza, con avveniristici progetti di speculazione immobiliare a scapito dei suoi martoriati abitanti, che vengono relegati non si sa dove. E, questa, sarebbe la Pace (!?). Grazie alla destra l’Italietta è “osservatrice” di questa ignominia dilagante, per continuare a leccare Trump e nella speranza di addentare qualche briciola della fetida torta. Miseria morale, prima ancora che culturale e politica. Così diamo il nostro fattivo contributo alla supremazia della prepotenza contro il diritto all’autodeterminazione di un popolo, mettendo a repentaglio addirittura la sua esistenza. No! Gli italiani – la nostra Nazione e la nostra Patria (contenta Meloni…?) – non meritano questa sconcezza. E fortuna che c’è l’art. 11 della Costituzione. Altrimenti i camerieri annidati a Roma avrebbero fatto anche di peggio. Di fronte a questo devastante stato delle cose ogni sincero democratico ha il diritto e il dovere di praticare la resistenza morale e politica, attraverso l’onestà intellettuale nella vita pratica quotidiana, mobilitandosi in tutte le forme possibili, e anche nelle urne, a partire dal prossimo referendum sulla sriforma della giustizia che, se passasse, sarebbe come cadere dalla padella nella brace. No. Non si può andare avanti così. Cambiare strada è urgente ed è compito di ciascuno di noi.